Direttore Valter Vecellio. 1 year 7 weeks ago
Luca Viscardi

Pannella, Terzani, Eisenhower e la nonviolenza

Quest’estate Marco Pannella ha ripreso alcune frasi specifiche di Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle) sul tema della nonviolenza dando ad esse una lettura “alternativa”, “scandalosa” rispetto a quella proposta in maniera quasi unanime dai mezzi di comunicazione. La questione posta è, ancora una volta, quale sia il modo più opportuno di reagire a chi mette in atto azioni violente, brutali – sia come mezzo per raggiungere il potere o anche come mezzo di disperazione.

Il tema mi ha fatto imbattere, quasi per caso, in un articolo che Tiziano Terzani scrisse sul “Corriere della Sera”(1) nel quale si rivolgeva a Oriana Fallaci, solo un mese dopo l’11 settembre 2001.

L’articolo è intitolato “Il Sultano e San Francesco”. E per il contenuto e il momento in cui è stato scritto doveva apparire anch'esso assai “scandaloso”. Infatti, scriveva Terzani: “Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della politica e dell’establishment mediatico, c' è stata una disperante corsa alla ortodossia.

La questione è se sia legittimo – anzi forse imperativo – rispondere a chi usa violenza e uccide? Non credo: penso sia capire se il modo in cui si risponde non sia esso stesso un mezzo per perpetuare ulteriormente le violenze piuttosto che fermarle e porre le basi per una reale alternativa.

Scrive Terzani in alcuni estratti dall'articolo:

La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c'è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione.
[…]
Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un'altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima?
[…]
Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c' è raramente una correlazione diretta e precisa.

La questione dunque è come si reagisce al violento: se con l’intenzionalità di ucciderlo o piuttosto di disarmarlo. In quest’ottica domandarsi se sia proprio l’uso di droni o tecniche di guerra “intelligenti” non è di per sé una inevitabile critica all'utilizzo di questi strumenti – ma un attenzione sul come, a quale fine e secondo quali regole tali mezzi possano essere impiegati. Se la guerra diventa un “videogioco” in cui altri essere umani, senza volto, vengono bombardati dall'alto con l’obiettivo pre-determinato di ucciderli, piuttosto che fermarli nell'atto criminale che stanno commettendo – con la seria e documentata inevitabilità che in questo modo vengono uccisi anche civili innocenti – che tipo di reazione si provocherà in quell'ambiente? Non si andrà a rafforzare le fila nemiche che si faranno forti di quella parte di popolazione che potrebbe agire invece da anticorpo alla parte violenta se non gli venisse uccisa la moglie, il marito, il figlio in un bombardamento “intelligente”?

Scrive Terzani: ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche - Stati Uniti in testa - d'impegnarsi solennemente con tutta l' umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione.

Nel preambolo del suo statuto il Partito Radicale “Dichiara di conferire all'imperativo del "non uccidere" valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa”(2). In una prospettiva di “difesa” il tentativo primario è quello di disarmare l’avversario, ferendolo magari, e la morte propria o altrui può essere il risultato accidentale, di una casualità – non la ricerca intenzionale di essa – fosse anche per scopi ritenuti “legittimi”.

Quanta somiglianza si può notare tra quest’impostazione e le parole espresse da Terzani: Per proteggersi non c'è bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M'è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove.

Oltre a queste considerazioni, la questione non è come spesso è ridotta dai mezzi di comunicazione, tra Stati Uniti sì, Stati Uniti no– tra interventismo o non interventismo. Riguarda, invece, un discorso che non può che collegarsi con le “democrazie”, con la conoscenza da parte dei cittadini delle azioni intraprese dai governi. In altro modo tutto sarà lasciato agli interessi e alle limitatezze di pochi.

Scrive Terzani: È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l’imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell' industria petrolifera con quelli dell' industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell' emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l' America così particolare.[…] Però annotava Terzani: “L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio”.

È “anti-americanismo” o velleità porre queste domande se già nel 1961 il Presidente degli Stati uniti “Ike” Eisenhower nel congedarsi dal suo incarico (3) ricordava agli americani e al mondo che: “Un elemento vitale nel mantenere la pace è il nostro apparato militare. Le nostre armi devono essere potenti, pronte all'azione istantanea, cosicché nessun potenziale aggressore possa rischiare la sua propria distruzione. […] Questa congiunzione di un enorme apparato militare e una grande industria bellica è nuova nell'esperienza americana. L’influenza complessiva – economica, politica, persino spirituale– è sentita in ogni città, ogni organismo statale, ogni ufficio del governo Federale. Riconosciamo la necessità imperativa di questo sviluppo.” Continuava, però, Eisenhower enfatizzando la necessità di porre attenzione alle influenze del complesso militare-industriale sul Congresso, dicendo: “Eppure non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita vengono coinvolti; la struttura portante della nostra società. Nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l'acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l'ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l'enorme macchina industriale e militare di difesa ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme.

Oggi più che mai dovremmo tenere presenti queste parole –se è vero che oltre allo sviluppo dell’industria bellica si aggiunge anche quello della tecnologia “informatica” nel creare un complesso informatico-militare-industriale che influenza il “Congressi(i)” o addirittura agisce alle spalle di essi.

Troppi, invece, sono oggi i politici e gli intellettuali pronti a fare demagogia offrendo al popolo paure invece che mezzi per conoscere. In pochi sono rimasti come scrive Terzani «a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia» – in una trasformazione dell’intellettualità che Marco Pannella ci ricorda attraverso il libro di Julien Benda “Il tradimento dei chierici”.

Continuava Terzani sempre rivolto a Oriana Fallaci: Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che già studiano l'inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo?

Non so se Terzani si sia mai imbattuto approfonditamente nella teoria e nella prassi del Partito Radicale o in qualche “San Francesco” laico – comunque sia scriveva:

Mi frulla in testa una frase di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme».

Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. […] Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, […] Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.

E ancora un’altra comunanza con la storia e la visione del Partito Radicale “[…]la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima città.

Tornando al tema della comprensione: è terrorista certamente chi usa la violenza e la paura per far valere le sue “ragioni”, ma la prospettiva si allarga non solo a chi è immediatamente riconoscibile come tale: anche ignorare l’interconnessione che esiste nel mondo tra eventi, solo apparentemente lontani, è irresponsabile e suicida.

Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo.

Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare. I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.

La lotta e la prospettiva del Partito Radicale per un assetto liberale, democratico, federalista e fondato sui diritti umani degli Stati nel mondo –e per una prospettiva alternativa di modello di sviluppo ecologista, ambientalista delle società– mi appaiono come il costante tentativo di creare situazioni alternative, dove il terrorismo, di qualunque tipo, non trovi terreno dove attecchire.

Queste lotte, queste metodologie teorico-pratiche a cui Marco Pannella e il Partito Radicale hanno sempre dato corpo, trovano radice nel “passato”, hanno riscontro nel “presente” e saranno, se sapremo coglierle, le chiavi del “futuro”– o per dirla in altro modo del passato che verrà.

1 Articolo del Corriere della Sera
2 Statuto del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito
3 Eisenhower, Discorso di addio alla nazione del presidente, 17 gennaio 1961
http://en.wikisource.org/wiki/Eisenhower%27s_farewell_address_(reading_copy) [12-16]

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