Direttore Valter Vecellio. 1 year 4 weeks ago

Marino il replicante, Renzi alla ricerca di un’exit strategy

Partecipa alla festa de l’Unità a Roma, il sindaco Ignazio Marino. Comincia il suo intervento citando il replicante Roy Batty interpretato da Rutger Hauer in Blade Runner di Ridley Scott: «Io ne ho viste di cose, che voi umani non potreste immaginarvi…»; e si riferisce a quello che ha visto, ha sentito, ha capito quando ha messo piede in Campidoglio, e si è trovato davanti a quello che ha definito lo sfacelo lasciato dalla Giunta precedente, quella guidata da Gianni Alemanno. Non si fa fatica a crederlo; solo che quel «I’ve seen things you people wouldn’t believe…» è il soliloquio pronunciato dal replicante sotto la pioggia, prima di morire. Non è esattamente di buon auspicio. 

Si difende con le unghie e con i denti, Marino: snocciola dati, cifre, fatti, per spiegare che ha ereditato una situazione disastrosa, e ne paga le conseguenze; diciamolo pure, gli argomenti ci sono; lo ascolti e puoi convenire: ci sono molte cose fatte, e molte delle cose da fare sono difficili da risolvere. Lui rilancia: non solo sostiene che non ci pensa neppure a dimettersi, che ha intenzione di ricandidarsi e amministrare la città fino al 2023. Dovrà sudare le proverbiali sette camicie (e anche qualcuna di più), per convincere l’elettorato romano a non disertare le urne o premiare il movimento di Beppe Grillo; ma soprattutto dovrà sudare e faticare per vincere le resistenze del Pd che lo vede come fumo negli occhi; soprattutto dovrà fare i conti con il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi: che in omaggio a una regola di sempre, quando vince, è per merito suo; quando perde, è colpa degli altri. Ed essendo colpa degli altri il rovescio subito in Liguria e in tutti i grandi comuni in cui si è votato, ecco che annuncia di voler lavorare di ramazza; non solo a Venezia, a Genova, ad Arezzo; anche a Roma: perché è Roma la ferita più sanguinosa e dolorosa: con un Pd frastornato più di Sonny Liston sotto i colpi di un inarrestabile Cassius Clay dopo la catena di arresti e scandali che sono emersi; una Roma che non sa bene come affrontare la scadenza dell’Anno Santo, e che vede i poteri reali della città (Vaticano e costruttori), alla ricerca spasmodica di un candidato credibile: e si pensa ad Alfio Marchini… Marino è sulla graticola. Renzi-camicia bianca glielo dice in modo che non può essere più chiaro: «O governa o va a casa»; non un semplice avvertimento: l’affermazione che fino a questo momento non si è governato, o si è governato poco. «Resto fino al 2023», scandisce a brutto muso Marino, che annuncia una fase Due, «perchè l’onestà, lo so, non basta». Una determinazione che non scioglie l’impasse politico dopo l’aut aut di Renzi. Palazzo Chigi attende che la situazione si chiarisca, e soprattutto per formalizzare la definizione del decreto della presidenza del consiglio che ‘organizza’ la gestione del Giubileo con la figura del coordinatore Franco Gabrielli, regista della gestione dell’evento. «Alla faccia dei gufi», dice Marino, «sento la vicinanza dei romani e la mia maggioranza è convinta che bisogna proseguire l’azione di risanamento: sono una persona che vuole fare bene il suo lavoro e amministrare bene la città con spirito di servizio e senza ambizioni di carriera politica». Scuote la testa Michele Anzaldi, parlamentare renziano doc, un tempo legato a Francesco Rutelli, e che non risparmia punzecchiature velenose: «Marino avrà letto Nostradamus che prevede al fine del mondo nel 2023». Il ministro Graziano Delrio lo sprona «a non fare un passo indietro»; ma aggiunge che «non deve stare sereno». 

In queste ore il segnale più preoccupante per il sindaco viene dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. La Madonna di Laterina avverte col suo più smagliante sorriso (e quando sorride così, bisogna stare attenti più che mai, il colpo è nell’aria): «Marino è una persona onesta e sta facendo suo lavoro. L’onestà è indispensabile per chi fa politica ma da sola non basta. I cittadini chiedono che Roma sia gestita bene. Marino deve essere all’altezza di questa sfida e deve gestire questo passaggio difficile. Solo lui può sapere se se la sente». Non solo; Boschi parla del rischio di scioglimento del Comune per mafia: «Credo che il nostro dovere sia quello di mettere al primo posto il rispetto delle leggi, della correttezza, della legalità, il rispetto dei cittadini di Roma. Per cui, se dovessero emergere degli elementi che portano allo scioglimento del Comune di Roma per infiltrazione mafiosa, il Governo si assumerà questa responsabilità, perché ovviamente è più importante garantire il rispetto delle leggi che un titolo sui giornali, per quanto difficile da digerire». Valuti ognuno se non si tratta dell’annuncio di un ukase prossimo venturo. 

Il problema è che Marino, a parte le sue lacune, le sue "ingenuità", i suoi errori (e ce ne sono una sfilza), può diventare un ideale capro espiatorio per Renzi, che da giorni promette il "partito nuovo". Massimo Cacciari scuote la testa desolato: «Renzi non ha nella zucca cosa possa essere il partito nuovo, quanto sia necessaria la collegialità come struttura portante dell’agire politico; non ha una visione del partito federale». 

Il problema di Renzi e dell’intero PD è che non c’è più nessuno che abbia una capacità di lettura della realtà; che sappia cogliere i "segni", gli scricchiolii. Una prova? Andiamo al 23 novembre 2014. Quel giorno dalle urne emerge il risultato del voto in Emilia Romagna per le regionali: affluenza: 37 per cento. Nel 1995, alle regionali l’affluenza era stata dell’88 per cento. In vent’anni il 51 per cento di elettorato della regione ‘laboratorio’ e del buon Governo diserta le urne. Qualcuno ci fa caso, si chiede cosa accade? Neppure per sogno. Quella era la regione portata come simbolo ed esempio del benessere, della sinistra riformista, dell’innovazione, dei piani regolatori sostenibili, dei servizi sociali per tutti. Ecco. Poi sono arrivate le elezioni europee: il 50 per cento degli elettori diserta le urne; e Renzi gongola: «Abbiamo vinto». E sono arrivate Venezia, Arezzo, Matera, il tracollo un po’ ovunque. Ora che la stalla è vuota, forse, chissà, qualcuno pensa a chiuderla. Vogliamo ascoltare un acuto studioso dei fenomeni politici come il sociologo Luca Ricolfi, uno che non è della corte berlusconiana, e tuttavia al centro sinistra non ha mai fatto sconti, abituato com’è a fare i conti con la realtà dura dei fatti? «Non è il caso di girarci troppo intorno: il Governo Renzi non ha più la maggioranza nel Paese». 

Se dobbiamo dare credito ai sondaggi demoscopici, il consenso all’Esecutivo è sul 39 per cento; un anno fa era quota 69 per cento; venti punti in meno in un anno sono tanti. Ricolfi lo spiega così: «A me pare che le forze che stanno mettendo alle corde il renzismo siano due: una esterna, l’altra interna. Quella interna è il cambiamento del clima politica in Europa, il rafforzamento dei partiti anti-euro e anti-immigrati». Un fenomeno che riguarda tutta Europa senza distinzione: Francia (Marine Le Pen), Regno Unito (Nigel Farage), Ungheria (Viktor Orbàn), Spagna (Pablo Iglesias), Grecia (Alexīs Tsipras); in Italia (Beppe Grillo e Matteo Salvini, di fatto uniti nella lotta all’euro e agli immigrati); e poi la Polonia, la Danimarca, l’Austria… Per paradosso, il voto più europeo è stato quello in Turchia, che dell’Unione Europea non fa parte. La seconda "forza", secondo l’analisi di Ricolfi, riguarda la crescente ondata anti-casta, che trae alimento dall’ininterrotta catena di scandali tema di scandali e inchieste giudiziarie e penali che investono in pieno il partito del presidente del Consiglio. In questi giorni Renzi e il suo governo mostrano tutti i loro limiti. Abilissimi affabulatori, al dunque mostrano tutta la loro inadeguatezza. A torto o a ragione ogni giorno che passa si erode la fiducia dell’opinione pubblica circa la loro capacità di offrire soluzioni tempestive e credibili, verificabili, sia in tema di sicurezza che di legalità, di minimo decoro della vita e dei problemi quotidiani, si chiamino occupazione, pensione, costo della vita. Non si po’ sempre addossare la colpa di quello che accade all’operato di governava prima, o accusare chi solleva questioni e problemi di essere gufi, profeti del malaugurio e ‘di abbaiare alla luna’. Non si può andare a vertici e riunioni internazionali promettendo e dando ad intendere che si batteranno i pugni sul tavolo, e poi tornare, come ieri dall’incontro con il Presidente francese François Hollande, con le proverbiali pive nel sacco. 

In un’analisi accurata della situazione italiana il Wall Street Journal conclude che il momento difficile del Governo è dovuto ad un insieme di fattori, interni ed internazionali, e che almeno un paio di essi sfuggono al controllo di Renzi: il possibile default della Grecia e la crisi dell’immigrazione. E in entrambe le questioni, il ruolo giocato da Renzi appare di scarsa incidenza. Il presidente del Consiglio avverte più che mai la necessità di confermare le sue doti di "uomo del fare". Per questo, tra le opzioni sul suo tavolo, prende corpo la possibilità di mettere la fiducia sulla "Buona scuola", accettando qualche emendamento degli oppositori: una strada obbligata nel caso di un fallimento dei negoziati con i sindacati che per ora restano fermi nella bocciatura del provvedimento. Il calcolo del capo del Governo è che difficilmente l’opposizione interna farà mancare il proprio voto, perché una sconfitta si tradurrebbe in un’automatica crisi al buio. Sulla riforma del Senato ci saranno alcune aperture, in grado di accontentare i frondisti. Ma è un percorso ad ostacoli, complicato dai malumori che serpeggiano in casa centrista. Palazzo Chigi forse potrà contare sul voto di coscienza dei seguaci di Denis Verdini, dissidente a giorni alterni e al quale Silvio Berlusconi avrebbe acconsentito, per evitare la diaspora del suo ex fedelissimo; ma è un soccorso peloso, una cambiale onerosa che presto verrà messa all’incasso.    

Ecco perché in questo contesto, da tempo ci si è permessi di osservare che la questione più urgente (per il Pd, per Renzi) è quella romana. Come cinquant’anni fa, la situazione è simile a quella mirabilmente riassunta nel titolo della famosa inchiesta di Manlio Cancogni per l’Espresso di Arrigo Benedetti: "Capitale corrotta, nazione infetta". Per Renzi è sempre più vitale "pacificare" le retrovie, prendere il partito sotto il suo controllo, poter proseguire nelle nomine in enti e partecipate importanti e di potere reale. Obiettivo speculare a quello del redivivo Berlusconi: che di tasca sua risana le esangui casse del partito (e dunque, lo riporta al suo pieno controllo), e dal buon risultato delle elezioni comunali vuole ripartire per rilanciare Forza Italia. Fanno, entrambi, i conti senza l’oste-elettore, che non mancherà di presentare il conto salato sotto forma di ulteriori astensioni e consensi ai movimenti di Grillo e Salvini. Per tutti, la situazione è quella descritta da Hegel: «Hier ist die Rose, hier tanze».

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