Direttore Valter Vecellio. 1 year 1 day ago

L'articolo 104 e la magistratura 8)

I rapporti col Parlamento

Quali sono, infatti, i problemi da affrontare? In sede di disquisizioni giuridiche si potrebbe parlare a lungo dei rapporti tra il potere giudiziario e gli altri poteri dello Stato. Ma in pratica, interessa soltanto stabilire quali debbono essere i rapporti tra il Consiglio superiore della magistratura e il Parlamento da un lato, e quali debbono essere i rapporti tra lo stesso Consiglio e il ministro della Giustizia dall’altro. Chi vorrà approfondire i due argomenti potrà utilmente rileggere le magnifiche relazioni presentate al Congresso nazionale dei magistrati di Napoli rispettivamente da Gaetano Azzariti e da Emanuele Piga. Ma il primo tema è facilmente esaurito, quando si ricordi che la Costituzione repubblicana assicura i rapporti del Consiglio superiore con il Parlamento attraverso due norme particolari, l’una positiva e l’altra negativa, contenute entrambe nell’art.104. Con la prima di esse di stabilisce che un terzo dei componenti del Consiglio è eletto dal Parlamento in seduta comune e che proprio tra i componenti nominati dal Parlamento deve essere scelto il vicepresidente di esso. Ciò dovrebbe sembrare sufficiente ad eliminare ogni pericolo di “casta chiusa” e di “Stato nello Stato”.

La seconda norma particolare stabilisce: “il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica”. Ciò dice che il Consiglio superiore non può rispondere dinanzi al Parlamento dei propri provvedimenti e delle proprie deliberazioni prese in nome e sotto la presidenza del Capo dello Stato: lo vieta espressamente l’art.90 della Costituzione. Ma, in coscienza, chi potrebbe desiderare diversamente? Chi può desiderare che delle assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari dei magistrati divenga arbitra una maggioranza parlamentare? Vogliamo dunque togliere dalle mani del ministro e del governo questo potente strumento di corruzione del giudice per affidarlo alla maggioranza del Parlamento: il che significa – per il modo in cui funziona attualmente l’istituto parlamentare – alla segreteria politica del partito di maggioranza?

Ho inteso avanzare una domanda: ma, dunque, il Parlamento non avrà alcun sindacato sull’operato dei magistrati? Bisogna essere espliciti nella risposta.

Se nel regime parlamentare inglese è ancora consentito che le due Camere, e particolarmente quella dei Lords, abbiano il diritto di avanzare esplicite petizioni al Re per la destituzione di un giudice che si sia mostrato inetto nell’adempimento delle sue funzioni, ciò deriva dal fatto che là il sovrano è ancora considerato il distributore della giustizia, e la nomina e le destituzioni del giudice fanno ancora parte delle sue prerogative. Ma già un secolo e mezzo fa un grande parlamentare come il Burke sentiva il bisogno di ammonire il Parlamento a giovarsi assai limitatamente di questo suo diritto, e diceva: “Noi siamo in una situazione molto onorevole per noi, e molto utile per il nostro paese, purché non abusiamo e non violiamo la fiducia in noi riposta”. E con ciò ricordava che in Inghilterra la maggior parte delle nostre questioni sono praticamente superate dal senso del limite e delle responsabilità che sembrano innati nei cittadini non meno che nei governanti di quel paese.

Ma la nostra Costituzione non ha voluto che i giudici vengano nominati dal Capo dello Stato, come diceva l’articolo 69 dello Statuto albertino, e demanda ogni questione concernente il loro stato giuridico al Consiglio superiore della magistratura. Viene dunque a cadere la ragione principale dell’intervento del Parlamento. Ma poiché, come dirò, il ministro della Giustizia ha il potere di promuovere l’azione disciplinare contro i giudici dinanzi allo stesso Consiglio, nulla vieta che, a sua volta, il Parlamento possa sollecitare il ministro all’esercizio di questo suo diritto e chiedergliene conto. Anche qui è questione di limiti e di responsabilità. Di regola, il sindacato sulle sentenze deve esaurirsi in sede giurisdizionale, attraverso i rimedi e le garanzie della impugnazione. Ciò non dice, tuttavia, che l’arbitrio del giudice non possa dare luogo a sanzioni a suo carico: che saranno soltanto di carattere disciplinare, se l’arbitrio non integri più grave violazione (e se ne è avuto recentemente l’esempio proprio in relazione ad una scorretta motivazione di sentenza), ma potranno essere anche di carattere penale quando risultasse violata la legge penale, ed allora la decisione spetterà al magistrato ordinario, con le speciali norme del codice di procedura penale.

Del resto, l’art.101 della Costituzione dice che i giudici sono soggetti alla legge, e non dice affatto che essi le siano superiori. Mi preme anzi ricordare, a questo proposito, un’altra norma costituzionale. Secondo l’art.28, tutti i funzionari dello Stato – e quindi anche i magistrati – sono direttamente responsabili secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti”. Io sono convinto, e vado da tempo sostenendo, che questa norma costituzionale imponga di rivedere la nostra legislazione, e soprattutto la nostra giurisprudenza, in ordine alla cosiddetta “immunità giudiziaria”: quanto meno, per ciò che riguarda la responsabilità colposa dei giudizi, nelle due ipotesi di negligenza e di inosservanza di legge che abbiano dato luogo alla violazione di una garanzia di libertà del cittadino. E’ questo un tema che esula completamente dal nostro. Ma non posso trattenermi dall’osservare che tanto più facilmente può consentirsi alla assoluta indipendenza della magistratura da ogni altro potere dello Stato, per quanto più decisamente il giudice singolo sia fatto responsabile di fronte alla legge comune e, almeno entro i limiti sopra indicati, venga mantenuto soggetto all’efficace sindacato dei privati interessi.

8) Segue
   

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