Direttore Valter Vecellio. 1 year 1 day ago

Dialogo sul Movimento di Liberazione della Donna - Intervista a Liliana Ingargiola

SOMMARIO: La storia del Movimento di Liberazione della Donna raccontata da una delle sue fondatrici. Le lotte condotte come movimento federato al Partito radicale e la "sfederazione" del 1978. Da “Memoria”, rivista di storia delle donne, 1 febbraio 1987, Ed. Rosenberg & Sellier, Numero monografico sul movimento femminista negli anni 70)

Piattaforme di princìpi ed obiettivi, statuti, prese di posizione su diversi e specifici temi di lotta politica, documenti, articoli relazioni congressuali, semplici volantini ciclostilati... tanti spezzoni che intrecciano il tessuto della memoria del Movimento di Liberazione della Donna, uno dei primissimi gruppi organizzati presenti sulla scena italiana (il Mld, a differenza di altri collettivi femministi avrà un'articolazione nazionale) fin dagli inizi degli anni '70. La necessità e il bisogno di trasformare questa memoria in una storia di senso, capace di rintracciare e leggere i nessi di un percorso e la ragione dei cambiamenti che porteranno all'atto ufficiale della sfederazione dal Partito radicale, nella cui area era nata la spinta alla sua formazione si manifestavano nel Mld forse già a partire dal '76. Fu questo l'anno dell'occupazione dello stabile di via del Governo Vecchio, che si rivelò da subito un evento estremamente importante per il Mld romano che l'aveva attuato. Come si comprenderà pienamente e si dirà in seguito, un fatto che segnò una linea di confine tra un prima e un dopo, perché Governo Vecchio fu non solo lo specchio ma anche l'acceleratore di un'evoluzione e di una crescita in atto.

Tuttavia soltanto negli anni che seguirono la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, necessità e bisogno divennero consapevolezza e urgenza: in parte ciò derivava da una convinzione, condivisa e diffusa tra le donne, che elaborare e scrivere la propria storia significava capitalizzare la memoria, renderla spendibile sul piano personale e collettivo; in parte perché un certo modificarsi della comunicazione fra donne imponeva una verifica del qui e ora del gruppo, in prima istanza attraverso una rivisitazione ed un analisi dei processi che lo avevano attraversato.

L'obiettivo quindi, prima ancora che di rendere gli avvenimenti cronologicamente esatti, era di sistematizzarli in un insieme significante. Un'operazione indispensabile perché il Mld, sia pure trasformato profondamente, è oggi ancora un gruppo politicamente vivo, uno dei dieci che ha portato avanti la lunga trattativa con il Comune di Roma per ottenere una sede politica più idonea dell'ormai pericolante ed invivibile stabile di via del Governo Vecchio. Negli ultimi anni il progetto di una storia compiuta ha lentamente trovato modalità di attuazione: il primo passo è stata la ricerca e la raccolta paziente a volte con esiti poco confortanti di materiale di documentazione in parte disperso nelle raccolte personali delle compagne del Mld, in parte accumulato senza criteri ordinatori: vale per tutti l'esempio delle date mancanti su dattiloscritti e ciclostilati anche significativi, ma a distanza di tanto tempo faticosamente ricollocabili nel loro preciso contesto.

Un lavoro interrotto spesso da urgenze di ordine politico come la trattativa per la nuova sede o di ordine soggettivo le stanchezze, le carriere, le scelte di vita; o urgenze, politiche e soggettive contemporaneamente, come spesso accade oggi alle donne. Un lavoro tuttavia mai tralasciato, di cui la presente intervista è una sorta di estrapolazione, e non una »memoria selvaggia, affidata esclusivamente ai ricordi personali con il semplice input di un metodo per associazioni. La scelta della forma intervista è sembrata funzionale a tener presente, attraverso la formulazione di domande che a volte sembrano scontate, quanto di non conosciuto c'era e c'è in questa esperienza; quanto ha dato luogo allora e in parte anche oggi, a interpretazioni e fraintendimenti che via via (passata la fase dei dissensi aperti) si sono sovente trasformati in una sorta di cancellazione o di rimozione del Movimento di liberazione della donna nella memoria degli altri gruppi femministi: quasi che il »peccato d'origine della nascita (il non separatismo, la federazione al Partito radicale) non riuscisse ad essere cancellato nemmeno di fronte all'evidenza delle scelte diverse progressivamente compiute.

La memoria soggettiva di una delle testimoni e interpreti della vita del Mld sin dagli inizi, è stata il filo conduttore di tutta l'impresa della ricerca e della documentazione, rivelandosi una solida guida nel riattraversamento della memoria oggettiva.

L'intervista non costituisce il riattraversamento di tutto il fenomeno Mld - tutte le battaglie, tutti gli obiettivi perseguiti negli anni, tutti i passi del percorso bensì quello di eventi che riescono a dare il segno di un lento ma incontrovertibile processo di cambiamento. A determinare il quale, sul piano interno, sono stati in varia misura tutti i gruppi presenti in moltissime città e collegati in un sistema interattivo di rapporti entro cui confluivano le specificità e le differenze di ciascuno.

Marinella Cucchi: La tua presenza nel Movimento di liberazione della donna risale ai primissimi tempi: la tua è quindi una memoria delle origini e, anche, dei meccanismi che portarono alla sua costituzione. Sarebbe interessante capire che cosa spinse il Partito radicale verso la tematica di questa specifica “liberazione”.

Liliana Ingargiola: Sono entrata a lavorare nel Partito radicale - pur non iscrivendomi per molto tempo nel '68, quando il Movimento di liberazione della donna non era ancora costituito. Il mio approccio con questa area politica fu del tutto casuale; avevo conosciuto alcuni giovani radicali che come me utilizzavano il periodo pre-elettorale per guadagnare qualcosa spedendo, in una agenzia democristiana, materiale propagandistico dei candidati di Forze Nuove.

Erano una decina di studenti, tutti più o meno in odore di rivoluzione o come minimo, di contestazione della famiglia. In seguito molti di questi sarebbero stati protagonisti anche importanti della politica, del giornalismo e di esperienze anti autoritarie in campo educativo... Roberto Cicciomessere, Giuliana Del Bufalo, Rita Di Gioacchino, Marcella Facchin... Per me fu un incontro determinante: provenendo da una famiglia proletaria, di sinistra ma molto tradizionale, il dibattito privilegiato di quel periodo tra i radicali la liberazione sessuale, la lotta ad ogni tipo di oppressione dentro e fuori la famiglia - incontrava il mio bisogno di chiarezza e di ricerca. Il Movimento di liberazione della donna nacque dopo una serie di conferenze a tema tenute nel '70 da Massimo Teodori, Alma Sabatini e altri, in un seminario di lavoro politico sulla liberazione della donna. L'occasione era stata data da Teodori che, tornato dall'America, aveva riportato all'interno del Collettivo radicale per la lotta contro la repressione sessuale e contro le istituzioni psichiatriche, materiali e informazioni politiche sul movimento femminista americano.

M.C.: Quale era l'obiettivo del gruppo? Dietro questa iniziativa c'era una strategia politica del Partito radicale?

L. I.: No, all'inizio nasceva da un interesse politico culturale del gruppo: l'idea era di portare anche in Italia ciò che in America era esploso da alcuni anni. Le donne manifestavano chiedendo il diritto all'aborto e compivano gesti simbolici - come il falò dei reggiseni a Chicago per denunciare le immagini stereotipate di un »femminile prodotto dalla cultura maschile; erano apparsi i primi testi significativi come "Orgasmo vaginale, orgasmo clitorideo"; Betty Friedman e Kate Millett erano figure emergenti del Movimento femminista americano... In Italia invece c'era ancora poco: a parte il Gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale) presente già nel '67, vi erano solo alcune donne che cominciavano a riflettere collettivamente sulla propria condizione di sesso, all'interno della sinistra extra parlamentare e del movimento studentesco. Tra questi gruppi, il Cerchio Spezzato di Trento e Rivolta femminile.

M.C.: Si può dire allora che le conferenze del gruppo radicale non si inserivano in un movimento italiano configurato, ma si collocavano in un momento storico segnato da lotte antiautoritarie al cui interno le donne cominciavano a svelare l'oppressione di sesso. Quale risonanza, al di là dell'area radicale, ebbe questa iniziativa?

L. I.: Le conferenze videro la partecipazione inaspettata di moltissime donne, tra le quali alcune delle future protagoniste del femminismo romano, come Carla Accardi, Julienne Travers, Elvira Banotti, Lorenza Mazzetti, Viola Angelini...Oggi possiamo dire che era il momento giusto. L'interesse suscitato, e l'accalorato dibattito che accompagnava le conferenze, fecero intuire al gruppo promotore la possibilità della costituzione di un movimento di liberazione della donna. Con questo obiettivo si iniziò a lavorare intorno ad una bozza di piattaforma e di statuto per quello che sarà il Mld (Movimento di liberazione della donna). Ma qui ci fu il primo scoglio: per le donne interessate al progetto e che si erano impegnate nella stesura di un atto che andava a fissare i principi fondanti di un movimento nascente, sorse la questione della federazione al Partito radicale. Di fatto, questo era un punto irrinunciabile per il gruppo radicale promotore, che si scontrava con la posizione di Julienne, di Elvira e di alcune altre per le quali già da allora era chiara la necessità di autonomia di un movimento di donne.

M.C.: La forma della federazione che veniva proposta dai radicali era, rispetto alla cultura politica di allora, un fatto nuovo proprio in termini di autonomia. Forse per questo, l'idea diversa che esprimeva quel gruppo di donne non veniva colta: ma che cosa era in concreto la federazione per il Pr?

L.I.: Occorre ripensare a quel periodo: la riflessione sullo specifico donna era appena cominciata sia dentro che fuori l'area radicale. Tra l'altro, pochi erano gli uomini e le donne del partito che si impegnavano in questo progetto, e già proporre un movimento di donne anziché una commissione femminile radicale era un dato politico originalissimo (non a caso nella vita del Mld la domanda ricorrente era sul significato di federazione). Il dato caratterizzante la cultura politica radicale era quello di una liberazione dell'individuo da tutte le oppressioni: il che si traduceva in una organizzazione non rigida di movimenti federati fra di loro »per la costruzione alternativa e globale di una società di liberi e di uguali. Quindi la federazione era concepita come una forma di sostegno politico tra i gruppi che non limitava l'autonomia di ciascuno né interferiva sugli obiettivi e sui metodi specifici di lotta, purché fossero all'insegna della non violenza. Tutto questo rendeva difficile allora la comprensione da parte del Pr, dell'esigenza di autonomia, che oggi definiremmo separatista, espressa da quelle poche donne. Lo stesso Mld ribadirà, ancora nel '75, nella mozione finale del II Congresso, quando già molte cose stavano cambiando, “...il Movimento di liberazione della donna, che ha un suo specifico ed autonomo campo di lotta, rappresenta un momento storico di un più generale movimento di lotta di tutti i gruppi oppressi, per la loro liberazione (che siano essi oppressi per ragione di classe, di razza, di sesso, o di età) e di tutti gli emarginati e i diversi” (Mld, 1975).

M. C.: Questo scoglio dell'autonomia a che cosa portò?

L.I.: A un esito inevitabile; le donne che avevano pensato possibile la costruzione di un movimento di liberazione della donna, accettando di lavorare sulla piattaforma in questo gruppo radicale che pure comprendeva gli uomini si dissociarono dal progetto. Su questo continuarono invece a lavorare le donne radicali, che facevano parte del collettivo per la lotta contro la repressione sessuale e le istituzioni psichiatriche. In quel periodo la mia presenza era di osservazione e registrazione di quanto accadeva: non avevo ancora gli strumenti per una presa di posizione in merito. Penso che la differenza fra autonomia e federazione non apparve da subito a tutte sia perché i livelli di analisi delle donne allora non erano raffinati, sia perché l'atipicità di presenza dei radicali nel panorama politico del tempo - più movimentistica che partitica, con obiettivi politici quali la lotta alla oppressione sociale e repressione sessuale (tema del convegno organizzato a Roma dal Pr già agli inizi del '68 per lanciare iniziative sui diritti civili: divorzio libertà religiosa, controllo delle nascite...) li faceva sembrare non incongruenti con un progetto di liberazione della donna.

M.C.:Questa “uscita” avvenne poco prima del I Congresso del Movimento di liberazione della donna del 1971: come si arrivò al Congresso costitutivo?

L.I.: Il Congresso fu in realtà l'atto finale, il punto di arrivo di un lavoro fatto per tutto l'arco del 1970, anche insieme alle donne che poi posero la questione della federazione: seminari, assemblee, costruzione della piattaforma. Comunque quel gruppo di uomini e donne radicali che credeva nella possibilità di costituire un movimento di liberazione della donna federato al Partito Radicale continuò a lavorare per questa ipotesi, dopo quella “uscita”, organizzando il Congresso. Diffondere le informazioni necessarie per far conoscere l'iniziativa alle altre donne non fu nemmeno tanto difficile. Il clima politico di allora permetteva l'uso dei mezzi di comunicazione della radio, dei giornali; c'era soprattutto una disponibilità ad accogliere e diffondere nuove idee come quella della liberazione sessuale e della donna. Di questo parlavano anche i gruppi marxisti leninisti e più generalmente tutti i gruppi della sinistra extra parlamentare, ma come di un fatto secondario, sovrastrutturale rispetto all'obiettivo privilegiato di un mutamento dei rapporti di produzione in una società capitalistica.

La nostra iniziativa e il nostro tipo di analisi portarono al Congresso circa trecento persone, in maggioranza donne; in minima parte militanti della sinistra tradizionale che sentivano assenti i loro partiti su questo fronte, per il resto, donne della piccola e media borghesia, molte erano insegnanti - vicine all'area radicale perché sollecitate dalle battaglie per i diritti civili. Il senso della proposta del Congresso passava attraverso un principio: “...lottare contro e superare la specifica oppressione delle donne attraverso la liberazione dal sistema patriarcale, ponendosi nell'ambito del più generale movimento che tende alla disgregazione del potere e dei poteri per una più autentica liberazione umana” (Mld, 1971).

M.C.: Il Congresso ovviamente propose come base del dibattito la piattaforma dei principi ed obiettivi su cui avevate lavorato, quale effetto produsse in termini di dinamica congressuale, quali adesioni o quali contrasti?

L.I.: Prima ancora di arrivare a discutere la piattaforma e i suoi contenuti, la presenza degli uomini in sala e sul palco scatenò l'irritazione e la contrapposizione di gruppi di donne tra queste vi erano le donne di Rivolta femminile e del gruppo di Trento venute appositamenteper contestare un movimento di donne che prevedeva già dalla piattaforma la coesistenza al suo interno di entrambi i sessi e per mettere in discussione lapossibilità di confrontarsiinsiemeagli uomini sulla “questione donna”. La richiesta di espulsione degli uomini dalla sala fu durissima e suscitò momenti di alta tensione e disorientamento da parte nostra: accettammo di far scendere gli uomini dal palco ma non per estrometterli dal dibattito, perché quella allora non era la nostra ipotesi politica: il nostro percorso e la nostra elaborazione erano diversi. Ciò provocò l'abbandono del Congresso da parte dei gruppi che avevano provocatoriamente tentato di far scoppiare proprio la nostra ipotesi, contestando anche la sigla che avevamo scelto: noi potevamo essere una delle possibili espressioni di un movimento di liberazione, non il movimento di liberazione della donna. Il giorno successivo fu più semplice discutere, non ci furono altre contestazioni e si arrivò a sancire la nascita del Mld, aperto a donne e uomini e federato al Partito radicale.

M.C.: Quale tipo di organizzazione uscì dal Congresso per tradurre in battaglia politica gli obiettivi che vi eravate dati? E nello specifico quali erano questi obiettivi?

L.I.: Il Mld ebbe da subito una struttura agile e nuova rispetto ad un modello di organizzazione politica di tipo tradizionale. Si costituì una segreteria nazionale di raccordo tra i collettivi che nel frattempo si erano formati in altre città o si stavano formando la bozza di piattaforma circolò prima del congresso costitutivo attraverso Notizie radicali -, una tesoreria e un consiglio federativo, come espressione di tutti i collettivi. I quali, inizialmente, nacquero su tutto il territorio nazionale soprattutto laddove era presente il Partito radicale; successivamente e questo è stato il dato più interessante - molti gruppi Mld si formarono dichiarando di condividere la piattaforma ma non avendo alcun riferimento politico nel Pr. Gli obiettivi concreti nascevano dall'analisi elaborata nella piattaforma, che collocava l'oppressione femminile nell'ambito economico, psicologico e sessuale: già in sede di Congresso si erano individuate le battaglie da portare avanti e le modalità delle iniziative. L'informazione e la distribuzione dei mezzi anticoncezionali, la liberalizzazione dell'aborto, la contestazione dei programmi scolastici sessisti, la socializzazione dei servizi del lavoro domestico, l'istituzione di asili nido antiautoritari... Attraverso le forme della disobbedienza civile, delle iniziative di legge popolari o dell'appoggio ad alcuni disegni di legge parlamentari (Mld, 1971). Circa sei mesi dopo emerse un primo problema interno. Alma Sabatini ed altre donne che avevano aderito nella fase congressuale chiesero che si prevedessero spazi di autocoscienza di sole donne all'interno del Mld: gruppi “separati”, che comunque non intendevano mettere in discussione la federazione al Pr. In apparenza la richiesta non risollevava la questione della presenza maschile dentro un movimento di liberazione della donna così come era avvenuto in precedenza - ma evidentemente non sfuggiva a Massimo Teodori e a tutto il gruppo promotore originario che questo poteva riproporsi di lì a poco in maniera più forte. Così la discussione si radicalizzò e in una riunione drammatica si formarono due schieramenti opposti: ne derivò che Alma e altre compagne decisero di abbandonare il Mld. L'anno seguente questo gruppo insieme al Collettivo di lotta femminista di via Pompeo Magno, a gruppi di Rivolta femminile e a moltissime altre donne, costituì il “Movimento femminista romano”, durante un'affollatissima assemblea alla sala Beloch. Riletta oggi, questa separazione appare un avvenimento importante perché fu il primo segnale, non colto allora, di una contraddizione interna al Mld che per quelle compagne non era più riassorbibile. Un fatto da sottolineare è la non riflessione sul significato politico di questa »uscita da parte del collettivo romano del Mld: non ci chiedemmo cosa aveva portato Alma Sabatini a compiere questa scelta pochi mesi dopo la stesura a cui aveva contribuito attivamente di una relazione in cui si affermava: “...noi vogliamo incontrarci e scontrarci quotidianamente con i nostri compagni perché sappiamo che anche essi sono dialetticamente uniti a noi nel processo di liberazione” (Mld, 1971). Certamente ciò derivava dal fatto di essere in una fase in cui era forte la convinzione della originalità di una formula politica quella radicale che era riuscita a individuare tra i vari poteri che opprimono l'individuo anche quello patriarcale. Oltre ad essere stato esplicitamente dichiarato, questo veniva vissuto da noi come una sorta di garanzia della estraneità del »maschio radicale da tale logica.

M.C.: Il rapporto tra Mld e Partito radicale si basava quindi su una tensione ideale e politica comune e si traduceva in una formula organizzativa federale che consentiva autonomia dentro un “sistema”. Che cosa significava questo nel rapporto politico concreto? Ci furono forme di verifica, se non di controllo, sulle decisioni che via via prendeva il Mld?

L.I.: Certamente non di controllo: mai ci sono state riunioni congiunte con il partito radicale per discutere le scelte e le iniziative di Mld. Nel gruppo alcune donne avevano anche una militanza radicale e allo stesso modo nei primi tempi gli uomini, come Giorgio Spadaccia, Roberto Cicciomessere, Massimo Teodori, Giovanni Troianiello, erano presenti in quanto militanti del Mld, non in quanto Partito radicale. Dunque, si trattava anche per loro di una doppia militanza, non di una presenza di controllo. L'unico momento di confronto politico tra il Pr e il Mld era il congresso radicale. Congresso di iscritti e non iscritti - gli uni e gli altri con diritto di parola e proposta politica, ma solo i primi con diritto di voto in cui si decidevano le iniziative radicali dell'anno successivo. In quella sede il Mld aveva la possibilità di incidere sulla politica radicale attraverso le sue proposte e il voto delle proprie militanti iscritte anche al partito. Per quanto riguarda il consiglio federativo radicale, qualsiasi gruppo federato, compreso quindi il Mld, aveva due suoi delegati a garanzia dell'attuazione del programma deciso dal congresso; non avveniva il contrario: nessun delegato del Pr era presente come tale al congresso e al consiglio federativo del Mld.

M.C.: Il Mld portò avanti iniziative concrete di lotta che diedero conto all'esterno di questa presenza organizzata di donne fin dal primo anno della sua costituzione?

L.I.: A maggio del '71 ci fu la nostra prima manifestazione contro la giornata della mamma. Denunciavamo una festa inventata dal mercato che in qualche modo riproponeva le donne in un ruolo rassicurante e nascondeva le difficoltà di una vita subordinata ad una scelta politica della maternità. Era l'epoca in cui si scoprì che nell'Istituto Onmi diretto da suor Diletta Pagliuca si tenevano ragazzi incatenati al letto, nutriti con scatole avariate, curati con medicinali scaduti; una situazione che evidenziava contemporaneamente istituzioni degradate e maternità non scelte. Daniela Colombo una delle primissime donne che pur non essendo del partito radicale aveva aderito al congresso Mld e si era proposta da subito per un impegno di responsabilità nella segreteria aveva fatto stampare alcune gigantografie rappresentanti l'orrore di quella realtà, con le quali sfilammo in un corteo di circa dieci donne, tra loro incatenate, dalla sede del Pr fino alla sede dell'Onmi. Fu quello l'inizio delle manifestazioni testimonianza; poco dopo cominciammo a raccogliere le prime autodenunce per aborto e le firme per una legge di iniziativa popolare per la liberalizzazione dell'aborto ed una maternità libera e consapevole, che ci portò in tutti i quartieri di Roma, a contatto diretto con una quotidianità di donne e di uomini da cui traspariva la realtà drammatica dell'aborto clandestino e della maternità subita. Di fatto la nostra visibilità sulle piazze portava allo scoperto i problemi che le donne vivevano nella più completa solitudine. La sessualità nella maggior parte dei casi si rivelava essere una condanna: “...fortunate quelle che avevano un marito "attento"...”. Soprattutto la raccolta di firme su un tema come l'aborto mise in evidenza una nostra parola specifica di donne che con le altre condividevano il dramma di una scelta vissuta nella pelle. I compagni presenti nel Mld forse sentirono di poter avere solo una presenza silenziosa e fu questo che probabilmente li indusse, in breve arco di tempo, a non essere più presenti nemmeno alle riunioni del collettivo.

M.C.: Il terreno dell'aborto fu fondamentale per il Mld come d'altra parte per tutto il movimento femminista: non solo perché sull'aborto si concentrava la vostra analisi (“...l'aborto è una lotta necessaria e imprescindibile al fine di restituire alla donna il diritto di disporre liberamente del proprio corpo...”) e quindi le iniziative valutate necessarie; ma anche perché su questo punto si innescano particolari meccanismi interni al gruppo e certamente anche dinamiche nei rapporti con i gruppi e i collettivi che lavorano sullo stesso problema. Considerati in quest'ottica, dopo i primi interventi nei quartieri di Roma, quali furono gli eventi che ritieni significativi?

L.I.: Il 1973 fu un anno molto importante per la battaglia sull'aborto: come Mld decidemmo di raccogliere insieme al Pr le firme necessarie per indire un referendum abrogativo di quegli articoli del Codice Rocco che criminalizzavano l'aborto. Nel frattempo il femminismo si mobilitava intorno al processo di Gigliola Pierobon: durante un'udienza alcune donne tra cui Alma Sabatini si autodenunciarono per lo stesso reato commesso dall'imputata: l'aborto. Immediatamente dopo a Roma, con tutte le donne impegnate su questo fronte, comprese quelle della nuova sinistra, iniziammo una serie di incontri per tentare la via di una autodenuncia allargata, collettiva e per ricercarne le modalità di attuazione. Non si riuscì a trovare un accordo e quindi decidemmo di raccogliere con il Pr i nominativi di donne che denunciavano di aver abortito e di uomini che denunciavano di aver aiutato ad abortire. Cento-ottantasette nominativi vennero pubblicati con grande rilievo su “Liberazione”, il quotidiano radicale che ebbe breve vita e poi sulla stampa in generale, quindi indirettamente resi noti alla magistratura. Ciò diede un carattere durissimo all'iniziativa perché richiedeva di mettere in gioco la propria libertà personale, il proprio lavoro, la propria immagine e anche all'interno del Mld non tutte furono disposte a farlo. Nel '74 il settimanale “Amica” decise di riprendere l'iniziativa promuovendo un referendum tra le lettrici a partire dalla domanda: “condanneresti queste persone che hanno abortito o che hanno aiutato ad abortire ?”. Circa il 99% delle lettrici diedero una risposta di non condanna; questo fatto ci rivelò che le donne “qualunque” anche quelle che forse non avrebbero accettato di autodenunciarsi riconoscevano apertamente di essere coinvolte in prima persona nel problema; in altre parole di aver abortito o di essere disposte a farlo. Contemporaneamente alle nostre denunce, si apre un altro fronte di provocazione sull'aborto: a Milano, nel settembre del '73, entra in funzione una clinica Cisa (Centro informazione sterilizzazione e aborto) diretto da Adele Faccio, che dichiaratamente pratica aborti con il nuovo metodo per aspirazione Karman e si federa al Partito radicale. Per noi Mld questo fu il segno che la lotta si stava radicalizzando; tuttavia eravamo ancora convinte che a noi spettasse un ruolo meno specializzato e più complessivo per la liberazione della donna, di cui l'aborto era uno dei nodi, non l'unico. In fondo proprio la presenza del Cisa consentiva di mantenere queste scelte e questa divisione di funzioni. Fu con la venuta in Italia di alcuni esponenti del Mlac (Mouvement pour la liberté de l'avortement et la contraception) per far conoscere la loro esperienza di lotta in Francia sull'aborto e la loro pratica di interruzione di gravidanza che si mise in moto nel Mld una riflessione sulla possibilità di nuovi fronti di intervento. Seguirono alcune riunioni con quei collettivi femministi romani che erano impegnati sul fronte aborto, per verificare l'ipotesi di formazione di un Mlac italiano: a noi del Mld sembrò che il nodo più grosso fosse quello della clandestinità. Infatti l'aborto per aspirazione, che consentiva una pratica allargata al di là della classe medica e in questo senso vedevamo possibile una nostra pratica per diventare un atto politico esplosivo di “disobbedienza civile” doveva rientrare in una logica di autodenuncia. Su questo principio fummo in minoranza: gli altri gruppi costituirono il Crac (Comitato romano aborto e contraccezione), che cominciò a praticare gli aborti clandestinamente mentre noi entrammo nel »consultorio aborto Cisa apertosi a Roma, nella sede del Pr impostato secondo una pratica di self help. Fu un'esperienza nuova anche se non scegliemmo di praticare gli aborti ma solo di condividere con il Cisa, oltre alle responsabilità legali, quella parte di lavoro con le donne preliminare all'interruzione di gravidanza: da un lato le informazioni di tipo consultoriale, dall'altro le motivazioni del significato politico di quel luogo e di quell'iniziativa così provocatoriamente illegale. Alla fine del '75 il Mld di sua iniziativa aprì in una sede separata dal Partito radicale, un consultorio di informazione contraccettiva e sulla sessualità, stampò un testo a fumetti "Se non vuoi rimanere incinta", e il libro "Aborto facciamolo da noi". Da questa esperienza maturò la decisione di aprire un rapporto privilegiato con le donne attraverso gruppi di pratica self help e aborto. Due furono da quel momento i fronti di lotta: quello che poteva essere condiviso anche dagli uomini del Pr non bisogna dimenticare che nel ’75 Gianfranco Spadaccia andò in carcere perché si era assunto la responsabilità politica, come segretario del Partito radicale, degli aborti praticati dal Cisa e quello del rapporto privilegiato con le donne su un piano molto specifico e concreto. L'informazione contraccettiva, i gruppi di discussione sulla sessualità, il self-help, l'aborto dalle donne alle donne segnalavano l'esistenza di un cambiamento in atto al nostro interno e verso la politica. Non cogliemmo subito la portata di questo cambiamento che ci vide prendere strade diverse dai compagni del Pr; non ci fu la capacità da entrambe le parti di analizzarne politicamente il senso. Ancora una volta probabilmente scattava il timore di scoprire che il problema uomo donna potesse esistere anche all'interno di un gruppo politico che rivendicava con orgoglio la differenza delle proprie analisi e dei propri comportamenti. Ciò nonostante in molte di noi si faceva strada la percezione che “patriarcato” non era “il maschio cattivo”, ma tutta la cultura maschile, della quale quindi erano portatori anche i compagni radicali.

M.C.:Dunque la scelta di »praticare il self help aborto -pratica che arriva agli inizi del '76 - fu determinante nella storia del Mld. Nel '75 si svolse il vostro II congresso: emersero già in quella sede i primi cambiamenti che diedero il segno di quanto stava avvenendo e di quanto sarebbe avvenuto?

L.I.: Da questo punto di vista, il Congresso del '75 fu un ottimo indicatore. L'incontro con il Mlac, il fatto che sull'aborto emergesse un protagonismo delle donne nella gestione politica delle lotte, nelle analisi e nella pratica, lo stesso nostro confronto scontro con i gruppi femministi e le donne dell'area marxista, si tradussero al Congresso in quello che considero un atto di chiarezza politica. Personalmente, come componente della segreteria uscente, feci la proposta di chiudere agli uomini la possibilità di iscrizione al Mld. Ciò si basava sulla convinzione che quello non era il luogo dove l'elaborazione politica delle donne e sulle donne poteva essere fatta con/dagli uomini; non era ancora una elaborazione teorica coincidente con il separatismo femminista, ma cominciava a tracciare la nostra strada verso il distacco dal partito radicale. D'altronde eravamo negli anni in cui dilagava in ogni contesto socio-culturale una nuova coscienza delle donne, con il femminismo si diffondeva la pratica dell'autocoscienza, le donne della sinistra extraparlamentare aprivano una frattura all'interno delle loro organizzazioni sulla problematica sessista: tutte vivevano, anche in forme diverse, una grossa esperienza soggettiva e collettiva. Il congresso accettò la proposta modificando lo statuto, pur precisando che “...il separatismo è una forma tattica di lotta, non una strategia complessiva unificante” (Mld, 1975). Fu un passaggio molto importante e fu l'anno della nostra vera fondazione ma solo quando incominciammo a praticare aborti si evidenziò la divaricazione tra Mld e radicali. Questa nostra scelta di lavorare con le donne misurandoci fin nel coinvolgimento totale dell'aborto “fatto da noi”, venne visto dal Pr come qualcosa di non politico, di eccessivo. Non ci furono prese di posizioni ufficiali ma in più occasioni venimmo definite sarcasticamente »suore rosse: non avremmo dovuto immischiarci con queste pratiche, bensì mantenere una funzione di guida e di orientamento per battaglie del movimento di liberazione della donna. Questo atteggiamento nasceva quasi come rivendicazione, da parte radicale, della nostra »superiorità rispetto alla materialità del corpo femminile: bisogni, conflitti, contraddizioni dell'essere donna, non potevano riguardare noi ma solo le “altre”.

In una tale situazione si riaffacciava probabilmente una vecchia ma sempre viva resistenza maschile ad invischiarsi con le donne al di là del solido terreno della lotta politica pur praticato dai radicali con modalità e linguaggi diversi dai partiti tradizionali. Penso che per noi donne del Mld che fino ad allora avevamo rivendicato la non pratica dell'autocoscienza l'incontro con il corpo e l'utero femminile, nel consultorio self help e nella pratica dell'aborto, fu l'incontro con il nostro corpo: non più scisse tra ruolo politico e vissuto personale. Questo processo, che non avvenne in modo indolore sia per le singole donne che per i collettivi Mld di molte città italiane si tradurrà più tardi nella federazione del Mld dal Pr.

M.C.: Il Congresso del '75 avvenne in un momento in cui il Mld rivelava all'esterno la sua prima scissione. Su quali basi si motivò il distacco del gruppo Mlda (Movimento liberazione della donna autonomo)?

L.I.: Alcuni mesi prima del congresso, un gruppo napoletano di donne legate alla sinistra extraparlamentare venne a proporci la sfederazione dal Partito radicale e soprattutto una modifica della nostra piattaforma di principi, relativamente all'analisi dell'oppressione femminile. Nel momento in cui il proletariato internazionale conduce un attacco strategico complessivo contro l'imperialismo, affermavano queste donne, occorre tener presente che i problemi femminili sono collegati al contesto generale della società capitalistica e delle sue contraddizioni. Collegamento da cogliere »sia per guadagnare alla lotta femminista un corretto spazio nell'ambito più generale della lotta di classe, sia per comprendere fino in fondo che la lotta per la liberazione della donna è una componente decisiva della lotta rivoluzionaria (Mlda, 1975). Nella nostra piattaforma invece, la liberazione della donna si collocava in un movimento di liberazione generale di tutti i gruppi oppressi a partire da un'analisi più radicale e profonda dell'oppressione. un'oppressione determinata per le donne da una società patriarcale, di cui »il capitalismo è solo una espressione storica attuale (Mld, 1975). Non era possibile mediare, saremmo andate a un congresso di violento scontro che queste compagne vollero evitare, decidendo di indire invece un loro congresso di fondazione del Movimento di liberazione della donna autonomo non federato al Partito radicale. Arrivammo alla data del nostro congresso senza conoscere con certezza la scelta delle compagne, che fu poi di non confrontarsi in tale sede. Ricordo l'emozione di quel momento: andavamo a ridefinire l'appartenenza ad un'area politica decidendone il modo l'esclusione per statuto dei maschi dal Mld e accettando con questo la perdita di una parte delle nostre compagne. Molte donne del collettivo» Pompeo Magno vennero al congresso per sostenerci e distribuirono provocatoriamente ai pochi uomini presenti un questionario sulla sessualità maschile.

M.C.: Il '75 e l'inizio del '76 furono due anni densi rispetto alle successive scelte del Mld; il '76 fu poi l'anno dell'occupazione di Palazzo Nardini a Roma che presto diventerà concretamente e simbolicamente uno dei centri più importanti del femminismo italiano e il cuore del movimento femminista romano. Come arrivò il Mld a maturare la decisione dell'occupazione?

L.I.: Devo premettere che l'occupazione fu una iniziativa in proprio del Mld romano, non maturata in sede nazionale. All'interno della sede del Partito radicale non era possibile per questioni di spazio portare avanti i gruppi che discutevano di sessualità, che insegnavano alle donne attraverso la pratica dell'autovisita a conoscere il proprio corpo, che imparavano a fare gli aborti con il metodo Karman...Per questo avevamo aperto il consultorio di cui ho già detto, che poneva però il problema di una separazione fisica dalla sede politica e di non essere uno spazio idoneo per quelle attività. Sono convinta che porsi il problema dello spazio fisico ha significato allora permettersi uno spazio mentale in cui pensare possibile la separazione dal Partito radicale. La nuova pratica con le donne, mentre ci rendeva consapevoli di una capacità progettuale autonoma, finiva con il farci considerare incongruente una sede »mista e lo stesso progetto radicale in cui eravamo inserite. La scelta di occupare lo stabile di via del Governo vecchio fu dunque una fase di questo percorso. Il primo anno di occupazione fu durissimo: dopo i primi giorni iniziarono defezioni dolorose da parte di donne che non ressero la prospettiva di misurarsi »da sole con quella situazione. Per alcune di loro scoppiava il problema di una doppia militanza non solo sul piano politico ma anche su un piano più intimo, individuale. Di fatto il Partito radicale non sostenne in alcun modo il progetto: l'occupazione di Governo vecchio rappresentò anzi una svolta decisiva dei nostri rapporti in quanto decretò la cancellazione del Mld dall'albo di famiglia del Pr. Il primo numero di “Notizie Radicali” successivo all'occupazione non vide apparire una riga sulla nostra iniziativa, che invece riempiva le pagine di tutti i giornali nazionali. Tuttavia non ci sfederammo ancora: io personalmente non rinnovai per quell'anno, né lo avrei più fatto, l'iscrizione al Pr.

Riempimmo immediatamente una grossa parte dell'enorme stabile con il nostro consultorio di informazione contraccettiva, di autovisita e di accoglienza per le donne che dovevano abortire. Qui realizzammo anche quello che una settimana prima dell'occupazione avevamo comunicato alla stampa: la creazione di un centro contro la violenza sulle donne che prevedeva al suo interno anche una consulenza legale. Credevamo profondamente nella necessità di questo tipo di iniziativa, soprattutto coglievamo il significato di un luogo politico che tenesse fisicamente insieme pur se in momenti specifici diversi due aspetti così ricorrenti nella realtà di oppressione delle donne: aborto e violenza sessuale. D'altra parte, nel frattempo, la visibilità di un movimento floridissimo di donne in tutta Italia aveva permesso di rompere un atavico muro di silenzio, consentendo denunce sulla violenza subita dentro e fuori la famiglia. Quella forza collettiva permetteva di trovare una forza individuale anche per affrontare un processo in cui, allora, la stessa magistratura tendeva a trasformare le donne da parte lesa a imputate. L'iniziativa di un Centro contro la violenza sessuale all'interno di un progetto di liberazione della donna e la presenza di un aiuto legale femminista, richiamò un numero di donne molto più grande di quanto avessimo previsto. Dalla esperienza di queste donne cui il nostro collettivo offriva aiuto concreto su diversi piani scoprimmo come la violenza più diffusa fosse quella quotidiana, attraversasse tutti gli strati sociali e i colori politici, trovasse la copertura di medici reticenti a fare prognosi corrispondenti ai danni subiti, si scontrasse con una polizia restia ad accettare le denunce...come il codice penale non prevedesse le donne in quanto persone...Fu questo il terreno su cui maturò la volontà di intraprendere una lotta anche a livello istituzionale, che si tradusse nella elaborazione di una proposta di legge per la modifica del codice penale su cui più tardi chiedemmo e trovammo il consenso dell'Udi e di gruppi femministi. Fu l'avvio di un dibattito che si allargò nel paese coinvolgendo tutta la classe politica.

M.C.: Dunque il Governo vecchio rese visibili quei processi di cambiamento che stavano avvenendo nel Mld, segnò una nuova fase nei rapporti con il Partito radicale, aprì spazi reali e concreti di nuove iniziative. Ma fu l'inizio anche di una fase nuova di rapporti con il movimento femminista e con una organizzazione come l'Udi. Come nasce l'idea di »aprire il palazzo occupato a tutto il femminismo romano?

L.I.: Non fu facile fare questa scelta. Avevamo avuto fino ad allora diversi rapporti a livello politico con i gruppi del femminismo romano, con l'Udi e con le donne legate all'area di Avanguardia operaia, Lotta continua, Pdup; rapporti ricercati in quanto parte di una strategia che doveva dare forza ed allargare le lotte. Ma spesso questi rapporti erano sfociati in disaccordi e in conflittualità aperta: a parte il fatto positivo della presenza del collettivo di Pompeo Magno al nostro congresso del '75, fin dal '72 nacquero problemi con l'Udi quando, durante un loro convegno sulla maternità, si cercò di limitare e di ostacolare il nostro intervento che poneva in primo piano il tema dell'aborto. La questione aborto, su cui l'Udi allora cominciava a definire la sua posizione, fu d'altronde ciò che maggiormente evidenziava le differenze anche con gli altri gruppi, dal Crac al femminismo separatista. In particolare era sempre la nostra federazione al Partito radicale, vista come segno di una incapacità di analisi e di gestione autonoma delle iniziative politiche, a far considerare con diffidenza le nostre proposte. Non a caso ancora nel '76, in una manifestazione indetta dal Crac sull'aborto, si tento di non farci entrare nel corteo con i nostri striscioni.

Inizialmente non avevamo alcuna certezza sulla »tenuta dell'occupazione dello stabile del Governo vecchio; il nostro progetto si formava giorno per giorno. Man mano che andavamo avanti, la rispondenza delle altre donne anche al di fuori dei gruppi politici alla nostra iniziativa, il loro mettere in atto in quello spazio proprie attività, ci fece capire che quello era un luogo che non si doveva lasciare perché poteva diventare un laboratorio politico delle donne. Ma per essere laboratorio politico delle donne avrebbe dovuto comprendere anche tutte le espressioni del femminismo romano. Questa decisione aveva alle spalle non solo la difficoltà dei rapporti con i gruppi, ma era l'esito di un grosso dibattito interno al Mld. Le obiezioni sull'apertura al femminismo romano rivelavano la paura di rischiare la nostra »originalità confondendoci con identità politiche diverse; a prevalere fu però la voglia di continuare il percorso che avevamo intrapreso, collocandoci all'interno del movimento femminista proprio con quella nostra originalità. Ottanta collettivi riempirono le stanze del Governo vecchio e iniziammo tutte insieme, non senza difficoltà, una nuova pratica di rapporti tra donne, un sistema circolare quotidiano di comunicazione personale e politica. Poco più tardi, condividendo la nostra proposta di legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, anche l'Udi che in quegli anni aveva compiuto un grosso cammino di avvicinamento all'analisi femminista entrò in rapporti sistematici con noi.

M.C.:Tutti questi eventi che portarono all'occupazione del Governo vecchio e alle scelte successive, non potevano non mettere in discussione la federazione del Mld al Partito radicale che sempre più chiaramente doveva apparire una grossa contraddizione. La sfederazione portò conseguenze nei vostri rapporti interni, tra i vari collettivi presenti sul territorio, o fu un atto di ratifica di una situazione comunque già consolidata in tutta la struttura nazionale?

L.I.: L'atto ufficiale della sfederazione fu nel '78. Con questo si sanciva qualcosa che era già avvenuto anche se i cambiamenti, la crescita politica, il cammino verso la rottura del patto radicale, non era stato di tutti i collettivi Mld. Nel corso degli anni, quelli che non maturarono la scelta separatista avevano posto fine alla loro attività, mentre gli altri in particolare Milano, Bologna, Catania furono grossi interpreti di tutto il processo. Un anno prima del congresso Mld del '78 avevamo dato una chiara avvisaglia ai radicali di quanto sarebbe avvenuto, attraverso un documento al consiglio federativo nazionale del partito in cui si denunciavano metodi e tempi politici sentiti come estranei. Pochi mesi dopo il vincolo federativo fu l'oggetto di riflessione di un congresso straordinario del Mld che si convocò a Milano: il passo successivo avvenne a Catania nell'ottobre del '78 durante il V Congresso, che ratificò la sfederazione. Ritengo importante sottolineare un passo con cui si motivava l'impossibilità di continuare a collocarsi all'interno del sistema radicale: »Ritenere la lotta per la liberazione della donna parte della più generale lotta per il mutamento rivoluzionario nel senso di una società socialista e antiautoritaria (come scritto nella piattaforma Mld formulata dieci anni fa ed ora in fase di rielaborazione) ci appare oggi assai limitativo e superato dalla nostra esperienza di crescita collettiva. Siamo convinte che soltanto attraverso il nostro essere soggetti politici autonomi, autonomi nella individuazione degli obiettivi, delle analisi e nelle scelte dei metodi di lotta, può passare la nostra liberazione. La lotta delle donne è una lotta globale che parte dalla nostra oppressione specifica e che non è quindi inseribile in una ipotesi che ci riconoscerebbe come identità politica solo a fianco di battaglie parziali quali sono quelle delle minoranze oppresse ed emarginate (Mld, Comunicazione..., 1978). La comunicazione Mld inviata al XX Congresso del Partito radicale fu accolta senza una nota di commento da parte di alcun delegato. Alla fine degli anni '70 dunque il Mld registrava i cambiamenti avvenuti con una dichiarazione che di per sé poco aggiungeva a quanto già da tempo sperimentava nella sua pratica politica quotidiana. Il V Congresso chiudeva definitivamente una fase,mettendo al centro della nuova ipotesi politica del Mld l'abolizione dei ruoli ed assumendo lo specifico di donne come »chiave interpretativa della realtà sociale e politica (Mld, V Congresso..., 1978). Ancora una volta il Partito radicale non scese in campo per misurarsi politicamente le sue accuse di aver noi preferito alle battaglie politiche confezionare le marmellate al Governo vecchio, non possono essere considerate in questo senso ma reagì a tale evento assumendo il silenzio come strumento di negazione della nostra scelta di autonomia.

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