Direttore Valter Vecellio. 1 year 30 weeks ago
Aldo Capitini

Parlamento. Il controllo dal basso

L’articolo che segue è stato pubblicato su “l’Astrolabio”, la rivista diretta da Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi nel fascicolo n.32 del 7 agosto 1966.

Non credo si debba vedere lo sviluppo del controllo dal basso come l’immediata e generale occupazione di tutte le cariche, uffici, professioni e funzioni attuali con persone ivi collocate mediante un’elezione a maggioranza, da farsi in una prossima domenica in Italia! Astratta è la contrapposizione di questa ipotesi con l’altra ipotesi che tutti i posti siano occupati da persone oneste e competenti. Concretamente non c’è, secondo me, che la speranza, e l’attività, perché si allarghi lo sviluppo del controllo dal basso, destinato a portare avanti, da un lato la preparazione dei controllanti, e dall’altro lato l’esatta responsabilità dei controllati. La moltiplicazione delle “scelte” non è detto che esiga sempre una maggiore competenza nello scegliente, se noi ci riserviamo per esempio, la scelta del chirurgo – se ne abbiamo bisogno – senza essere più bravi di lui nel tagliare; né è da mescolare il fatto ideologico, per esempio la scelta dell’ideologia religiosa (il diritto di “tremolare” e di non tremolare, come diceva Salvemini), per nulla sottoponibile alla maggioranza, con il controllo amministrativo, politico, sociale. Concretamente, ripeto, il problema di aggiungere forme di controllo dal basso in precisi campi, senza le due pretese, egualmente astratte, di poter distruggere di un colpo l’esistente, o di poter consegnare, rinunciando al permanente controllo, i posti a persone di assoluta onestà e competenza. Questa è “l’aggiunta” che io propongo, e voi sapete che non da ora, ma da più di trentacinque anni, sostengo il valore di certe “aggiunte”, e anche il fondamento teorico dell’idea stessa di aggiunta.

Ho parlato di campi precisi, e li elenco subito, in modo tuttavia non esauriente. Amministrazione comunale, sindacale, scuola, cooperativa, azienda, assistenza e previdenza, pace.

Comuni e sindacati. Da molto tempo dico che oggi il consiglio comunale è limitato rispetto alla complessità dei problemi e al valore di tale strumento per l’educazione civica, e perciò ho sostenuto (anche in sede di discussione al Movimento Salvemini, e in un articolo sulla rivista “Il Comune democratico” del febbraio 1966) che si istituiscano, per opera dei Comuni e ricevendo, per le spese, dallo Stato un milione ogni mille abitanti, tanti centri sociali per periodiche discussioni aperte ai problemi locali, alle propagande elettorali (abolendo i comizi), ai problemi generali; una vera “rivoluzione comunale”, integrante, sia pure con una forza semplicemente consultiva, di segnalazione e di pressione, l’attività del Consiglio e della Giunta comunali.

Lungo sarebbe il discorso sulla situazione dei sindacati. Sono convinto (e promossi nel 1957 in proposito, al C.O.S. di Perugia una riunione ad alto livello) che i sindacati dovrebbero avere una piena autonomia politica, e tendere perciò a unificarsi, intensificando già gli incontri e i comitati intersindacali. Il sindacato unico avrebbe una forza infinitamente maggiore per la urgente difesa non solo del salario, ma della salute e del tempo libero (necessario, specialmente coi pressanti ritmi di lavoro, attualmente non poche volte disumani), dell’occupazione, della non discriminazione, della libertà di espressione (giornali di fabbrica e di azienda), delle commissioni interne, ecc. Le prese di posizione ideologiche, che dividono i sindacati con grande gioia dei proprietari, vanno fatte altrove, dai centri politici e religiosi, con tutta la energia che si vuole. Il sindacato fa moltissimo se mette la sua unità al servizio della salute e della freschezza mentale di tutti i lavoratori, e opera in tanti modi perché essi siano capaci – disponendo di tempo, di energia, di guadagno e di sviluppo culturale – di partecipare al controllo dal basso.

Scuola e assistenza. Perché ci diamo da fare per la scuola di tutti? Alcuni anni orsono, pregato da amici, mi detti da fare per unire le forze della scuola, intese a difendere la scuola di tutti, e sorse l’ADESSPI, associazione per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica italiana, che sotto la presidenza di Carlo Ludovico Ragghianti ha avuto anni di forza veramente incisiva. Anche qui il programma è, non di dividere la scuola in cattolica, socialista, comunista, laica, nonviolenta ed altro, ma di riservare la promozione di questi indirizzi ai nostri centri, ai nostri gruppi, alle nostre riviste, e di costituire una scuola valida aperta, elevata, tale che sia veramente per tutti. E mi par di vedere che anche qui sono proprio le forze della scuola, cioè gli studenti veri e propri, che potranno darci un grande aiuto, proprio dal basso (ma con notevole competenza): si guardino le proposte degli studenti universitari. Abbiamo pubblicato un grosso libro da Einaudi, “Democrazia e autonomia nella scuola”, pieno di proposte democratiche. Non dobbiamo stancarci di parlarne con i colleghi e con gli studenti; chissà che anche qui non si possa fare un decisivo passo in avanti se avverrà quella organica pressione nonviolenta dal basso per una grande riforma! Se non altro, si svilupperà la coscienza, crescerà l’impegno degli studenti verso la scuola come cosa migliorabile e degna di affetto di lavoro.

Io non vorrei considerare utopistico ciò che dico spesso con semplici cittadini italiani, che dovremmo essere in grado di controllare gli enti dell’assistenza e della previdenza, con consigli locali, e perfino gli ospedali, con commissioni interne elette dagli ospitati. Voi sapete benissimo come vanno le cose anche in questo campo: la difesa del cliente, del fruente di un servizio, è affidata allo Stato e ai suoi organi di potere; però questi, per eccesso di lavoro o per interessi e clientele, non si occupano affatto di tale difesa, e piuttosto provvedono posti e denari ai loro amici: il disgraziato associato lascia (o vede ritirate) somme preziose, ma nulla può dire (e sarebbe meglio lo potesse dire in forma collettiva) sul funzionamento del servizio (ora buono, ora cattivo), sugli eventuali arbìtri della burocrazia, o su norme tutt’altro che a lui favorevoli. Io non nego che tali cose possano essere migliorate da opportune riforme dall’alto, e mi appassiono a tutti gli accenni che ne sento; ma resto convinto che il permanente e diretto controllo dal basso è una garanzia insostituibile, e un ottimo strumento di formazione dei cittadini, che non bisogna vedere statisticamente divisi in colti e ignoranti, indipendenti e influenzabili, competenti e incompetenti, fino alla fine dei secoli.

La pace e la nuova società. E tralasciando, per brevità, ciò che si potrebbe dire del valore del controllo dal basso e della partecipazione diretta nei due campi delle aziende e delle cooperative, anche perché qui il fatto è più evidente vengo a un campo che interessa moltissimo me, ma egualmente anche voi, quello della pace. Si vede anche qui, e forse più qui che altrove, che non ci si deve semplicemente affidare a persone oneste e competenti (come sono, probabilmente, i ministri degli Esteri, i diplomatici e i generali), m che bisogna lavorare, studiando e comunicando con gli altri, per essere pronti a decidere (secondo me, per rifiutare la guerra senza trovarci da essa sorpresi). Vi pare che qui non conti che sia fatto, crescentemente, tale lavoro dal basso? Vi pare forse che la partecipazione alla guerra, decisa dall’alto e con tutte le garanzie dell’ordine costituito, sia meno dannosa al Paese di un fermo rifiuto, nonviolento e dal basso, della guerra, qualunque cosa accada?

A me pare che da questo campo si possa muovere e risalire tutta la china, per avere la fede e la forza di costruire una nuova società, in stato di rivoluzione permanente nonviolenta dal basso, che superi i vecchi strumenti della guerra e della rivoluzione armata, che poi, in un periodo di terrore, consolida il potere dei violenti e crea nuove ingiustizie. Nel momento storico in cui ci troviamo, nella confluenza di due insoddisfazioni, della struttura capitalistica occidentale (che continua le guerre, lo sfruttamento, l’oppressione di classe) e della struttura comunista (che impedisce la libertà di informazione, di critica, di controllo, di circolazione), dobbiamo avere la forza di congedare anche ciò che era connesso con le due concezioni, il gruppo tecnico onnipotente in nome dell’efficienza, il gruppo politico onnipotente in nome della rivoluzione. Per questo mi sono portato tutto a proporre profonde “aggiunte” e mi è parso che anche questo lavoro potesse servire; ragion per cui ho preferito (rifiutando tutte le volte che mi è stato proposto di essere senatore o deputato) promuovere iniziative o centri, che fossero “aggiunte”, pensando che più che a fare leggi, li potessi aiutare a raggiungere gli scopi a cui mirano le leggi.

L’esperienza antifascista. Sono della generazione dei Rosselli e dei Gobetti, e forse anche per questo ho molto presenti le vecchie proposte. Scrisse Gobetti nella “Rivoluzione Liberale” del 1 luglio 1924 su Giacomo Matteotti: “Ma la sua attenzione era poi tutta a un momento d’azione intermedio e realistico: formare tra i socialisti i nuclei della nuova società: il comune, la scuola, la cooperativa, la lega. Così la rivoluzione avviene in quanto i lavoratori imparano a gestire la cosa pubblica, non per un decreto o per una rivoluzione quarantottesca”.

E nel 15 aprile Gobetti aveva scritto, nella “Rivoluzione Liberale” che la strada rettilinea era quella di provocare il dissidio tra i poteri locali e il centro, attraverso la conquista dei Comuni, tessendo lì sopra un lavoro per una generazione. E Gramsci scriveva da Vienna, a Togliatti, che nel concetto di Gobetti c’era qualcosa di vero. “Bisogna organizzare un nuovo potere, nella fabbrica e nel villaggio, che sviluppandosi, soffochi lo Stato fascista” (Paolo Spriano, in “Rinascita”, 12 febbraio 1966). Era quella una situazione tragica, e la libertà stava morendo: a me non par dubbio che c’era una grave insufficienza nell’organizzare la non collaborazione dal basso verso il fascismo, e che quegli spiriti vedevano chiaro, ma non avevano intorno quella preparazione e quella maturità che li assecondasse; e la responsabilità di ciò non sta soltanto nella Chiesa romana, ma anche in quelle correnti laiche che contavano più sul Parlamento e sui colloqui romani, che su coordinate pressioni dal basso. Bisogna avere pronta una vastissima rete di organi dal basso, di consulte locali, di comitati scuola-famiglia, di centri sociali più che per ogni parrocchia, di commissioni interne, di consigli scolastici, di centri di addestramento alle tecniche nonviolente, di commissioni locali di controllo di tutte le forme di assistenza e previdenza, ecc. Per addestrare tutti, e particolarmente i giovani, perché non si sentano isolati o giocati dall’alto. Non si deve separare la “efficienza” dalla “partecipazione comunitaria”, che è un fine altrettanto importante; anzi, certe volte la storia ha cura di sviluppare più il secondo che il primo, guadagnando in legami che uniscono gli uni agli altri, e perdendo in risultati tecnici; ma non è detto che siano epoche meno importanti per la civiltà. A me sembra che proprio in questa epoca, tra ellenistica e pompeiana, la civiltà stia facendo un passo molto importante per imparare – e vivere – che la ragione è internamente i tutti uniti dai valori (direi religiosamente: la compresenza), e il passo conta anche nella sfera politica e sociale, nella quale la “realtà di tutti” nel suo seno più elevato, si fa crescentemente presente. Acquisire ciò può essere importante quanto assicurare l’efficienza agli organi del potere.

Il fine dell’autogoverno. Le riserve che fa Norberto Bobbio circa una “democrazia diretta” sono da considerare attentamente: non si tratta di arrivare ad un’amministrazione permanente da parte della piazza anonima, calpestatrice, per di più, dei diritti delle minoranze e della presenza di opposizioni effettive. Il discorso che ho fatto è ben diverso, se parla, nella situazione concreta, di “aggiunte”, da stabilire instancabilmente. Ciò che io trovo inaccettabile è la saggezza di coloro che dicono: da che mondo è mondo, sempre pochi hanno governato, e non andate a cercare altro; se no avviene come all’università di Roma. Ha scritto Domenico Batoli nell’“Epoca” del 5 giugno: “L’autogoverno nel senso pieno della parola, la democrazia diretta, sono illusioni, specialmente nel mondo moderno. Scompaiono a poco a poco come istituti praticamente operanti anche da quegli antichi cantoni della Svizzera dove sopravvivono le assemblee popolari, ossia di tutto il popolo, direttamente deliberante. Una cosa, allora, importa più di tutto il resto: la presenza di una classe politica capace, onesta, equilibrata, non troppo cupida di potere, attaccata alla libertà e alla legge, che ponga chiaramente alla moltitudine degli elettori le diverse scelte sulle quali essa, col suo voto, deve decidere in piena indipendenza. Naturalmente, la libertà di questa scelta è limitata dall’attività della classe politica, che elabora i contrasti programmi secondo la propria interpretazione degli interessi nazionali e particolari, li spiega, li volgarizza, li diffonde con maggiore o minore abilità, e dovrà poi applicarli. Perciò, anche nella più larga delle democrazie, come fu dimostrato già moli decenni fa da grandi scrittori italiani, sono i pochi che governano e i molti che sono governati”.

Non è alla maggioranza caotica e dispotica che aprono il varco le “aggiunte” di cui parlo, perché tali “aggiunte” portano un infinito lavoro articolato e qualificato di addestramento, di esempio e anche di sacrificio (in nome della fede che il potere è di tutti: una fede!); né tali “aggiunte” vogliono impedire l’attuazione di quelle riforme di struttura, di quegli espedienti che sono stati indicati anche nella recente discussione (per esempio, il sorteggio, ipotesi di lavoro presentata da Ernesto Rossi, e che anch’io in altre occasioni ho sostenuto). Si tratta soltanto di riconoscere che ci vuole anche altro, e che non ci si può accontentare della speranza che venga una classe dirigente onesta e competente, correndo così il pericolo della sfiducia e del pessimismo: meglio assicurare forme di controllo, che aiutino ad essere onesto e competente anche chi stenta a diventarlo.
 

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