Direttore Valter Vecellio. 1 year 39 weeks ago
Franco Fregni

Una barca, un uomo e gli altri

Ci sono tanti modi di navigare, tutti istruttivi. Poi capita di uscire in mare con dei bambini malati di leucemia o con altri colpiti dal disturbo dell’autismo e senza averlo chiesto ricevi un dono e guardi in faccia la realtà. 

Navigare a vela è un incantesimo. Nel preciso istante in cui si spegne il motore e si issano le vele, si prova un tuffo al cuore. La barca decolla e si comincia a volare. Sì, letteralmente decolla e vola, perché la barca a vela funziona in base alle stesse leggi fisiche che regolano il moto degli aerei. 

In quel momento si provano due emozioni forti e contrastanti. Da un lato c’è la gioia per questo miracolo che si ripete – ci si muove grazie ad un soffio d’aria – dall’altra c’è la preoccupazione che tutto vada al meglio perché l’inconveniente non è mai escluso e bisogna tenere la barca e se stessi sempre in piena efficienza. Se la giornata è bella resta solo la gioia, se il tempo peggiora allora si lavora duramente per poter continuare il viaggio, e la gioia raddoppia quando tutto si conclude bene. 

Se si naviga da soli si crea uno stato d’animo altrettanto contradditorio. Da una parte c’è una superbia crescente perché la propria autostima aumenta, nella consapevolezza di compiere un gesto che la stragrande maggioranza degli esseri umani neppure ipotizza. Dall’altra cresce a dismisura anche l’umiltà, perché di fronte alla forza degli elementi ci si rende conto che noi non siamo nulla. Siamo solo polvere che il vento prima o poi dissolverà. Neppure il mare, e il sole e la luna sono eterni. Resterà sempre e solo quel soffio vitale. 

Un’uscita in solitario è come una seduta da un bravo psichiatra. Viaggi anche dentro di te e, se hai la lucidità e il coraggio di inoltrarti in metaforiche acque profonde, risolvi anche i tuoi mali oscuri. 

Navigare con altri, in equipaggio, per una regata o una crociera, è altrettanto interessante. L’uscita dal porto e l’inoltrarsi in mare aperto annullano tutte le ipocrisie della vita sulla terra. Qui ognuno si mostra per quello che è davvero. Non ci sono più le convenzioni. E non si bluffa: o una cosa la sai fare o non la sai fare. Se sai, sei utile; se non sai, sei un pericolo per te stesso e per gli altri. Qui ogni parola ha un significato preciso, ad ogni azione segue una reazione. Se la giornata è bella, tutto è tranquillo; se diventa tumultuosa ogni animo si disvela e mostra il vero volto di ognuno di noi. C’è il pavido e il coraggioso, il generoso e l’egoista, il gentile e il dispotico, l’accorto e lo sconsiderato. Nessuna finzione, nessuna cialtroneria. Siamo di fronte ad uno specchio preciso, che non mente. 

Poi, talvolta, accade di andare in mare per altri ragioni e altri motivi. Mi è capitato in questi ultimi anni, grazie a delle iniziative del Club Nautico, di uscire in mare con dei bambini malati di leucemia o autistici. 

E qui per la penna diventerebbe facilissimo intingere l’inchiostro della retorica e sbrodolare alate frasi sulla solidarietà e sulla necessità di aiutare gli altri. Abbiamo già letto mille volte di chi si crede fortunato perché aiuta chi ha bisogno, naturalmente sempre senza mai dirlo direttamente perché non “è fine”, non è politicamente corretto. 

Alla fine di queste occasioni mi sono ritrovato turbato e commosso. Un turbamento e una commozione che non erano dovuti né alla pietà né al compatimento nei confronti di chi vive una contingente situazione difficile, ma questa commozione e questo turbamento erano dovuti all’essere stato messo di fronte alla realtà e all’aver ricevuto un dono. 

Il dono arriva grazie ad un momento di emozione, ad un sorriso di questi bimbi. Gesti che ti dicono di non buttare via il tuo tempo, di vivere al meglio, di non sprecare neppure un minuto. Guardando questi volti capisci che devi rispettare la vita. Un rispetto doveroso nei tuoi confronti e nei confronti degli altri. E dal rispetto della vita nascono tutta una serie di azioni ineludibili per chi vuol aspirare ad essere non buono, non bravo, ma semplicemente uomo in mezzo agli uomini. 

Non le elencherò, le conosciamo tutti, stanno, magari nascoste, nel nostro animo. Si tratta di farle uscire e di essere uomini davvero. 

La realtà che ci svelano i volti di questi bambini, ragazzi e dei loro familiari è che il mondo che noi conosciamo è una grottesca congettura. Ragioniamo in termini di denaro, di possesso, di apparenze e appartenenze. Il lavoro, il conto in banca, la macchina, la casa, i vestiti, i gioielli… Giusto premio per come si è operato, ma anche ben misere ricompense se queste apparenze e appartenenze non sono legate al nostro corretto agire.

Quanto vale economicamente il sorriso di uno di questi ragazzi? Quanto valgono i sacrifici di queste famiglie? Perché ragioniamo in termini di Pil (degli Stati e delle persone) e non consideriamo in questi conti economici la bellezza, la gentilezza, la generosità, il sacrificio, la preghiera? 

Ci arrabattiamo dietro un ridicolo indice di borsa, ci scaldiamo per una comica vicenda politica e così facendo dimentichiamo la nostra umanità e il nostro essere comunità, aiutando il prossimo che ci chiede poco. Magari solo un sorriso.

(*) da Rimini 2.0

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