Direttore Valter Vecellio. 1 year 39 weeks ago
Ernesto Rossi

Il problema del “libera chiesa in libero stato”. Risposta a tre domande

L’articolo che segue è stato pubblicato su “l’Astrolabio”, la rivista diretta da Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi nel fascicolo n.41 del 16 ottobre 1966. 

Scrivo a nome di un gruppo di giovani di sinistra che si sono trovati in disaccordo su alcuni punti. Ecco di che si tratta. Il 31 agosto u.s. ai Giardini Margherita si è tenuta la manifestazione “Chitarre contro la guerra”; prima dell’inizio canoro un compagno comunista ha tenuto un breve discorso nel quale, criticando l’atteggiamento del governo italiano, ha detto tra l’altro: Questo governo che non solo non ascolta la voce del popolo che vuole la pace (nel Vietnam), ma nemmeno la parola del Pontefice, ecc.
Questo accenno piuttosto enfatico alla persona di Paolo VI ha diviso il nostro gruppo in tre pareri dissenzienti. I primi dicono che il Papa è in perfetta buona fede e che fa veramente tutto il possibile per la pace. I secondi dicono che il Papa non è né in buona né in mala fede, ma, come abitudine della Chiesa cattolica, fa una politica su due binari: da una parte non scontenta gli Stati Uniti, dall’altra mostra una faccia pacifista, che, in caso di insuccesso americano (diplomatico più che militare), gli consenta di mantenere rapporti non compromessi con i paesi comunisti. Questi secondi aggiungono che il papa non può fare di più perché incontrerebbe seria opposizione nella corrente reazionaria dei cardinali e inoltre che la finanza vaticana non è affatto onnipotente in quanto la odierna grande industria, in particolare quella americana, si autofinanzia senza più dover dipendere dagli istituti bancari. I terzi affermano che il Papa è decisamente in malafede, perché se volesse veramente la pace nel Vietnam, potrebbe fare molto di più, e cioè: 1) In Italia far cambiare indirizzo alla politica estera della DC e di conseguenza a quella del governo italiano. 2) Negli Stati Uniti togliere i capitali vaticani investiti nell’industria di guerra americana. 3) Nel mondo cattolico, emettere precise istruzioni a vescovi e cardinali, e tramite questi, a parroci e fedeli affinché si facessero pacifiche ma compatte manifestazioni a favore della pace. I cattolici sono parecchi milioni e,anziché in sterili processioni, si vedrebbero finalmente diretti verso ideali concreti di universale utilità.
Ora non vogliamo sapere chi di noi, a parer vostro, abbia ragione. Desideriamo soprattutto che ci aiutiate a documentarci sui tre punti messi in evidenza dal terzo gruppo e negati come difficili e impossibili, dagli altri due.
1) La DC è indipendente, gode di una indipendenza relativa oppure dipende assolutamente dalle direttive vaticane? Da quel poco che abbiamo potuto raccogliere pare proprio che, per le cose importanti, la DC abbia le mani legate.
2) Come è presente il capitale vaticano nell’industria vaticana (quantitativamente e qualitativamente)? Potrebbe l’industria americana (bellica in particolare) farne a meno senza risentirne? Su questo argomento ci hanno consigliato “Finanza vaticana” degli Editori Riuniti, ma finora non l’abbiamo trovato.
3) E’ indubbio che nell’alto clero vi siano correnti reazionarie, moderate e progressiste. Sono esse tali da poter eventualmente ostacolare o deviare la precisa volontà del Pontefice?

Bruno Cuppi, Bologna

Rispondo alle tre domande del giovane di Bologna:

1) Durante l’ultimo secolo la Chiesa cattolica ha imparato sempre meglio l’arte di esercitare il potere attraverso gli uomini che si chiamano “laici” soltanto perché – come diceva Salvemini – “non portano la sottana attorno alle gambe”: arte in cui era già maestra nel medioevo, quando condannava gli eretici, ma non si macchiava mai col loro sangue, lasciando al “braccio secolare” il compito di farli morire sul rogo. Il “potere indiretto” consente alla Santa Sede di raggiungere più facilmente tutti gli obiettivi che essa si propone, senza assumerne direttamente la responsabilità.

Il braccio secolare. La DC è oggi, in Italia, il “braccio secolare” della Chiesa. Chi, per convincersene, ha ancora bisogno di una documentazione può leggere l’ottimo libro di Domenico Settembrini “La Chiesa nella politica italiana, 1944-1963” (Pisa, Nistri-Lischi, 1964). Le vere sezioni elettorali della DC sono le parrocchie e le organizzazioni locali dell’Azione Cattolica; i suoi più efficaci propagandisti sono i sacerdoti che parlano dai pulpiti; i suoi candidati alle principali cariche politiche ed amministrative devono ottenere il placet delle superiori gerarchie ecclesiastiche; la maggior parte dei voti della DC vengono raccolti sotto la minaccia delle pene dell’inferno e con la promessa delle beatitudini del paradiso; su tutte le questioni nazionali ed internazionali più importanti la politica dei governi democristiani è perciò dettata dalla Santa Sede. Nessun democristiano (presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, parlamentare, amministratore locale, direttore generale nei ministeri, magistrato) oserebbe mai rifiutare una raccomandazione, un suggerimento, un consiglio, proveniente da un vescovo o da un cardinale. Il massimo che ci possiamo oggi attendere da un democristiano al quale venga richiesta di dar prova di “eroica obbedienza” alle gerarchie ecclesiastiche, rinunciando ai propri principi politici, per il bene di Santa Madre Chiesa, sposa di Cristo, è che – se gli viene chiesto qualcosa di troppo repugnante alla propria coscienza – abbandoni le cariche pubbliche e si ritiri a vita privata; ma neppure questa “mosca bianca” arriverà mai a denunciare pubblicamente le ragioni del suo ritiro. Gli episodi che provano la verità di queste mie affermazioni sono innumerevoli, anche se ci limitiamo a considerare il periodo che va dall’intervento massiccio della Santa Sede , dopo la “marcia su Roma”, contro il Partito Popolare, divenuto un ostacolo alla collaborazione col regime fascista (cfr. i capitoli II, III, IV e V del mio libro “Il manganello e l’aspersorio”, Parenti, 1958), alla così detta “operazione Sturzo”, per imporre al presidente De Gasperi la “unione sacra” con i monarchici e i missini nelle elezioni amministrative di Roma, nell’aprile del 1952 (cfr. le rivelazioni della figlia e della segretaria dello statista trentino, Maria Romana Gatti De Gasperi in “De Gasperi uomo solo”, Mondadori, 1964, pp.327-332). In pratica, perciò, hanno scarsissima importanza le divisioni esistenti all’interno della DC, fra destra, centro e sinistra; fra tambroniani, pelliani, scelbiani, gronchiani, fanfaniani, ecc. Gli stessi personaggi possono assumere le parti più diverse nella medesima commedia, a seconda della barba, della parrucca, della veste che fanno loro indossare i monsignori che, d’Oltre Tevere, tirano i fili e danno ad essi la voce.

La finanza vaticana. 2) Al di fuori di una ristrettissima cerchia di “iniziati”, legati fra loro dal vincolo del segreto ancor più di quanto lo sono i militari che conoscono le ultime esperienze sulle armi atomiche, nessuno è in grado di rispondere alla seconda domanda. Né la Santa Sede, né le banche del Vaticano, né le corporazioni religiose, né le istituzioni da esse dipendenti, hanno mai reso pubblico un bilancio delle loro entrate e delle loro spese, neppure dei miliardi che, per una ragione o per l’altra, sono riuscite a farsi assegnare dallo Stato per svolgere particolari compiti di assistenza. D’altra parte, le forme assunte dal capitalismo moderno (titoli azionari al portatore, investment trust, società a catena, depositi di cui resta ignoto il proprietario nelle banche dei paesi-rifugio, accordi clandestini fra i maggiori gruppi industriali e finanziari di tutto il mondo) rendono impossibile ai non iniziati di farsi un’idea, anche soltanto di larga approssimazione, sui movimenti di capitale e gli investimenti dell’Alta Finanza Internazionale. Non solo non si conosce come il capitale vaticano è presente nell’industria americana, ma non si conosce neppure come è presente nell’industria italiana. La indagine più seria sull’argomento è quella pubblicata dagli Editori Riuniti (che il giovane bolognese scrive di non essere riuscito a trovare) col titolo “La finanza vaticana in Italia” (Enciclopedia tascabile”, Roma, 1961); ne è autore un deputato comunista: Giovanni Grilli; ma neppure questa indagine consente di sollevare un lembo della pesante coltre che nasconde il patrimonio mobiliare della Chiesa nel nostro paese.

Si sa che oggi la Chiesa è una delle maggiori potenze finanziarie del mondo: ma – considerando che essa investe le sue colossali ricchezze in moltissimi paesi e nelle più diverse forme (specialmente le investe nei paesi i cui governi sono completamente succubi della Santa Sede e nelle società che esercitano i servizi pubblici in concessione ed ottengono più agevolmente privilegi doganali, fiscali, di forniture statali, ecc., da tali governi) – sembra assurdo pensare che il ritiro dei capitali vaticani dall’industria bellica americana potrebbe mettere quell’industria in gravi imbarazzi, ed indurre il governo di Washington a cambiare la sua politica estera. In confronto all’entità delle attuali spese militari degli Stati Uniti, il capitale vaticano nella sua industria bellica è come mezzo panino, gettato da un visitatore dello zoo nelle enormi fauci spalancate di un ippopotamo.

Reazionari e “progressisti”. 3) Il modo col quale viene da secoli scelta la classe dirigente della Chiesa cattolica (col sistema della cooptazione), ne garantisce il permanente carattere conservatore. Nelle più alte gerarchie ecclesiastiche non esistono, né possono esistere dei “progressisti”: esistono, invece, molti che, per ragioni di opportunità politica, fan finta di essere all’avanguardia nella comprensione delle esigenze dei nuovi tempi; ma il loro gioco è facilmente smascherato dalla posizione che tutti quanti assumono nei confronti dei regimi tirannici, anche dei più spietati, purché dimostrino di essere rispettosi “dei diritti della Chiesa” (vale a dire dei suoi privilegi feudali: preminenza delle autorità ecclesiastiche sulle autorità civili in tutte le questioni che “toccano l’altare”; immunità fiscale e mantenimento del clero cattolico con i quattrini di tutti i contribuenti; anche di coloro che appartengono a religioni diverse o sono miscredenti; scuola pubblica confessionale e riconoscimento a tutti gli effetti civili delle lauree rilasciate dalle università cattoliche; matrimonio indissolubile e regolato dalle norme del codice canonico, ecc., ecc.). Questi falsi progressisti permettono alla Chiesa cattolica di mostrare un volto liberaleggiante, bonaccione, e di assumere le difese degli umili e degli oppressi, quando le circostanze di luogo e di tempo lo consigliano, per accrescere il suo potere politico ed economico, e le consentono perfino di rivendicare dei meriti, come paladina della civiltà cristiana di fronte ai dittatori, con i quali essa ha più spudoratamente collaborato.

A costo di scandalizzare diversi miei amici della sinistra, aggiungerò anche che io non mi sono mai lasciato incantare neppure dal pontificato di Giovanni XXIII, perché conosco abbastanza la storia plurisecolare della Chiesa e i principi politici sui quali è basata la sua potenza; perché so che, per diventare papa, un cardinale deve aver dimostrato di possedere certe qualità politiche che, per mio conto, considero negative; perché non dimentico alcuni fatti avvenuti durante quel pontificato (la riabilitazione di Franz von Papen – uno dei maggiori responsabili dell’avvento del nazismo al potere e del suo consolidamento, ex vice cancelliere del III Reich al fianco di Hitler, condannato come criminale di guerra e liberato per l’intervento diretto del Vaticano – con la sua reintegrazione nella carica di cameriere segreto di Sua Santità, disposta il 19 gennaio 1959, dopo oltre vent’anni che il suo nome era stato cancellato dall’annuario pontificio; l’articolo “Punti fermi” – pubblicato certamente col consenso del papa, se non sotto la sua diretta ispirazione, sull’“Osservatore Romano” del 18 maggio 1960 – in cui veniva riaffermato che “il cattolico non può prescindere mai dall’insegnamento e dalle direttive della Chiesa, ma in ogni settore della sua attività deve ispirare la sua condotta privata e pubblica, agli orientamenti e istruzioni alla Gerarchia”; il discorso di esaltazione delle virtù patriottiche di Pio IX, realizzatore del “magnifico ideale” dell’unità italiana, e della saggezza dimostrata da Pio XI, concludendo con Mussolini i Patti Lateranensi che canonizzarono il regime fascista – discorso pronunciato durante l’udienza concessa l’11 aprile 1961 al presidente del Consiglio Fanfani -; la paterna benevolenza che anche Giovanni XXIII dimostrò verso il generale Franco, figlio dilettissimo di Santa Madre Chiesa; l’accoglienza che riservava anche lui all’on. Paolo Bonomi, dopo ogni “adunata oceanica”, dei Coltivatori Diretti, ecc., ecc.); e perché ricordo quello che scrisse Nicolò Machiavelli, parlando del pontificato di Alessandro VI:

Io non voglio degli esempi freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece altro, non pensò mai ad altro che ad ingannare uomini, e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermarsi una cosa, che l’osservassi meno; non di meno sempre li succederono li inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo. Ad un principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi ardirò dire questo, che, avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, intero, religioso, et essere; ma stare in modo edificato con l’animo che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario”.

La Santa Sede non ha certo avuto bisogno di apprendere da “Il Principe” queste spregiudicae teorie.

Socialisti e comunisti, che oggi vanno in brodo di giuggiole quando ricordano il Papa Santo (e continuano ad affermare che il suo breve pontificato ha segnato una “svolta” decisiva nel corso della politica della Chiesa, per cui quei pochi pazzi malinconici che ancora si preoccupano di difendere la laicità dello Stato dovrebbero dare prova di non avere alcun senso della storia, e di essere rimasti ridicolmente ancora al “vieto anticlericalismo” dei tempi di Garibaldi e del “Sillabo”) non credono neppure – come diceva Ferdinando Martini – al pan grattato: vogliono solo battere in ipocrisia i padri gesuiti per essere ammessi “alla pari” con l’autorizzazione delle superiori autorità ecclesiastiche, a partecipare al banchetto democristiano del sottogoverno.

Di tutti i regimi assoluti che permangono nel mondo moderno, quello della Chiesa è – a mio parere – il più antidemocratico, perché non riconosce ai fedeli alcun diritto di scegliere e di controllare i governanti, e perché è basato sui dogmi, sul timore dell’inferno, e sulla divinizzazione del capo infallibile. Ma anche i governi più assoluti e totalitari non sempre possono permettersi di trascurare completamente i sentimenti e gli interessi dei loro sudditi. In Italia la grande maggioranza del basso clero proviene dal proletariato ed è in continuo, immediato contatto con le classi diseredate: non si può, in conseguenza, escludere che le pressioni, provenienti dal basso clero possano, qualche volta, avere un’influenza in senso progressista sulle supreme gerarchie ecclesiastiche: ma se questo di fatto veramente avviene, e in quale misura avviene, nessuno di noi veri “laici” è in grado di stabilire.
 

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