Direttore Valter Vecellio. 1 year 34 weeks ago
Angiolo Bandinelli

Presidenzialismo all’italiana

Un recente - e, come sempre, lucido - intervento, Ilvo Diamanti ci ha qualche giorno fa sciorinato, su La Repubblica, un ritratto sintetico ma valido (e comunque da conservare, sarà a lungo un punto di riferimento indispensabile) della situazione politico/istituzionale del Paese. Di primo acchito, è il titolo a colpire: “La Repubblica extraparlamentare”. Questa specie anomala di repubblica è l'Italia, ovviamente. Badate: non siamo sfogliando quel “Libro Giallo” sulla “peste italiana” nel quale i radicali hanno puntigliosamente elencato i punti critici nei quali il sistema politico/partitico si è sovrapposto al sistema istituzionale per dar vita ad una repubblica fuori-norma, che procede violando sistematicamente leggi, regole e norme. Non stiamo neanche leggendo il famoso trattato, “La Costituzione in senso materiale”, nel quale, in un lontanissimo 1940, Costantino Mortati (nella foto) teorizzava la coppia concettuale “Costituzione formale-Costituzione materiale” per spiegare, in sede teorica, le ragioni della presenza, a fianco e anche prima delle Istituzioni formalizzate, di un organico, strutturale sistema basato solo sui rapporti di forza dei soggetti politici concorrenti. Oggi, un commentatore di qualità ma in sede semplicemente giornalistica segnala che la nostra Repubblica non è ancora presidenziale quale molti la vorrebbero ma non è nemmeno più quella parlamentare, disegnata dal Costituente nel 1947 e che alcuni sostengono sia ancora vigente. E ce lo spiega tranquillamente, ben sapendo che nessuno si scandalizzerà. Perché – ma qui è davvero scandalo – tutti hanno già tranquillamente accettato l'evidenza, e da un pezzo.

Di chi la colpa? Per Diamanti, sociologo, non ci sono colpe o reati, ci sono fatti. E il fatto da cui prendono l'abbrivio le sue considerazioni è che quella che il capo del governo, Matteo Renzi, sta realizzando (o pensa di aver realizzato) è una “democrazia decisionale e personalizzata”. Non è cosa nuova, o nuovissima: anche Berlusconi giocò questa carta e si illuse di averla giocata bene, a proprio vantaggio. Il Cavaliere fallì, per Renzi occorre attendere la verifica definitiva. Diciamolo subito: di per sé il tentativo non va demonizzato, è anzi interessante. Per valutarlo seriamente, cioè storicamente, dovremmo anche ricordare che il primo approccio ad una visione “presidenzialista” - diciamo così - delle istituzioni lo compì (per non  parlare del povero Randolfo Pacciardi) Bettino Craxi con la sua proposta, fallita, di “Grande Riforma”. Il presidenzialismo era stato invece scartato dai Padri costituenti, da una parte timorosi di aprire per quella via il varco a una nuova dittatura personale come era stata quella di Mussolini, dall'altra attenti a non intralciare il cammino verso il potere dei partiti di massa che di fatto, tra Comitati di Liberazione e parrocchie, già controllavano la vita e la politica del paese e non volevano essere disturbati.

In fondo, tutti sono consapevoli che per governare occorre non l'adesione ad una ideologia o a una burocrazia ma la messa in atto di una responsabilità individuale, quella di chi deve poter esercitare il potere minimo necessario a seguire, se non già a precorrere, le necessità del momento, e in tempo reale. Questo lo si sa, perfino in Italia: ma in Italia il risultato lo si può, e lo si vuole conseguire solo grazie ad una spregiudicata manipolazione di fatti, cose ed evenienze, non attraverso le regole, il diritto, la correttezza istituzionale. Il problema da analizzare è, dunque, non che questo o quel primo ministro (o, impropriamente, "premier") "sfori" competenze e attribuzioni, ma che lo faccia secondo un metodo che sembra ormai permanentemente acquisito alla cultura politica italiana, senza che alcuno ne avverta la negativa peculiarità. Pochi giorni fa, sul "Corriere della Sera", un editorialista di vaglia, Sabino Cassese, negava che in Italia ci fose il pericolo di un qualche inquinamento capace di mettere a rischio le istituzioni democratiche. In un certo senso, aveva ragione anche lui, pur dicendo cose opposte a Ilvo Diamanti. Non c'è pericolo di "derive" autoritarie o non democratiche: la "deriva" c'è già stata, è divenuta "norma".

da L’Opinione

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