Direttore Valter Vecellio. 1 year 7 weeks ago
Valter Vecellio

Caso Moro. Don Mennini, Sciascia, le suggestioni, la delicatezza

Suggestioni. Ascolti pazientemente in una saletta stampa affollata come non mai la lunga deposizione di don Antonello Mennini, figlio di un altissimo funzionario dello IOR al tempo di Paul Marcinkus; persona colta, raffinata, una decina di lingue fluentemente parlate e scritte, una sottile ironia, una “carezza” capace di ferirti più di una sciabolata. È ilsacerdote confessore e amico di Aldo Moro; secondo Francesco Cossiga le Brigate Rosse gli avrebbero permesso di poterlo vedere e confortare, prima di essere ucciso. Don Antonello smentisce, dice che non è vero, non sa capacitarsi perché Cossiga abbia detto una cosa del genere. Perché non ha mai smentito questa “leggenda metropolitana”, non gli ha mai chiesto, quando si incontravano e frequentavano, perché sosteneva questa “fantasia”?  Perché, risponde, all’epoca era fuori dall’Italia, e non sapeva. Non sapeva, e nessuno ha avuto cura di riferirglielo… Ma non è solo Cossiga. La memoria corre a un libro del giornalista Alessandro Forlani, “La zona franca”, racconta come è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Moro”, trecento e passa pagine pubblicate da Castelvecchi nel 2013. Pagina 200: “Monsignor Loris Capovilla, segretario particolare di papa Giovanni XXIII, nel 1978 vescovo di Loreto, mi ha detto di aver incontrato don Mennini pochi giorni dopo l’uccisione di Moro e di avere avuto da lui la conferma di quanto in tanti hanno sospettato: ‘…mi disse che non poteva parlarmi nei dettagli, perché era vincolato al segreto, tuttavia mi fece capire chiaramente che aveva potuto visitare e confortare Moro, durante la sua prigionia’…”. Ma Capovilla è anziano, anzi vecchio; lo dice con molta grazia, don Mennini, ma dopo aver detto di non aver mai parlato di Moro con monsignore, appunto sottolinea che è classe 1915. Nelle uniche immagini televisive di don Mennini (chi scrive che insegue il sacerdote ponendogli una raffica di domande, anche, naturalmente quella della sua “confessione” di Moro), il termine usato è: “Credevo che le favole si raccontassero ai bambini…”.
Insomma, nega. Nega tutto.

Poi, in risposta a un “commissario”, Marco Carra, don Mennini dutta con nonchalance che erano “delicati, i rapporti tra Italia e Santa Sede”. La suggestione", e certamente vale quello che vale. Ma quel “delicati” riporta indietro nel tempo. Che l’allora pontefice Paolo VI, amico ed estimatore di Moro fin dai tempi della FUCI, l’organizzazione universitaria cattolica, si sia adoperato per la salvezza del presidente DC, e abbia molto sentito (e patito) la vicenda, è noto; e per quei giochi di concatenazione bizzarri di cui la memoria a volte è capace, viene in mente quanto annota Leonardo Sciascia (che della prima commissione Moro fu commissario per il Partito Radicale, autore di una ancor oggi pregevole relazione di minoranza), sul “Corriere della Sera” del 9 maggio 1980.

Conviene a questo punto lasciare la parola a Sciascia, che si riferisce a un incontro tra l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, e l’allora segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli: “Il fatto è questo: il Papa ha ricevuto una lettera di Moro, sente di dover fare qualcosa. Scrive il messaggio ai brigatisti, implorando la salvezza di Moro. Ma evidentemente sente che ciò non basta e, il giorno precedente alla diffusione del messaggio, manda monsignor Casaroli da Andreotti; e non soltanto, a quanto ci è dato di capire, per fargli leggere il messaggio.Èfacile arguire che desidera che lo Stato italiano faccia qualcosa, che mostri di voler accedere a una trattativa o che addirittura tratti. La lettera di risposta che Andreotti manda il 25 aprile, in un certo senso sollecitata dall’invio di monsignor Casaroli della fotocopia della lettera di Moro al Papa, dice chiaramente che il Papa qualcosa aveva chiesto al governo italiano. Andreotti, infatti, riepiloga tutte le ragioni per cui lo Stato italiano non può permettersi di trattare. Se il Papa non avesse chiesto che si facesse qualcosa, sarebbe stato indelicato da parte di Andreotti fargli il riepilogo di principi e situazioni ormai sbandierati da quasi tutti i giornali. Ho usato la parola indelicato proprio perché Andreotti usa la parola delicatezza a giudicare l’azione svolta fino a quel momento dal Papa: Il Santo Padre ha fatto per la liberazione di Moro più dell’immaginabile, con una forza ed insieme con una delicatezza che hanno riportato molti di noi agli anni felici dell’Azione cattolica universitaria. Vogliamo tentare di tradurre questo passo brutalmente?  brutalmente? Ecco “Il Papa è stato finora molto delicato nei miei riguardi e nei riguardi dello Stato italiano, continui a comportarsi così”. È il caso di dire che hanno capito l’antifona: il Papa e monsignor Casaroli”.

Un’antifona compresa, probabilmente, anche dallo stesso Moro, se è vero che in una successiva lettera, a don Mennini, scrive: “Il Papa non poteva essere un po’ più penetrante? Speriamo che lo sia stato senza dirlo...Il Papa ha fatto pochino. Forse ne avrà scrupolo…”. E oggi rispunta, dalle labbra di don Mennini, quel termine: “delicati”. Ci ha voluto dire, far capire, qualcosa?
“Che poteva fa sto povero Papa?”, scandisce poco dopo. Già che poteva fare? O meglio, forse: chi, cosa, perché, qualcuno o qualcosa, può avergli impedito di fare di più, convincendo “il povero Papa” a continuare ad essere delicato?
Lo chiedo all’attuale presidente della Commissione Giuseppe Fioroni: “Il Vaticano ha provato fino in fondo la trattativa e don Mennini ci ha spiegato che la trattativa, a suo modo di vedere, va inserita in un quadro e in un contesto di relazioni che in quel momento hanno consentito che si esplicasse in un modo e non ottenesse il risultato voluto”. Un po’ involuto, ma concetto chiaro: ci hanno provato, senza riuscirci. Senza poterci riuscire.

È Miguel Gotor, che a lungo ha scandagliato il materiale dell’“affaire” Moro ad osservare che le due più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica Giovanni Leone, e il presidente del Senato, Amintore Fanfani, erano più filo-trattativa che filo-fermezza, e qualcosa si apprestavano a fare (ma l’esecuzione di Moro giunge prima). Don Mennini ha come uno sfogo: “Ma non ve ricordate le manifestazioni oceaniche contro le BR, La Malfa che voleva la pena di morte?...C’era un clima ostile, tutti per la fermezza. Che poi, per carità, siamo tutti patrioti, ma ‘sta fermezza è andata a farsi benedì poco dopo col sequestro Cirillo, e prima era andata sulla luna col sequestro Sossi…”.
Paolo VI “voleva che Moro fosse liberato, che si trattasse, ma il clima non era favorevole. Come mai si è detto NO a tutto? Se Fanfani avesse detto ‘trattiamo’ si sarebbero fermati…”. Fanfani non lo disse; e, osserva sempre don Mennini, non si convocarono le Camere, neppure per una parvenza di dibattito che avrebbe consentito almeno di guadagnare tempo. Già: il Parlamento venne di fatto chiuso. Presidente era, allora, Pietro Ingrao, e il PCI, con l’eccezione di Umberto Terracini e pochissimi altri, assume una tetragona posizione di intransigenza. Quella “confisca” del Parlamento venne, vanamente denunciata da Pannella, che invano chiede appunto, almeno un dibattito parlamentare… Pagine di nostra recente storia che varrebbe la pena – e a volte, sì, è una pena – di ripercorrere. A quasi quarant’anni da quei fatti non è una riflessione inutile. Sempre che si voglia farla. Senza delicatezza.

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