Direttore Valter Vecellio. 1 year 25 weeks ago
Valter Vecellio

Diritto alla conoscenza, diritto al diritto… Lettera aperta al presidente Mattarella (e a tutti noi)

Caro Direttore, caro Piero

che mi spalanchi le porte del Garantista ogni volta che busso e spesso ne approfitto con un filo di imbarazzo: a chi inviare, oltre a te, una “lettera aperta” che sollevi una questione, anzi due, che urgono, che stanno lì, tutti le possono vedere, valutare, discutere (tutti, beninteso, che siano quelli in gergo definiti “addetti ai lavori”). È un po’ come la “lettera rubata” di cui scrive Edgard Allan. Poe: è lì, la “lettera”, mimetizzata in un luogo a tutti visibile… Quello che manca è un Auguste Dupin…

Potrebbero esserlo, volessero, Luigi Amicone con il suo Tempi; Fausto Bertinotti, il priore della comunità di Bose Enzo Bianchi; il da sempre generoso Guido Ceronetti, l’altrettanto da sempre sodale Furio Colombo; Vittorio Feltri che lo si può discutere su tutto quello che dice e scrive, ma è di adamantina qualità… Chi, Roberto Saviano, o i miei amici Sergio Staino e Vincino, o il direttore del Foglio Claudio Cerasa, e uno dei suoi più bravi editorialisti, Guido Vitiello… li sto citando uno per uno, nella speranza che questo mio messaggio in bottiglia arrivi ai loro piedi, e corrispondano.

La questione la conoscono, penso di saperlo per certo: sono tutti non estemporanei ascoltatori della Radio Radicale, e sicuramente ascoltano Marco Pannella nelle sue conversazioni della domenica pomeriggio.

Da tempo Pannella martella come lui solo sa fare (la bergsoniana durata, che è la forma delle cose), su un tasto che a prima vista va rubricato nel “sogno”, ma che è più propriamente una “visione”: come, per intenderci, era “visione” quel Manifesto di Ventotene elaborato da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli al confinio di Ventotene, mentre il mondo era in fiamme e sotto il tallone dei nazi-fascisti, e loro disegnano nientemeno che “gli Stati Uniti d’Europa”. La “visione” pannelliana di questi mesi si chiama “diritto umano alla conoscenza”: quattro parole che sono un mondo; da indagare, studiare, analizzare, “fissare” appunto come obiettivo “naturale”. Conoscere, la possibilità di conoscere, di “sapere” è l’elemento base di un sistema democratico; la “piccola cosa” che rende una persona cittadino e non suddito; la garanzia che chi governa può essere controllato e giudicato da chi è governato. Poi si può discutere il modo, il come, il quando; ma il principio va conquistato, garantito, difeso.

La lotta per questo diritto è cominciata anni fa; e l’obiettivo era individuare e accertare le pesantissime responsabilità di George W. Bush e Tony Blair (ma anche di Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi) per quel che riguarda la seconda guerra in Irak e il boicottaggio fattivo alla proposta-possibilità che Saddam venisse esiliato e fosse possibile una transizione democratica di quel paese. Studiosi ed esperti di indiscussa competenza e autorevolezza si sono dati appuntamento e si sono confrontati in un convegno a Bruxelles di cui pochissimo si è parlato, documenti la cui pregnanza è tuttora valida. Ora siamo a un secondo appuntamento, un “Bruxelles due”, con una importante novità ed evoluzione: perché in parallelo al diritto alla conoscenza, viene la proposta di una azione politica di cui possono essere (e in molti casi vogliono essere) protagonisti alcuni importanti attori e protagonisti di paesi arabi; vale a dire un processo (che sarà certo lungo, complesso, ma l’importante è che sia avviato) di quegli stessi paesi verso lo Stato di diritto. E per dire, potrebbe essere un processo che vede coinvolti Tunisia, Marocco, Giordania…un inizio di slavina, che anticipa la valanga. Comunque una possibile alternativa all’esistente, fatto di sangue e brutalità, di attentati e stragi, di crimini di terroristi contro l’Occidente, ma soprattutto contro gli stessi arabi. Perché i tagliagole dell’ISIS e degli altri movimenti terroristici non si scagliano solo contro gli occidentali; fanno soprattutto strage dei loro stessi popoli, in Irak, in Libia, in quel che resta della Siria, in Yemen, in Arabia Saudita; e certamente vi sarà chi, interessato, soffia su quel fuoco, a Pechino, a Mosca, altrove. Ma a maggior ragione allora si dovrebbe prendere in considerazione quella “visione”, quella proposta pannelliana, e non guardarla, quando la si guarda, con sufficienza e commiserazione. Da sempre sono i “visionari” che fanno progredire il mondo, non i “realisti”. Cosa vi impedisce, vi richiamo per nome, carissimi Amicone, Bertinotti, Bianchi, Ceronetti, Colombo, Feltri, Saviano, Staino, Vincino, Cerasa, Vitiello di dedicare una manciata del vostro tempo a questa questione, di aiutare a che sia conosciuta, discuterla magari anche solo per respingerla? La novità non è che si auspica una possibile via araba alla democrazia, e neppure che la democrazia sia esportata e più o meno imposta ai paesi arabi. La novità è che sono governanti, ed autorevoli esponenti e leader di paesi arabi a dirsi disponibili a lavorare per un percorso che abbia come obiettivo lo stato di diritto e la democrazia. Vi par poco, vi pare cosa irrilevante, vi par cosa di cui disinteressarsi e non prestare attenzione? Perché nei fatti è quello che accade.

E vengo alla seconda parte della “lettera”, che riguarda tutti noi, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’ultimo, chi scrive, e nessuno escluso. Bisogna fare però un passo indietro, fino al 19 maggio del 1976. Quel giorno sul Corriere della Sera compare un appello. È firmato da Giuseppe Saragat, Ferruccio Parri, Pietro Nenni, Alberto Moravia, Ignazio Silone, Elena Croce, Leonardo Sciascia, Giacomo Mancini, Arrigo Benedetti, Loris Fortuna, Riccardo Lombardi, Antonio Baslini, Lucio Colletti, Vittorio Gorresio, Falco Accame, Gustavo Comba, Dacia Maraini, Salvatore Frasca, Salvatore Valitutti, Livio Labor, Flavio Orlandi, Franco Fortini, e poi via via, tantissimi altri, se ne perde conto e memoria.

Quegli autorevolissimi firmatari fanno loro una richiesta dei radicali di allora. Leggiamola: “Chiediamo che vengano assicurati alla campagna elettorale pubblica elementari criteri di equità e di giustizia. Chiediamo, in particolare, che vengano assegnati tempi uguali di propaganda a tutte le forze concorrenti; che l’ordine degli interventi venga fissato per sorteggio ed, eventualmente, reso più equilibrato e giusto con opportuni accorgimenti; che non si discriminino forze non parlamentari dal dovere di fornire agli elettori quel resoconto sulle loro attività che gli altri partiti si sono attribuiti e stanno eseguendo in questi giorni. È doloroso che su principi di tale natura debba verificarsi uno scontro drammatico piuttosto che una generale unità. Ma è evidente che, per acquisirli al gioco democratico, com’è necessario, i rappresentati di una forza significativa ed importante della nostra vita nazionale, da ormai vent’anni, debbano in coscienza esporre la loro vita per ottenere una civile risposta dalle istituzioni. Per questo ci appelliamo pubblicamente al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Parlamento, garanti dei diritti fondamentali della persona e della Carta repubblicana, nonché ai partiti ed alla stampa democratica perché sia subito scongiurato il grave rischio esistente di irresponsabili sottovalutazioni od elusioni di fronte al problema che i radicali propongono. Ci auguriamo che queste democratiche e civili richieste vengano subito accolte, con l’urgenza che questa oggettiva situazione comporta”.

Già: perché anche allora per quelle “democratiche e civili”, elementari richieste, Pannella e i radicali si vedono costretti a utilizzare “l’arma” dello sciopero, della fame e della sete. A quarant’anni di distanza, è mutato qualcosa? Sì, non ci sono più i Saragat e i Nenni, i Parri, i Silone, gli Sciascia, le Croce…

Quelle richieste fatte allora pubblicamente al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Parlamento, garanti dei diritti fondamentali della persona e della Carta repubblicana, valgono anche per l’oggi; a maggior ragione, per l’oggi, Signor presidente della Repubblica, Signor presidente del Consiglio, Signor presidente del Senato, Signora presidente della Camera dei Deputati… Allora i vostri predecessori seppero, vollero rispondere. Voi…?

* Pubblicato sul Garantista.

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