Direttore Valter Vecellio. 1 year 39 weeks ago
Achille Battaglia

L’articolo 104 e la magistratura

L’opuscolo è il 18esimo della serie pubblicata dall’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura, che si era costituita sotto gli auspici del Congresso Internazionale per la Libertà della Cultura, e si era data, per scopo, quello di “diffondere i principi definiti in un Manifesto agli intellettuali pubblicato a Roma il 1 dicembre 1951. Principi così formulati:
“Noi riteniamo che il mondo moderno possa proseguire nel suo avanzamento solamente in virtù di quel principio di libertà della coscienza, del pensiero, dell’espressione, che si è faticosamente conquistato nei passati secoli.
Riteniamo che, in quanto uomini e cittadini, anche coloro che professano le arti e le scienze siano tenuti ad impegnarsi nella vita politica e civile, ma che al di fuori delle tendenze e degli ideali politici e delle preferenze per l’una o per l’altra forma di ordinamento sociale e di struttura economica, sia loro dovere custodire e difendere la propria indipendenza, e che gravissime e senza perdono sia la loro responsabilità ove rinuncino a questa difesa.
E riteniamo inoltre che, nell’attuale periodo storico che ha visto e vede tanti sistematici attentati alla vita dell’arte e del pensiero da parte dei potenti del giorno, i liberi artisti e scienziati siano tenuti a prestarsi reciproca solidarietà e a confortarsi nel pericolo”.
Il testo di quell’opuscolo, stampato nel 1954, nulla ha perso della sua freschezza e attualità. Non è, dunque, solo un documento prezioso dal punto di vista bibliografico; è un testo di “ieri” che vale anche per l’“oggi”; e, si ha ragione di credere (e temere) per domani.

Il comando costituzionale dell’articolo 104 – autonomia e indipendenza del potere giudiziario da ogni altro potere dello Stato – postula la creazione del Consiglio superiore della magistratura, con i compiti stabiliti dall’articolo 105. Ma finora la mancata attuazione di questi comandi costituzionali è stata lamentata e discussa soltanto dall’Associazione nazionale dei magistrati, nei suoi congressi e sul suo organo di stampa: quasi che il problema riguardasse una sola categoria di funzionari ed i loro particolari interessi, e non già la generalità dei cittadini e una loro fondamentale garanzia di vita libera e civile.
Sotto questo secondo aspetto, la questione del Consiglio superiore della magistratura fu proposta alla discussione della Commissione giuridica dell’Associazione italiana per la libertà della cultura da Achille Battaglia nella seduta dell’8 gennaio 1954; ed è dello stesso Battaglia la presente relazione, presentata oralmente al Convegno tra magistrati ed avvocati che si è svolto a Roma, per iniziativa della Associazione nazionale magistrati e del Consiglio dell’ordine, il 15 maggio 1954.
Ai lavori di questo Convegno, che fu presieduto da Federico Comandini, presero parte il giudice Renato Angeloni, segretario generale dell’Associazione nazionale dei magistrati, con una relazione sul problema particolare del P.M. e delle sue guarentigie; e, con interventi di grande rilievo, i senatori Conti e Persico, il vice-presidente della Camera dei deputati Turgetti; il giudice della Corte Costituzionale Battaglini; Panfilo Gentile; il procuratore della Repubblica Ilari; ed altri. Ma anche a questo Convegno parteciparono quasi esclusivamente magistrati.

Noi riteniamo invece che la discussione di un problema importante come questo del Consiglio superiore della magistratura debba uscire dalla ristretta cerchia dei giuristi, ed impegnare l’attenzione dei più vasti settori della pubblica opinione quale fondamentale problema di libertà. Riteniamo perciò opportuno pubblicare la relazione di Achille Battaglia, redatta sulla scorta degli appunti stenografici che furono raccolti al Convegno dei magistrati e avvocati di Roma.

L’articolo 104 della Costituzione garantisce l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario da ogni altro potere dello Stato, da attuarsi per mezzo del Consiglio superiore della magistratura voluto dall’articolo 105. Ma a che scopo questa autonomia e questa indipendenza? Forse a costituire, a favore dei magistrati, prerogative e privilegi incompatibili con l’essenza stessa dello Stato democratico? O per assicurare, invece, alla generalità dei cittadini, quella garanzia fondamentale di libertà che è rappresentata dall’indipendenza del giudice singolo nella decisione delle controversie? Occorrerà fermare su questo punto la nostra attenzione, se vogliamo liberare l’argomento dalla maggior parte degli equivoci e delle prevenzioni recenti.

L’indipendenza dei tribunali fu sempre garanzia di libertà: ma ciò è particolarmente severo – diceva il Tocqueville – nei regimi di democrazia, “ove i singoli cittadini sono troppo deboli per difendersi da sé, e troppo isolati per contare sull’aiuto degli altri”. Ognuno di essi, sciolto dai mille legami che un tempo lo avvincevano e insieme lo difendevano, si è fatto sempre più estraneo al destino degli altri. Su di lui si innalza un potere immenso e tutelare, soffocatore e dolce, che provvede alla sua sicurezza, assicura la soddisfazione dei suoi bisogni, facilita i suoi piaceri, tratta i suoi affari e presiede sempre, arbitro immancabile, alla soluzioni delle controversie private. Ma tollera sempre meno, e impedisce come può, che altri si faccia arbitro delle controversie tra il cittadino ed i propri agenti. Quando il Potere allunga il suo braccio su di noi – per dirla con la frase colorata del De Jouvenel – e spinge i propri agenti a ghermirci nelle nostre case e nei nostri letti, per costringerci a fare o impedirci di fare qualche cosa, è sempre accompagnato da un apparato di costrizione così potente che consente facilmente ogni arbitrio. Si è perciò vanificato, o quasi, quell’istituto della “legittimità della resistenza” che fu già considerato una pietra angolare della civiltà liberale, mentre è divenuta impossibile quella resistenza dei “contropoteri” che caratterizzò lunghi periodi della civiltà europea.

Nello Stato di diritto, la difesa di tutti e di ciascuno, la libertà di tutti e di ciascuno, è soltanto nella legge, e nel giudice chiamato ad applicarla. Ma appunto per questo non esiste, nello Stato moderno, un altro problema di libertà che sia così grave e impegnativo come quello dell’indipendenza dei giudici dal Potere. David Hume, che di libertà si intendeva, è giunto a dire che in Inghilterra tutte le istituzioni hanno questo compito precipuo: “Tutto il nostro sistema politico, e ciascuno degli organi suoi, l’esercito, la flotta, le due Camere, e via dicendo, non sono che mezzi ad un solo fine: la libertà dei dodici grandi giudici di Inghilterra”.

Ma se tutto questo è vero – se il Consiglio superiore della magistratura vuole assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura soltanto per garantire, mediatamente, l’indipendenza del giudice singolo nell’applicazione della legge al caso concreto – è naturale che all’organizzazione di questa fondamentale garanzia di libertà siano addirittura più interessati i garantiti che i garanti: gli avvocati, per esempio, più ancora dei giudici. E consentitemi di ricordare a questo proposito che il primo giurista che parlò in Italia di Consiglio superiore della magistratura (o, quanto meno, il primo ministro che con la legge del 14 luglio 1907 ne realizzò l’organo, contenente in nuce l’attuale) non fu un giudice, ma un avvocato; e, precisamente, l’avvocato che ha presieduto fino a ieri il Consiglio dell’Ordine di questo Foto, e che salì giovanissimo a fama europea proprio per il suo trattato sulla teoria giuridica delle guarentigie della libertà. Al suo nome – al nome di Vittorio Emanuele Orlando – è altresì legata la legge del 24 luglio 1908 sulle guarentigie della magistratura, che costituì un passo decisivo su una via troppo brevemente percorsa. Poi, caddero le guarentigie dei giudici, e gran parte della loro indipendenza, con gli ordinamenti giudiziari del 1923 e del 1941. E quando si teorizzò del cosiddetto”Potere di governo”, come lo chiamò Rocco – e cioè un potere sovrastante a tutti gli altri, e da cui tutti dipendevano – le stesse armi ferirono l’indipendenza del giudice e la libertà del cittadino.

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