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Stefano Vaccara

Le denunce del CPJ e di JWB all’ONU. Giornalisti sotto attacco: dall’Iran al Brasile, dalla Siria all’Italia

NEW YORK. La stampa é sotto attacco nel mondo e il 2012 passerà alla storia come l’anno peggiore da quando si monitorizzano le repressioni e le violenze perpetrate contro i giornalisti. Al Palazzo di Vetro dell’ONU giovedì è stato presentato il rapporto annuale del Committee to Protect Journalists, tra le più importanti organizzazioni internazionali che monitorizza gli attacchi contro la libera informazione nel mondo. Allarmante l’aumento dei giornalisti uccisi o arrestati: nel suo rapporto intitolato “Attack on the press”, nell’anno 2012 si denunciano 70 giornalisti uccisi (il 43% in più che l’anno precedente), a35 giornalisti scomparsi e 232 arrestati. Quest’ultimo dato in aumento perché spinto da leggi antiterrorismo che sarebbero applicate contro i giornalisti che riportano e pubblicano notizie critiche sull’operato dei governi. La cifra degli arresti é la piú alta da quando il CPJ pubblica i dati dal 1990.

Quando i giornalisti vengono costretti al silenzio attraverso la violenza o le leggi, ci perdiamo tutti perché chi li censura riesce a nascondere i propri crimini, a reprimere il dissenso, e quindi a togliere ogni potere ai cittadini” ha detto il Vice Direttore del CPJ Robert Mahoney durante la conferenza stampa all’ONU. “La battaglia sul controllo dell’informazione é un assalto alla responsabilità dei governi e deve essere sfidata. Si deve costringere i governi a processare i responsabili delle violenze contro i giornalisti”. Il rapporto per la prima volta include anche una “Risk List” di dieci paesi di cui il CPJ identifica un allarmante trend al ribasso nel 2012 nelle garanzie alla libertà di stampa e protezione dei giornalisti. In questa lista in evidenza sono messe le statistiche sugli omicidi di giornalisti rimasti impuniti. E qui spiccano il Pakistan, la Somalia e, incredibile, il Brasile. Incredibile anche perché proprio il giorno prima “Radio Radicale”, allo stake out del Consiglio di Sicurezza, aveva chiesto al ministro degli Esteri brasiliano Antonio Patriota, sulla reazione del Brasile all’ondata di arresti di giornalisti avvenuta in Iran e se il Consiglio di Sicurezza se ne dovesse occupare. Patriota, nella sua risposta, aveva voluto ribadire che in quanto a libertà di stampa, il suo paese era ormai un esempio per il mondo. Invece secondo il Committee to Protect Journalist, il Brasile é nella lista dei paesi più pericolosi per i giornalisti, e questo soprattutto perché l’omicidio di alcuni reporter é rimasto impunito.

L’anno scorso quattro giornalisti sono stati uccisi in Brasile mentre indagavano sulla corruzione, e altri tre reporter erano stati uccisi nel 2011. Oltre al Brasile, il CPJ, in un’analisi della giornalista Karen Phillips, ha nella loro “Risk List”, per le loro leggi restrittive contro le critiche della stampa ai governi, l’Ecuador, la Turchia, la Russia, l’Etiopia, la Somalia, il Vietnam, l’Iran e la Siria. Proprio in Siria il rapporto fa notare che nel 2012, 28 giornalisti sono stati uccisi, facendone il paese piú pericoloso del mondo per i reporter. Al secondo posto come pericolositá troviamo la Somalia, con 12 giornalisti uccisi, e terzo il Pakistan con sette. Nel 2012, è emerso che la Turchia é il paese che arresta più giornalisti, con 49 arresti l’anno scorso, soprattutto giornalisti curdi accusati di avere legami con il terrorismo quando coprono le attività e le idee del Partito dei lavoratori Curdi. Il secondo paese che ha piú giornalisti dietro le sbarre nel 2012 é l’Iran, con 45 reporter arrestati lo scorso anno. Ma alla fine di gennaio e gli inizi di febbraio, ben 17 giornalisti sono stati arrestati in Iran, e quindi con l’inizio del 2013 l’Iran si é portato in testa alla classifica dei paesi dove vengono detenuti dietro le sbarre più giornalisti. Mahoney del CPJ, nel puntare il dito contro paesi come il Pakistan, la Somalia, il Brasile, ma anche il Messico e l’Egitto, ha ripetuto ai giornalisti dell’ONU che e’ in espansione soprattutto la cultura dell’impunità che da ai killer la sicurezza che i loro crimini non saranno puniti dalla legge: “Non c’é un maggior pericolo per i giornalisti impegnati in una inchiesta che questo generale atmosfera di impunità nei confronti di questi crimini contro la libera informazione”.

“Radio Radicale” ha chiesto come venisse giudicata la situazione all’interno dell’Unione Europea e anche in Italia. Mahoney del CPJ ha citato come il paese più preoccupante sia l’Ungheria, ma avute severe critiche anche nei confronti dell’Italia puntando il dito contro le leggi che ancora consentono l’arresto per il reato di diffamazione. Il CPJ, ha detto Mahoney, é molto preoccupato delle leggi italiane che ancora persistono, definendo l’Italia, per quanto riguarda la libertá di stampa e informazione, “a troubling case”, un caso molto preoccupante. “Radio Radicale”, ha chiesto al CPJ riguardo all’atteggiamento dell’amministrazione Obama, che all’inizio aveva avuto una politica più assertiva in difesa della libertà di informazione su internet in tutto il mondo, ma che dopo le “rivelazioni” di Wikileaks ha rallentato questa sua strategia di riaffermazione della libertà di circolazione delle informazioni nel mondo. Qui Mahoney ha replicato che il CPJ cerca sempre la collaborazione del governo statunitense e di altri paesi occidentali nell’aiutare a diffondere i principi che difendono la libertà di espressione. Sempre “Radio Radicale” nelle ultime settimane al Palazzo di Vetro aveva continuamente chiesto ai portavoce del segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon, così come agli ambasciatori di vari paesi, una reazione ufficiale all’ondata di arresti di giornalisti che é appena avvenuta in Iran. Le risposte da parte dell’ONU sono state sempre generiche e non c’é stato alcun comunicato ufficiale da parte del Segretario Generale. Così, proprio il giorno prima della presentazione all’ONU del rapporto del Committee to Protect Journalists, abbiamo avuto la gradita sorpresa di una visita ai corrispondenti del Palazzo di Vetro di una delegazione dell’organizazione Reporters Without Borders, un’altra importante organizzazione internazionale che ha la sua base centrale a Parigi, e che all’ONU e stata invitata mercoledì scorso da “Talk Radio News Service” e “Scannews” proprio per discutere della situazione in Iran. Delphin Halgand, rappresentante di “RWB” a Washington, John MacArthur, editor and publisher di Harper Magazine, e Roxana Saberi, la giornalista americana di origini iraniane, molto nota per essere stata incarcerata per alcuni mesi nelle galere di Teheran nel 2009, hanno lanciato l’allarme dal Palazzo di Vetro sulla situazione in Iran, che si va deteriorando con l’approssimarsi delle elezioni del 14 giugno.

Saberi in particolare ha raccontato la sua terribile esperienza in galera in Iran, dell’isolamento e delle violenze psicologiche subite, e si é appellata a tutti i colleghi all’Onu e nel mondo a tenere sempre alta l’attenzione nei confronti dei giornalisti arrestati in Iran, perché, ha detto Saberi, per un giornalista dietro le sbarre non c’é sensazione piú terrorizzante di pensare di essere stati dimenticati dal mondo esterno.

John MacArthur ha ribadito l’attenzione nei confronti dell’Articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani, dicendo che proprio all’Onu la libertà di informazione dovrebbe essere messo al centro dei principi da difendere. “Radio Radicale” ha chiesto se il motivo perché il Segretario Generale dell’Onu, come anche il governo degli Stati Uniti, non abbiano rilasciato finora alcuna protesta ufficiale contro l’ondata di arresti di giornalisti in Iran, possa essere dovuto al non voler “disturbare” la ripresa delle trattative con gli iraniani sulla questione del nucleare, MacArthur ha risposto che ancora una volta si da precedenza alla “realpolitik” invece che ai diritti umani, ribadendo che invece le Nazioni Unite e le maggiori democrazie devono restare responsabili di fronte alla difesa dei principi della carta universale dei diritti umani di cui la libertà di informazione é uno dei suoi pilastri.

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