Direttore Valter Vecellio. 1 year 40 weeks ago
Luca Marco Comellini

Le Forze Armate sono al servizio del paese?

Alcune settimane fa una lettera umanamente comprensibile ha aperto uno squarcio nell'impenetrabile cortina fumogena che da sempre copre gli squallidi retroscena della compagine militare per la conquista del miglior posto tra i più fedeli servitori del potere. Il numero due tra i generali della Difesa l'ha scritta a tutti i suoi sottoposti per chiedere di essere uniti di fronte ai pericoli che si possono celare dietro le lotte intestine e rivalità fra le differenti Forze Armate per occupare gli ambiti posti di potere. La domanda: “Le Forze Armate sono al servizio del paese?” torna prepotentemente d'attualità.

Si dice che rappresentino una delle facce pulite della società, l'altra sarebbe quella dei preti, si dice... poi saltano fuori storie di mazzette e tangenti che legano i militari gli uni agli altri in un crescendo di gradi e responsabilità. Storie di corrotti e corruttori che sporcano in modo indelebile l'uniforme bianca di quegli ufficiali. L'imbarazzo per la Marina è grande. In quel periodo a capo di tutte le Forze Armate c'era un marinaio, occorreva dare qualche altra cosa da leggere all'opinione pubblica. Qualche cosa che la distraesse dalle tante storiacce di mazzette, di gavettoni, mandorle tostate e champagnini che riecheggiano ancora nei corridoi di Palazzo Baracchini quando si parla della Marina. Allora ecco, con un tempismo perfetto, sulle pagine dei quotidiani arriva la storia di un generale dell'Aeronautica in pensione che faceva impicci e affari poco chiari con alcuni imprenditori. Un'altra classica storia di mazzette. Una storia come tante altre in questo paese malato che, però, in quel momento era buona come il pane per spostare l'attenzione del cittadino comune dagli affari sporchi di alcuni marinai.

A volte tornano avvolti nel tricolore. Soldati morti a causa di un ordigno improvvisato o chissà in quale atroce modo che non si può dire. I generali non sono li per dare risposte, neanche a una madre che chiede perché suo figlio è morto. Loro gli fanno sempre un bel funerale e tutti li a battersi il petto “per mia colpa mia grandissima colpa”. L'unica che piange è quella madre a cui la sorte ha strappato un figlio, quel padre che coi suoi ricordi. Un sorriso è unica eredità lasciatagli da un ragazzo di 29 anni. Lo ricorda felice e sorridente salutarlo prima di chiudere dietro di se la porta di casa quell'ultima volta.

Gli altri – i generali sempre in lotta per un posto in prima fila - sono li, non vedono l'ora che la cerimonia finisca. Sono abituati, ma bisogna mostrarsi affranti e resistere fino alla fine, bisogna farsi vedere, perché anche loro poi possano dire “Onorevole, io c'ero è stato straziante. Domani, non ora, posso disturbarla per una questioncina personale?”. Si eravate li anche voi colle mani sporche di sangue degli uni e degli altri, 20mila civili afghani.

La faccia pulita di quei ragazzi mandati in guerra ad esportare una democrazia che neanche hanno mai conosciuto. 53 morti italiani in quella terra lontana è il prezzo di un barile di petrolio. I funerali di Stato costano poco e sono di grande effetto mediatico. Eppoi il generale non deve neanche rispondere a quella madre che ancora aspetta di sapere come è morto suo figlio.

Il sorriso garbato di quelli messi sulle strade in mostra come belle statuine di coccio, o sull'albero maestro di una nave nella speranza di non cadere..... una presenza rassicurante che infonde sicurezza e cozza violentemente con l'aspetto sprezzante e marziale di quel generale che col dito puntato verso l'altrui libertà di pensiero e la voce colma d'ira la taccia come una “masturbazione mentale”. Mi ricorda il gerarca Gaetano Maria Barbagli alla conquista di Marte.

Parla con la voce rotta dall'emozione. È la prima volta davanti a un microfono di una radio. Era innamorato del mare e la passione dell''avventura lo ha portato ad arruolarsi nella Marina militare. “Girerete il mondo”, gli avevano detto omettendo le condizioni di vita estreme e senza nessuna tutela, le operazioni di salvataggio dei migranti nel Canale di Sicilia tra carenza di sicurezza e mezzi inadeguati. Il caso Marò. Le preoccupazioni del personale. Siamo numeri, abbandonati dai vertici militari e da una classe politica oggettivamente distratta dal proprio io. La missione antipirateria è inutile, siamo puntini in mezzo all'oceano indiano e quando arriviamo per rispondere a una richiesta di aiuto è già troppo tardi quando ormai i pirati si sono impossessati della nave mercantile, oppure se catturati vengono rilasciati perché nessuno li vuole accogliere e processare. I ragazzi del San Marco erano la soluzione per far risparmiare risorse ma sappiamo come è andata a finire. Una vita chiusi nelle “scatole di latta a frullare il mare”. È ben differente da quella comunemente diffusa dai telegiornali. Puzza di nafta e sudore mentre il motore del pattugliatore d'altura gira al massimo perché c'è un barcone di migranti da soccorrere. Occorre salvarne il più possibile. Il marinaio sottocoperta sa solo che bisogna fare presto: in mare ogni vita è sacra. Sa che i suoi comandanti rispondono a degli ordini arrivati dall'alto perché ogni migrante è prezioso per convincere la comunità europea che occorrono più soldi, più navi. Sa che c'è chi fa grossi affari sulla pelle di quei disperati ma a lui queste cose non interessano. Sa che oggi ha salvato un'altra vita, sa che la stampa di regime dirà che sono stati circa 900 i morti nel canale di Sicilia per quel barcone che si è rovesciato. Lo ha detto uno dei 28 clandestini scampati alla morte ma le salme recuperate dal mare sono state solo 24. Perché mentire sui numeri, anche 24 vittime sono una tragedia che si somma alle altre. Siamo allo stremo, poi mi saluta garbatamente mentre il suo grido d'aiuto risuona ancora nella mia mente. So che domani lui sarà al suo posto a fare il suo dovere indossando con fierezza quell'unica divisa bianca ancora che gli è rimasta, sana.

L'ammiraglio queste cose le sa bene ma preferisce uscire dal retro per evitare l'imbarazzo di dover rispondere a una “iena” sullo strano trasferimento di cinque marò colpevoli di aver fatto un gavettone di troppo, l'ammiraglio non si scompone neanche davanti alla richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo. Lui è tronfio nella sua elegante uniforme piena di nastrini e medaglie, resta saldamente sul ponte di comando mentre una graziosa marinaretta gli versa uno spumantino ghiacciato. Oggi è pieno di se e fiero di aver emanato delle disposizioni per la sicurezza dei “lavori in quota” che ci sarebbero dovute già essere prima che Alessandro salisse su quel maledetto albero maestro per dare spettacolo. Il prezzo del biglietto vale una vita.

Anche il generale dell'esercito mette in mostra tutte le sue medagliette, compresa quella della prima comunione. È fiero del suo nuovo incarico. Ora comanda tutti, lui è il più bravo, ha amici potenti e per conquistare il bastone del comando ha combattuto una guerra senza esclusione di colpi. In gioco c'è il futuro delle sue armate nere, una nuova guerra da inventare e combattere da dietro la scrivania. Gli è toccata la carta “obiettivo” più facile: distruggere le armate azzurre. L'importante è esserci. Le armi e le munizioni costano e qualcuno deve pure pensare a rifornire le truppe al fronte. Le industrie belliche lo avevano chiesto al Parlamento. Era il primo aprile del 2009 ma non era uno scherzo. Il generale ora comanda tutti ed è stufo di spalare mondezza nella terra dei fuochi, anche lui vuole sentirsi utile. Deve uscire il libro bianco è una occasione che non può perdere. Con la baionetta rifà la punta alla sua matita e si mette a scrivere. Poco più di 60 pagine scopiazzate qua e la che nulla aggiungono o tolgono a quella richiesta, a quanto già sapevamo sulla sorte delle Forze Armate, a quanto aveva deciso un Parlamento più attento alle esigenze del singolo generale che all'intera compagine militare che, ora si, è inesorabilmente proiettata verso un destino incerto. Il generale ha avuto la sua vittoria sull'aviatore. L'ammiraglio si consola con il regalo di commiato: una flotta di navi da guerra nuove di zecca. Per adesso.... 

Ne ho visti tanti staccare le ruote dall'asfalto della pista, partire e non tornare. È il rischio impresso nella mente di ogni pilota. Basta un errore, uno strumento di bordo che non funziona e incroci le tue ali con l'altro in un abbraccio mortale. Un boato. Una palla di fuoco nel cielo. Il rumore sordo dei rottami che si schiantano a terra. Accade. Nessun funerale di Stato, non glielo hanno concesso ma almeno leggeremo per sempre i loro nomi tra i tanti nel colonnato d'onore. L'Aeronautica va oltre la difesa dei nostri cieli. Tutto è pronto per il decollo, l'aereo attende dalla torre di controllo l'autorizzazione al decollo ma questa volta non la porterà a casa la Pinotti, ha a bordo un passeggero speciale: una bambina di sette anni che ha bisogno di immediate cure mediche specialistiche. Il pilota e l'equipaggio sanno che devono fare presto, sanno che questa volta nessuno gli punterà il dito contro e non rischieranno nessuna condanna da parte dei giudici contabili. Sanno che forse nessuno gli dirà grazie. Ma quello è il loro lavoro: il Falcon decolla e dopo 45 minuti di volo la bimba e l'equipe medica dell'unità di neurochirurgia dell'ospedale Brotzu di Cagliari atterrano nell'aeroporto di Ciampino dal quale i loro angeli custodi erano decollati solo un paio d'ore prima.

Quel generale dell'Aeronautica in pensione? Beh, per lui ci sarà un processo mentre gli altri, quelli in servizio, aviatori e marinai, pensano a volare e servire il paese, a salvare delle vite umane perché sanno che il loro lavoro è utile anche in tempo di pace anche se il ricordo di Ustica pesa come un macigno sulla coscienza di molti, che sanno ma tacciono.

Sì, nonostante tutto le Forze Armate sono al servizio del paese.

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