Direttore Valter Vecellio. 1 year 30 weeks ago
Guido Calogero

Socialismo e liberalismo nell’ideologia antifascista

L’articolo che segue, pubblicato su “L’Astrolabio” n.8 del 30 aprile 1965, è un riassunto, rivisto dall’autore, di una lezione tenuta all’Università di Roma nel corso di aggiornamento storico per gli insegnanti delle scuole secondarie.

Non è possibile trattare adeguatamente, in questa sede, la storia del movimento “Giustizia e Libertà”, di quello liberalsocialista e del Partito d’Azione: ci limiteremo perciò a considerare i più generali aspetti ideologici di tale storia, specialmente per quanto concerne la sintesi, che vi si effettuò, dei motivi fondamentali del liberalismo e del socialismo.

Dal 1925 in poi, la giustificazione ideologica dell’antifascismo fu in Italia largamente influenzata dall’interpretazione in senso liberale che Benedetto Croce era sempre più venuto dando del suo pensiero politico (taluni aspetti del quale potevano in precedenza essere stati sfruttati per la polemica antidemocratica del fascismo stesso). Di fronte a questo liberalismo, le concezioni del socialismo e del comunismo non si presentavano come sostanzialmente distinte fra loro, in quanto contro entrambe si dirigeva la critica che Croce aveva condotta dal materialismo storico e dell’economia marxistica. Si preferiva quindi, allora, parlare di socialismo, sia quando, discutendo con comunisti, si faceva valere l’istanza di libertà politica, sia quando, discutendo con liberali e crociati, si sottolineava l’insufficienza di un regime di libertà politica che non fosse stato integrato da una sempre maggiore eguaglianza nel campo sociale ed economico.

Il primo movimento che pose apertamente il problema di una simile sintesi di liberalismo e socialismo fu quello che, dal famoso emistichio carducciano, prese il nome di “Giustizia e Libertà”. Esso fu fondato da un gruppo di antifascisti italiani emigrati in Francia, dopo l’espatrio di Filippo Turati nel 1927. A questa impresa operarono Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Fernando Olivetti e altri. Rientrati in Italia, Rosselli e Parri, essi furono processati a Savona, di dove era partito il motoscafo che aveva trasportato Turati in Corsica. Confinato Rosselli a Lipari, egli poté evadere insieme a Emilio Lussu e con Francesco Saverio Nitti, mercé un motoscafo inviato dalla Francia dal gruppo degli antifascisti ivi emigrati, soprattutto per l’iniziativa di Alberto Tarchiani e di Gaetano Salvemini.

Nacque così, nel 1929, a Parigi, in casa di Tarchiani e per opera sia di questi antifascisti emigrati in Francia sia di altri rimasti in Italia, come Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Francesco Fancello, Nello Traquandi e vari altri, il movimento “Giustizia e Libertà”, poi designato anche dalle sue iniziali, colla formula “Gielle”.

Per l’attività e l’orientamento ideologico di “G.L.” sono fondamentali i “Quaderni di Giustizia e Libertà”, che venivano stampati a Parigi, con la collaborazione anche di antifascisti tuttora residenti in Italia, dove i fascicoli venivano introdotti clandestinamente. Per l’orientamento programmatico di “G.L.” si può vedere lo “schema di programma” del Quaderno n.4; in esso, oltre alla pregiudiziale repubblicana, è affermata una serie di rivendicazioni sia di carattere liberale sia di carattere socialista, nel quadro di una “economia a due settori”, pubblico e privato, non molto dissimile da quella che poi sarebbe stata propugnata dal Partito d’Azione.

Sul piano ideologico, il testo fondamentale di “G.L.” è il “Socialisme libéral” pubblicato a Parigi nel 1930 da Carlo Rosselli, che del movimento era la personalità dominante.

Qui il Rosselli si definisce “un socialista uscito dal pelago marxista alle rive del liberalismo”: di fatto, egli svolge, con grande varietà e sagacia di argomenti, tutte le critiche che dal punto di vista del liberalismo storicistico possono investire la concezione maxistica e leninistica della necessità della dittatura per l’instaurazione del socialismo, pur ribadendo la parallela esigenza dell’egalitarismo economico e sociale. In altri termini Rosselli muove dal socialismo marxistico, e lo corregge in nome di istanze liberali: per ciò stesso il suo libro, utilissimo per i socialisti bisognosi di nutrirsi di liberalismo, non può dirsi altrettanto efficace per i liberali che debbono nutrirsi di socialismo. In realtà, il fatto che non solo i socialisti debbano imparare a essere liberali, ma anche i liberali debbano imparare a essere socialisti – cioè che gli uni e gli altri debbano imparare a essere qualcosa di più integrale, che dia pienezza e coerenza alle loro opposte unilateralità – è ben chiaro a Rosselli: ma sulla seconda esigenza egli insiste meno, e un liberale ingenuo potrebbe credere che il libro richieda uno sforzo di correzione mentale soltanto ai marxisti, e non anche a lui medesimo.

Nel “Movimento liberalsocialista” che nacque e si sviluppò in Italia dopo la morte di Rosselli, la direzione della critica era in certo senso invertita, e veniva quindi ad integrare opportunamente quella svolta nell’opera rosselliana. Iniziatori di questo movimento furono Aldo Capitini a Perugia e Guido Calogero a Roma e a Pisa; ma presto si crearono gruppi anche altrove, come p.es. a Firenze (Piero Calamandrei, Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti, Raffaello Ramat, ecc.), a Bari (Tommaso Fiore, ecc.), e quasi in ogni altra regione italiana (un adeguato elenco di nomi è impossibile in questo breve riassunto, e farebbe torto agli omessi. I testi di carattere ideologico e programmatico, che furono allora fatti circolare clandestinamente sono stati pubblicati da G.Calogero in appendice a “Difesa del liberalsocialismo”, Roma, Atlantica, 1945), che contiene anche notizie e polemiche di quel tempo e di quegli anni immediatamente successivi (e cfr., del C., l’opuscolo “La giustizia e la libertà”, Roma 1944, e la rivista “Liberalsocialismo”, di cui uscirono due fascicoli nel 1946, con scritti di vari autori).

In questi “manifesti del liberalsocialismo”, e particolarmente nel primo e più ampio, del 1940 (rispetto al quale il successivo, del 1941, intendeva essere una redazione compendiata delle tesi più importanti) il punto di partenza ideologico è costantemente quello della necessaria complementarietà fra esigenza liberale ed esigenza socialista nella costruzione di una società civile. Se Carlo Rosselli era partito dal socialismo per dimostrare come ad esso fosse indispensabile la libertà, i liberalsocialisti, inversamente, muovevano per lo più dal liberalismo crociano per far vedere come esso non potesse restare agnostico sul piano sociale, e come insomma all’uguaglianza delle libertà politiche dovesse accompagnarsi l’eguaglianza delle disponibilità economiche, “giustizia” e “libertà” non essendo che specificazioni concomitanti e cooperanti dell’unico ideale etico del riconoscimento del pari diritto di ogni persona altrui di fronte alla propria. Da questo approfondimento ideologico del problema discendeva poi anche la proposta di alcuni nuovi ordinamenti istituzionali, tra cui può essere ricordato quello di un rafforzamento del potere di controllo costituzionale rispetto gli altri poteri dello stato, perché anticipava la soluzione di problemi che allora sembravano inattuali e sono diventati sempre più vivi in seguito (come p.es. quelli della amministrazione non partitica della pubblica istruzione, dei grandi mezzi di informazione audiovisiva, della stampa, della costituzionalità e del regime giuridico dei partiti, ecc.).

Disgraziatamente il Croce, che non amava Rosselli in quanto salveminiano ma lo tollerava in quanto aveva piuttosto criticato il marxismo mercé il suo liberalismo che sottolineato la necessità che quest’ultimo svolgesse con coerenza i suoi presupposti ideali anche sul piano sociale, reagì con grande impazienza polemica contro i liberalsocialisti, i quali non esitavano a criticare alcune sue tesi. Di questa sua impazienza sono prova anche cere curiose confusioni, in cui egli incorse, come p.es. quella per cui le “Note a un programma politico” (che possono vedersi ora ristampate negli “Scritti e discorsi politici”, vol.1, Bari, 1963, pp.92 sgg.) sono da lui presentate come riferentisi al manifesto programmatico del Partito d’Azione – redatto da Calogero, La Malfa e Ragghianti e pubblicato nell’aprile 1943 a Milano nel n.2 dell’“Italia libera” clandestina – mentre un attento confronto dei testi fa vedere che invece si riferiscono ad altro, e cioè con tutta probabilità a un precedente e assai diverso testo dattiloscritto comunicato anni prima al Croce da Tommaso Fiore. Di fatto, in quel manifesto programmatico del 1943 le istanze ideologiche del liberalsocialismo erano state fatte valere, e sommariamente formulate da Calogero e da Ragghianti in rappresentanza della maggior parte dei gruppi del movimento, mentre La Malfa, esponente dell’autorevolissimo gruppo degli antifascisti milanesi di cui faceva parte anche Ferruccio Parri (forse però non concorde in questo), tendeva – anche per evitare motivi di dissidio teorico ad attenuare o eliminare ogni formulazione di carattere ideologico, e soprattutto ogni richiamo ufficiale al termine “socialismo”. Dalla confluenza del movimento liberalsocialista, di Giustizia e Libertà e degli altri gruppi antifascisti italiani di tendenze affini nacque così, non già un Partito Socialista Liberale, o Liberalsocialista, ma un partito con un nome neutro, di ispirazione risorgimentale, il Partito d’Azione.

Il carattere paradossale di questa situazione consisteva d’altronde nel fatto che il Croce – il quale aveva combattuto quelli che gli sembravano essere gli errori concettuali dei liberalsocialisti (mentre le confusioni erano piuttosto sue: cfr. per ciò, p.es. “Difesa del liberalsocialismo”, pp. 26-36) pur avendo altrimenti approvato la formula del “socialismo liberale” quando si presentava nello Hobhouse, e aveva opposto il suo liberalismo al liberalismo di Luigi Einaudi, proprio sostenendo che il primo non escludeva riforme economiche in senso socialistico, che tuttavia implicitamente tendeva a rinviare il più possibile – rimase comunque isolato nel Partito Liberale, i suoi più illustri seguaci, da Guido De Ruggiero ad Adolfo Omodeo e da Piero Calamandrei a Luigi Russo, essendo tutti entrati nel Partito d’Azione. In ossequio al maestro, essi si dichiaravano per lo più non già liberalsocialisti, ma crociati: ma che cosa era, per non citare che un esempio, la teoria della “libertà liberatrice”, sostenuta da Omodeo in antitesi a quelli che egli chiamava i “quaternioni” logici del liberalsocialismo, se non il riconoscimento del fatto che la libertà era un valore solo quando avesse creato altre libertà, e cioè pari altrui libertà, istituendo così anche nell’orizzonte del liberalismo quello stesso principio dell’eguaglianza dei diritti, che il liberalsocialismo dimostrava parimenti valido sia in tale orizzonte sia in quello economico e sociale?

D’altro lato, quella diffidenza verso il termine “socialismo”, per cui chi adottò il nome del “Partito d’Azione” preferì la designazione neutra alla designazione ideologica – non volendosi, come si ripeté, “fondare una nuova eresia socialista”, ma un “partito pilota” capace di guidare gli altri, anche se esiguo – fece sì che si respingesse anche l’ipotesi, pur caldeggiata da alcuni fra i più autorevoli antifascisti, della semplice confluenza in un nuovo e grande Partito Socialista Italiano. Così si ricostituì anche quest’ultimo, con molte masse e pochi quadri, perché questi erano quasi tutti nel Partito d’Azione; mentre quest’ultimo, a sua volta, non aveva le masse, in quanto esse avevano dato il loro voto a chi aveva nuovamente innalzato la bandiera del socialismo. Donde, da un lato, la crisi ideologica interna al Partito Socialista, con la conseguente scissione di Palazzo Barberini, e la formazione del partito socialdemocratico; d’altro lato, la scissione, e posteriore rapida dissoluzione, del Partito d’Azione, che pure aveva assolto così gloriosi compiti anche durante la Resistenza, e la cui classe dirigente continua ancora oggi a costituire larga parte della classe dirigente dell’intera sinistra democratica italiana.

Di fronte a quest’ultima scissione, Croce poté trionfare polemicamente, come se davvero si fossero divise, per logica incompatibilità di carattere, le due anime socialista e liberale, del Partito d’Azione: ma in realtà essa era stata provocatala tutt’altre cause, e cioè da errori e da impazienze di singoli dirigenti, tanto è vero che, sul tema del maggiore o minore riconoscimento dell’esigenza liberale, il Partito socialista stesso si era diviso, e poi parallelamente, sul tema del maggiore o minore riconoscimento dell’istanza sociale si divise lo stesso partito liberale di Croce, cosicché ques’ultimo rimase col gruppo che, dominato da Malagodi, si qualificò conclusivamente come liberale conservatore, mentre gli altri costituirono un nuovo partito come “liberali radicali”, o “radicali” tout court (che era in fondo la stessa cosa che “liberalsocialisti”, ma espressa con un termine meno atto ad irritare il vecchio maestro). E da che cosa è stata negli ultimi anni determinata quell’evoluzione del Partito socialista, che riapre il problema della riunificazione con la socialdemocrazia, e persino quell’evoluzione del Partito comunista, per cui esso vorrebbe inserirsi in unico partito democratico della classe lavoratrice, se non da quella stessa esigenza di essenziale unità di democrazia politica e di democrazia sociale, su cui avevano battuto tanto il socialismo liberale quanto il liberalsocialismo? Così ciò che era stato screditato come confusione logica si è invece rivelato come il tema costante di ogni autentica e non unilaterale evoluzione democratica, e oggi si deve ancora fare quel che si sarebbe potuto fare vent’anni fa.
      

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