Direttore Valter Vecellio. 1 year 12 weeks ago

L'articolo 104 e la magistratura

Comandi costituzionali inattuati

Contro gli immensi pericoli di una magistratura in tal modo corrotta dal Potere, e ad esso asservita, la Costituzione della Repubblica ha dettato, tra gli altri, i seguenti comandi:
Art.101: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”.
Art.104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Art.105: “Spettano al Consiglio superiore della magistratura le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.
Art-107: “I magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”.

Sono trascorsi sei anni dalla pubblicazione di questi comandi. Come li abbiamo attuati?

Nel 1947 il presidente della Costituzione affermava che potevano anche concedersi proroghe alla riforma dell’ordinamento giudiziario, ma non poteva farsi altrettanto per la creazione del Consiglio superiore della magistratura, trattandosi di un organo costituzionale che avrebbe caratterizzato il nuovo tipo di Stato voluto dalla Costituente. L’osservazione merita di essere sottolineata. E’ estremamente importante, per esempio, che i magistrati non siano più distinti, tra loro, per il grado gerarchico raggiunto nell’inquadramento burocratico dello Stato, ma lo siano soltanto per le funzioni da ciascuno esercitate: e quando il nuovo ordinamento giudiziario attuerà il comando dell’art.107, i nostri giudici saranno finalmente liberati dalle preoccupazioni della carriera e dal nefasto fenomeno del carrierismo. Ma un nuovo Stato deve, innanzi tutto, costituire i propri organi. Vano sarebbe affermare l’autonomia del potere legislativo se non si provvedesse a creare il Parlamento, e non si togliesse così dalle mani dell’esecutivo il diritto di fare le leggi. Nello stesso modo, è vano collocare la magistratura tra “gli altri poteri dello Stato” se non si provvede a creare l’organo costituzionale che consenta e assicuri la sua autonomia.

Ma proprio questo è ciò che da qualche anno sembra volersi ostacolare. Nel 1949-51 il Centro nazionale d’azione per la riforma giudiziaria (che ebbe presidenti Enrico De Nicola, V.E.Orlando e Meuccio Ruini, per vice presidenti il capo dell’Associazione dei magistrati d’Italia e il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, e che fu composto dagli elementi più rappresentativi e competenti del Parlamento, della Magistratura, della Cattedra, del Foro e della Stampa), elaborò un progetto di legge per l’attuazione del Consiglio superiore della magistratura. Ma presentato al ministro Guardasigilli dell’epoca, esso non ebbe l’onore né di essere presentato al Parlamento per la sua discussione, e neppure di essere sottoposto alla deliberazione del Consiglio dei ministri per la sua preventiva approvazione.

Nello stesso periodo di tempo un’apposita Commissione ministeriale – nominata con decreto del 24 giugno 1949, presieduta dal Primo presidente della suprema Corte e composta anch’essa di illustri parlamentari e magistrati – elaborò un completo disegno di legge, sia per la riforma dell’ordinamento giudiziario vigente, sia per la creazione del Consiglio superiore. Questo disegno di legge fu accompagnato da una dottissima relazione che esaminava a fondo i problemi relativi allo stato giuridico dei magistrati, alle loro guarentigie, e alla loro disciplina; fu presentato al ministro Grassi, e ne prese addirittura il nome. Ma anche il progetto Grassi non fu sottoposto all’approvazione del Parlamento e, se non erro, non fu neppure delibato dal governo.

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