Direttore Valter Vecellio. 1 year 35 weeks ago
Iolanda Chiuchiolo

Vesuvio, il rischio permanente si estende. L’allarme dei geologi: saranno interessate molte aree, anche Napoli diventerebbe invivibile

Vesuvio, rischio vulcanico permanente e dalla portata imprevedibile. Il rosso che delinea Napoli e il suo hinterland traccia una perimetrazione mutevole, diversa dalla linea di confine imposta secondo i calcoli delle istituzioni, piuttosto legata a un pericolo che le circostanze possono cambiare. Nel “Progetto per Napoli Matropolitana - Dalla Terra dei Fuochi a Eco-Neapolis”, l’urbanista Aldo Loris Rossi distingue gli eventi pericolosi: in caso di eruzione sub-pliniana (come nel 1631) sarebbero investiti nell’area vesuviana circa 200 kmq, in quella flegrea circa 150 kmq. Se l’evento fosse di tipo pliniano (come quella del ‘79 d. C.) a rischio sarebbe la zona orientale. Addirittura l’evento potrebbe investire l’intera città e le isole Ischia e Procida. Fatto sta che la Protezione civile ha allargato l’area del rischio da 18 a 25 comuni. Dunque è su tutta l’area metropolitana di Napoli che incombe il pericolo. Anche per il geologo Camillo Cantelli "il rischio permanente rimane perché il Vesuvio è in ricarica. La possibilità che ci sia un’eruzione aumenta e diminuisce in funzione dell`attività del vulcano perché continua la carica della sua camera magmatica. L’area è a tutti gli effetti attiva e per questo pericolosa - spiega Pur essendo il vulcano più monitorato al mondo, la presenza sulle pendici di una quantità incredibile di abitazioni e popolazioni, lo fa diventare anche il vulcano più pericoloso del mondo".

Per capire completamente la portata del rischio Vesuvio basterebbe fare un calcolo matriciale tra "la pericolosità intrinseca e i danni che arreca alla popolazione". La zona rossa è stata costituita tenendo presente i comuni a ridosso del vulcano e quelli che possono ricevere l’impatto della ricaduta dei prodotti vulcanici: "Può accadere una eruzione esplosiva con la formazione nell’atmosfera di colonne di detriti che verrebbero distribuiti sul territorio circostante attraverso i venti prevalenti - spiega Cantelli Questi normalmente sono diretti verso sud-est. Infatti i depositi delle eruzioni vesuviane si ritrovano fino ad Avellino. Ci si aspetta dunque che vadano prevalentemente verso quella direzione".

Se gli effetti disastrosi del Vesuvio superassero tema e mare arrivando alle isole, quelli dei Campi flegrei secondo il geologo, arriverebbero invece fino a Caserta. “I Campi Flegrei sono monitorati, ma qualora si dovessero riattivare gli effetti sarebbero molto pericolosi - prosegue Cantelli Basti ricordare che l’eruzione più potente arrivò fino a Caserta. I dati rispetto a una eventuale riattivazione sono rassicuranti dal momento che l’ultima eruzione, quella del Monte Nuovo, risale al 1538 e nel tempo si sono prodotti gli effetti - come il bradisismo – giudicati come finali” di un sistema vulcanico". Il problema non è legato a quanto il Vesuvio sia monitorato perché di certo sapremo in anticipo di un’eventuale eruzione. Il problema che gli esperti, urbanisti, geologi e vulcanologi, condividono, è la perimetrazione delle aree rosse viste le condizioni urbanistiche in cui si trovano. "Con il monitoraggio del Vesuvio, gli esperti hanno sott’occhio non solo i tremori come i piccoli eventi sismici, ma anche le emissioni dei gas che variano con la formazione e l’evoluzione del magma. Aumenta il livello d'attenzione proporzionalmente al superamento della soglia di determinati valori.

È il punto di non ritorno che fa considerare probabile un’eruzione e che fa scattare il piano. Il problema, a quel punto, è l’evacuazione della popolazione". In merito alle difficoltà legate alla gestione dell’abitato interviene il geologo Riccardo Caniparoli: "Venti anni fa feci una proposta alle amministrazioni con la quale indicavo la possibilità di favorire, per fare prevenzione vera e seria in un territorio a rischio, la riduzione della pressione demografica. Non se ne è fatto nulla. È assurdo pensare che Portici, Torre del Greco e Ercolano, paesi con un’altissima densità abitativa, siano tra i più a rischio. Il problema è questo. Una città e un hinterland come Napoli non possono avere prevenzione e protezione seria perché non ci sono gli spazi. Se avvenisse un’eruzione come quella del ‘44 sarebbe una strage e renderebbe invivibile il capoluogo e il circondario. Verrebbe meno l’elettricità, l’acqua e i collegamenti non funzionerebbero neanche se a colpire le zone fosse solo la cenere. Ci ritroveremo di fronte a scenari apocalittici anche in caso di eruzioni non fortemente dannose". A questo punto "la perimetrazione delle zone rosse resta un’ipotesi, un’indicazione, perché non si sa con precisione l’evolversi di un’eruzione vulcanica". Secondo Caniparoli per Napoli e le zone della linea di costa "bisognerebbe ripristinare la vecchia usanza di utilizzare i tetti a spiovente e non i terrazzi. Napoli ha una caratteristica, i vecchi edifici non hanno terrazzi, ma tetti a spiovente realizzati perché quando cadeva la cenere riusciva a scivolare verso il basso e non si accumulava. L’errore di aver trasformato i tetti in terrazzi crea un potenziale nuovo pericolo che fa mancare una protezione aggiunta".

L’alleggerimento di Napoli e del suo hinterland potrebbe avvenire soltanto attraverso l’unificazione nella Città metropolitana di Napoli e Caserta come suggerito da Aldo Loris Rossi e da Francesco Domenico Moccia Presidente della sezione Campania dell’Istituto Nazionale di Urbanistica: "È giustissimo - conclude il geologo Caniparoli - È necessario l’alleggerimento urbanistico e della pressione demografica. Deve essere la base di un piano di Protezione civile. Basti sapere che il rischio c’è, bisogna gestirlo senza dimenticarsi delle problematiche che possono verificarsi e fare un’opera di riduzione: ovvero non costruire più e abbattere l’edilizia ormai fatiscente, vecchia e pericolosa".
(da “Cronache di Napoli”)
 

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