Direttore Valter Vecellio. 1 year 30 weeks ago
Ernesto Rossi

Papi e comunisti

L’articolo che segue è stato pubblicato su “l’Astrolabio”, la rivista diretta da Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi nel fascicolo n. 44 del 6 novembre 1966.

Illustre Professore, mi riferisco alla Sua risposta a tre domande di un giovane di Bologna, apparsa sul numero 42 dell’“Astrolabio”. Non so se Lei si renda conto che nella Sua avversione per Giovanni XXIII Lei si trova in compagnia dei clericali più conservatori. A prescindere completamente dai motivi di inserimento nel mondo moderno che possono oggi ispirare alcune posizioni cattoliche ufficiali, credo che non si possa ignorare oggi che se i cattolici discutono con marxisti, neopositivisti, ecc., e su un piano diverso da quello della politica spicciola, questo si debba a Giovanni XXIII e all’Enciclica “Pacem in terris”. Sono invece completamente d’accorso con Lei quando afferma che poco si può sapere delle partecipazioni azionarie ecclesiastiche, ma questo è un effetto, come Lei insegna, almeno in Italia, della completa evirazione, ad opera della legislazione sull’imposta cedolare, della nominatività obbligatoria dei titoli azionari, più che del mancato aggiornamento dello schedario nazionale. Mi è gradita l’occasione per inviarLe i miei migliori saluti
Michele Jesurum

Caro Ernesto Rossi, mi dispiace doverLe scrivere – dopo averLa seguita con tanta ammirazione negli anni – per esprimerLe il mio profondo dissenso. Ma in un momento come l’attuale, con il dilagare della socialdemocrazia, con la DC che marcia a ranghi serrati, con il qualunquismo che annacqua ogni entusiasmo ed avvilisce ogni passione, penso che sia obbligatorio evitare ogni sterile polemica, capace di provocare soltanto nuove fratture, nuove incomprensioni nel movimento della sinistra, che sta segnando il passo. Lei ha scritto che “socialisti e comunisti vogliono essere ammessi al banchetto democristiano del sottogoverno”. E passi per i socialisti che alla tavola stanno seduti e nel torpore della digestione non comprendono più quanto accade intorno a loro, ma per i comunisti non lo trovo giusto. Comprendo il senso di fastidio che può provocare al vederli civettare con i cattolici, o meglio, con i preti (in quanto i primi sono la forza riflessa dei secondi: il braccio e la mente). E Lei poteva chiedergliene conto, poteva denunciarli, esigere delle spiegazioni. Ma – per scrivere quello che ha scritto – una penosa insinuazione che ha il valore di una precisa accusa – deve avere delle prove o dei sicuri indizi. Deve averli sorpresi con la bocca piena o con il braccio steso verso la tavola imbandita.

Ed allora ha il dovere di dirlo, di gridarlo a tutti (ed uno dei preghi dei suoi libri sta proprio nell’accurata documentazione ad ogni passo). Od altrimenti, la sua sarà stata una ennesima grave e gratuita frustata a questa nostra sinistra già tanto masochista. Un orfano dell’unificazione.
Gianfranco Adorno

Il fatto che – scrivendo contro il mito del “Papa santo”, avallato, per ragioni tattiche, dai socialisti e dai comunisti – mi trovi in compagnia dei clericali più conservatori, non mi preoccupa affatto: sono coincidenze che capitano spesso, in tutti i campi, a chi scrive sui giornali: così ad esempio, mi sono spesso trovato d’accordo col “Corriere della Sera” nel denunciare la sopravvivenza degli enti superflui, le pratiche camorristiche e lo sperpero del pubblico denaro da parte della burocrazia umana; so benissimo che il “Corriere” fa tali denunce per fini opposti ai miei (cioè per screditare qualsiasi intervento dello Stato nella vita economica, in favore della “libera iniziativa” dei padroni del vapore, di cui mai rivela le magagne, ed ai quali affiderebbe anche i più delicati servizi pubblici in concessione; mentre io vorrei rendere più onesta ed efficiente la pubblica amministrazione per farle assolvere compiti sempre più ampi, e perché possa controllare sul serio l’attività dei padroni del vapore, nell’interesse dell’intera collettività nazionale); ma questo non mi impedisce di dar ragione, su quelle particolari questioni, al “Corriere”; cerco soltanto di completare quel che il “Corriere” pubblica mostrando l’altra parte della medaglia e spiegando che “la libera iniziativa” del “Corriere” significherebbe “libertà di corsa” per i filibustieri dell’alta finanza e della grande industria.

Lo spartiacque della libertà. Non credo di avere mai manifestato una particolare avversione per Giovanni XXIII. Anzi, a dire la verità, come uomo, papa Roncalli mi era molto più simpatico di papa Pacelli e di papa Ratti. Giovanni XXIII ha dimostrato maggiore intelligenza dei suoi due predecessori perché ha capito che la Santa Sede avrebbe potuto ottenere molto di più – nella politica estera, nella finanza, nella scuola, nella pubblica amministrazione e in tutti gli altri campi – da un governo al quale avessero partecipato i socialisti, in posizione subordinata ai democristiani, di quanto avrebbe potuto ottenere da un governo di democristiani soli, o con la compagnia dei liberali, dei monarchici e dei missini, ma con i socialisti all’opposizione, al fianco dei comunisti. L’attuale governo di “centro-sinistra” si può ben dire una creatura di Giovanni XXIII.

La mia ostilità è verso tutti i papi, perché il papato è, a mio parere, il più pericoloso centro di coordinamento e di direzione di tutte quante le forze politiche reazionarie del mondo.

Lo spartiacque fra gli amanti della libertà e i suoi avversari corre oggi, per me, lungo la linea di divisione che separa i laici – i quali ritengono che la religione dovrebbe essere un affare privato – ed i clericali – che accettano che la Chiesa usi le sue “armi spirituali” a fini elettorali e dirige indirettamente la politica del governo e del parlamento, la scuola e la pubblica amministrazione.

Rivoluzionari e “separatisti”. In confronto all’importanza che ha ormai, assunto, nel mondo – specialmente per la potenza economica e politica della gerarchia ecclesiastica negli Stati Uniti – il problema dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa, tutti gli altri problemi di carattere costituzionale, economico ed amministrativo del nostro paese mi appaiono di importanza relativamente marginale. Un “rivoluzionario” che miri alla eliminazione della classe borghese e alla socializzazione di tutti gli strumenti della produzione, ma sia disposto a concludere con la Santa Sede un concordato, è per me molto alla destra dei leaders della “destra storica”, che ritenevano sacra la proprietà privata, ma volevano una netta separazione del potere civile dal potere ecclesiastico e facevano tutto quello che potevano per “contenere il clero nei limiti del santuario”.

Metto perciò nel mazzo dei reazionari anche quei dirigenti comunisti che vogliono mettersi d’accordo con la Santa Sede per assecondare la politica dei governanti sovietici, i quali – facendo pro’ dello slogan marxista: “la religione oppio dei popoli” – hanno realisticamente riconosciuto che dieci vescovi possono sostituire con profitto diecimila poliziotti.

Nel fascicolo del marzo-aprile 1945 della rivista “L’acropoli” (diretta da Adolfo Omodeo), Gabriele Pepe scrive:

Sturzo osserva che possono modificarsi le relazioni con gli stati esteri per loro iniziativa: tutto lascia prevedere che con la Russia specialmente la chiesa dovrà rivedere il suo sistema di relazioni, che oggi sono di ostilità. Pensa don Sturzo che, siccome già molti cattolici si trovano entro i confini dell’Unione Sovietica e molti altri se ne troveranno a guerra finita, potrà essere necessario alla Russia atea l’appoggio del Vaticano, per tenerli buoni. Può darsi, cioè, che secondo la tradizione degli Stati fondati sulla proprietà privata, anche lo Stato fondato sulla proprietà collettiva, che avrebbe dovuto rivoluzionare il mondo, ritorni alla politica della religione come instrumentum regni. Auguriamoci almeno che non si ripeta la storia del malconsigliato breve, con il quale Gregorio XVI abbandonò il cattolico popolo polacco alla reazione della Russia zarista”.

Il dispotismo provvidenziale. Parole che appaiono oggi profetiche se ricordiamo il voto determinante dei comunisti all’Assemblea costituente per l’approvazione dell’art.7 (col quale furono recepiti nella carta costituzionale i Patti Lateranensi, firmati – in nome della Santissima Trinità e per conto del popolo italiano, completamente inconsapevole – del miscredente Mussolini, per ottenere l’incondizionato appoggio della colossale macchina propagandistica della Chiesa), e se riflettiamo al significato del “dialogo” che i comunisti vogliono intavolare con i cattolici; della “mano tesa” continuamente dei comunisti per essere ammessi nella barchetta governativa, di tutto l’atteggiamento, dopo l’Assemblea costituente, più che conciliante dei dirigenti del PCI nei confronti del Vaticano (nonostante la scomunica del 15 luglio 1949 e il decreto estensivo di tale scomunica al 4 aprile 1959); degli ultimi accordi della Santa Sede con l’Ungheria e la Jugoslavia e – last but not least – se riflettiamo al significato dell’udienza, concessa nel giugno scorso da Paolo VI a Andrei Gromiko, ministro degli affari esteri dell’Unione Sovietica, recatosi in Vaticano come rappresentante ufficiale del suo governo.

Antonio Gramsci vedeva molto più lontano di quanto potesse immaginare, quando in un “quaderno” dal carcere scriveva:

Per “dispotismo” mentale la Chiesa intende l’intervento dell’autorità statale laica nel limitare e sopprimere i suoi privilegi – non molto di più: essa riconosce qualsiasi potestà di fatto e, poiché non tocchi i suoi privilegi, la legittima; se poi accresce i privilegi, la esalta e la proclama provvidenziale” (“Note su Machiavelli, Einaudi, 1952, p.238).

E, a proposito di questi privilegi, non sarà, penso, superfluo ricordare anche le parole pronunciate da Francesco De Sanctis l’8 luglio 1867 in un discorso alla Camera:

Io ho letto o signori – egli disse – in una trattazione diplomatica con la stessa Corte di Piemonte, un moto felice del cardinale Consalvi, il quale trattava per combattere tutte queste che si chiamano oggi “anticaglie”, alle quali allora si teneva moltissimo. Ebbene, il cardinale, che era uno degli uomini più fini di quel tempo, dopo aver leggermente indicate le altre questioni, dice: -Veniamo ora a quella che è la questione princeps, senza la quale non è possibile andare d’accordo nelle altre questioni; e la questione princeps, voi lo indovinate o signori!, è la questione del clero proprietario, è la questione dei beni ecclesiastici. Questo è lo scoglio su cui rompono le trattative. Né io sarò indovino dicendo che l’ostacolo, che si oppone in questo momento alla politica conservatrice, è una legge che si trova votata, ed alla quale noi ci siamo afferrati come ad una tavola di salvezza; è la legge del 7 luglio, è il limite dell’acquistare, del possedere, dell’amministrare, ed è in questo diritto che si racchiude tutto quello che si chiama la “libertà della Chiesa”.

Su tale terreno non è difficile, neppure per un governo dichiaratamente ateo, trovare una base d’accordo con la Chiesa cattolica.

Una questione di portafoglio. Per completare questa risposta al mio primo corrispondente, osservo anche che quel che egli chiama “la completa evirazione della nominatività obbligatoria dei titoli azionari” è una delle tante conseguenze della completa subordinazione dei governi democristiani (ed oggi del governo di centro sinistra) alla volontà del Vaticano. Ho spiegato le ragioni della intransigente opposizione del Vaticano alla nominatività obbligatoria nel libro “Padroni del vapore e fascismo” (Universale Laterza, 1966, pagina 91 e segg.) dove ho anche citato il giudizio che Benedetto Croce diede sulla politica vaticana, che nel 1922 “aprì le porte al fascismo, impedendo ogni ritorno di Giolitti al potere”.

Su di che – ricorda Croce in “Nuove pagine sparse” (Napoli, 1948, pag.59) – potrei aggiungere particolari come d’un colloquio che l’on.Porzio, sottosegretario alla presidenza con Giolitti, e a lui devotissimo, ebbe col card. Gasparri, che rudemente respinse ogni approccio d’intesa: quel che più aveva inferocito la Chiesa era la legge giolittiana sulla nominatività dei titoli al portatore, nei quali molto denaro degli istituti ecclesiastici era investito”.

Per l’”orfano dell’unificazione” aggiungo soltanto che non avrei potuto sorprendere i comunisti “con la bocca piena”, perché i comunisti non sono stati ancora “invitati a cena dallo zi’ prete”; ma bisognerebbe essere completamente ciechi per non accorgersi che i comunisti stanno, da anni, “col braccio teso verso la tavola imbandita”, continuando a chiedere, a supplicare o pretendere, a seconda del momento e delle circostanze, di essere ammessi alla compagine governativa, al fianco dei democristiani. In tutti i modi, se il sig.Adorno desidera delle prove di questo fatto, ne può trovare in abbondanza nel libro “La Chiesa nella politica italiana (1944-1963) di Settembrini, da me indicato nella risposta al giovane bolognese sull’“Astrolabio” del 16 ottobre u.s. Per mio conto tornerò sull’argomento nella prefazione a “Pagine anticlericali”, libro di imminente pubblicazione.
 

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