Direttore Valter Vecellio. 1 year 1 day ago
Valter Vecellio

A chi attendeva una seconda puntata della polemica Pannella/Bonino. Contento di averli delusi

La si può immaginare, la delusione. Domenica, tra le 17 e le 19, a Radio Radicale, la consueta conversazione con Marco Pannella. Immaginabile che giornalisti  (e non solo loro), si siano sintonizzati, avidi e vogliosi di carpire qualche ulteriore brandello della ormai per tutti polemica Pannella v/s Bonino. Spiacenti; è andata male. Nel gioco delle “alternanze”, domenica scorsa è capitato a chi scrive “conversare” con Pannella; e chi scrive, pur avendo una idea precisa su questa polemica (e qualcosa l’ho espressa, in un articolo pubblicato su Il Garantista, e in una riunione a Torre Argentina), una cosa l’aveva ben chiara fin dal sabato pomeriggio: ovviamente Pannella era liberissimo di tornare sulla questione, ma non avrebbe mosso un dito per ulteriormente alimentarla. No: gli interventi di Angiolo Bandinelli, Roberto Cicciomessere, Marcello Crivellini, Gianfranco Spadaccia, disseminati su giornali cartacei e on-line, i commenti nell’universo web, gli articoli cosiddetti di “cronaca” apparsi sui giornali di martedì e mercoledì (e vai a capire perché non pubblicati subito, a ferro caldo; nelle edizioni del lunedì non una parola. Perché hanno aspettato?), bastano e avanzano. Certo, la portata della polemica, i loro protagonisti, le implicazioni, il detto e il sottinteso, sono qualcosa che non può (e neppure deve) essere cancellato, ignorato, liquidato con una scrollata di spalle, risolto con un appello al “vogliamoci comunque bene”, al “pensiamo al partito”. Anzi, è bene discuterne, parlarne, ragionarci, nel caso scatenare nuove polemiche. Che i panni si lavino in pubblico, senza timori. Ma non quel pomeriggio di domenica. No, almeno per quel che mi riguarda. Perché alle spalle avevamo la importante Conferenza di Roma, punto d’arrivo e insieme di partenza: un qualcosa di consolidato, esistente, e al tempo stesso da rafforzare, alimentare, costruire. Soprattutto da far conoscere, perché se ne sia sempre più consapevoli, perché il fare presuppone il saper fare; ma soprattutto il far sapere.

Così, il sabato pomeriggio, come accade quando si parla, e il parlare sono pensieri espressi ad alta voce che si formano nel momento stesso in cui gli si dà voce, riflettendo sull’importante, significativa, presa di posizione assunta dall’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, nel corso della recente “Conferenza” di Roma, e ribadita nel corso di un’intervista a Radio Radicale, ecco che Maurizio Turco butta lì: perché non provate a chiedergli di intervenire alla domenicale conversazione con Pannella? Il tempo di chiedere allo stesso Pannella se dava l’ok alla partecipazione di Terzi, incassareo il suo: “Certo, ottimo”; ed ecco che il direttore di Radio Radicale Alessio Falconio riesce a contattare l’ambasciatore a un’ora impossibile, gli strappa la promessa che sarebbe intervenuto:  telefonicamente, per qualche minuto sottratto a impegni già assunti.

Chi poi ha ascoltato la conversazione sa come sono andate le cose. I “pochi minuti” sono diventati quasi un’ora; e la sintonia tra Terzi e Pannella è stata totale. Un “procedere” perfetto, dove l’uno porge il testimone all’altro, e integra in assoluta armonia i concetti espressi, li sviluppa e ulteriormente raffina. E dire che i due, ne sono buon testimoni, non si sono sentiti neppure un minuto prima dell’inizio della trasmissione.

Sono ormai un discreto numero, le domeniche con cui mi sono trovato a “conversare” con Pannella. Non ne ricordo un’altra che sia stata così “politica” e “piena” di prospettive operative, concrete indicazioni di lavoro; e al tempo stesso di “visione”, di elaborazione per un progetto appassionante che sarà difficile, un percorso irto di difficoltà, che richiederà costanza, pazienza, intelligenza (e anche astuzia); ma è tra le poche cose per cui vale la pena di impegnarsi in questi anni e in questo tempo.

Lo si era messo in conto, lo si era previsto: sui giornali del lunedì e dei giorni successivi, così avidi e vogliosi di poter raccontare l’ennesima puntata del famelico Pannella che divora tutti e tutto, ecco: di quella “visione”, di quel “progetto”, di questa “ambizione”, non avrebbero dato notizia neppure in una manciata di righe, di quelle che non si negano a nessun “peone” purché abbarbicato a uno scranno parlamentare. Così è stato, così sarà ancora. Guardano (molti) e sono incapaci di vedere, ormai completamente travolti dalle loro pigrizie, dal loro cinismo, dalle loro letterali e ben coltivate ignoranze, dalla loro incapacità di “sognare”; poi, sì: ci sono quelli che vedono benissimo; e proprio perché benissimo vedono e intendono, comprendono che il silenzio è l’arma vincente per neutralizzare e annichilire l’avversario. In fin dei conti, tutti i regimi, tutte le inquisizioni hanno cura non solo di distruggere i corpi, ma soprattutto eliminare gli scritti, la “memoria”; i più raffinati poi la riscrivono, spacciandola come storia. I radicali lo sanno bene: scorrete a vostro piacere una qualunque rassegna stampa, non c’è quasi mai quello che dicono o fanno; quasi sempre quello che secondo “loro” hanno detto o fatto. Si arriva al punto di attribuir loro di aver detto o fatto qualcosa, per poter così rimproverarli di aver detto o fatto quelle cose che effettualmente non hanno mai detto o fatto; e questa operazione, da sempre, viene tentata e praticata nei confronti di Pannella: dieci anni fa, un anno fa, un giorno fa… Come si dice: prima lo si chiacchiera, poi lo si rimprovera d’essere chiacchierato.

Peccato per i giornalisti e gli altri “golosi” che domenica scorsa sono rimasti incollati per due ore, sottratte alla spiaggia o alla frescura di una campagna; si attendevano urla e strepiti, polemiche, accuse, recriminazioni, per con gusto poter maramaldeggiare. È andata male: i radicali non sono dei capitani Francesco Ferrucci; si sono dovuti sorbire due ore di politica; di quella politica che non è di casa né di Matteo Renzi né di Silvio Berlusconi; e tantomeno, figuriamoci, di Matteo Salvini o Beppe Grillo.

Certo, mette un po’ di malinconia che ancora nessuno abbia saputo, o potuto, o voluto cogliere la “novità” di quello che ha cominciato a dipanarsi con la prima Conferenza di Bruxelles, con quella successiva di Roma, con i messaggi e le iniziative del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; con i primi, ben auguranti “passi” del suo successione Sergio Mattarella; le prese di posizione dei ministri Paolo Gentiloni e Andrea Orlando; il “fare” di papa Francesco; per non dire di quello che emerge a livello di giurisdizioni nazionali e internazionali (se ne accorge Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera). È un qualcosa di carsico destinato ad esplodere. Lo abbiamo già visto, in altre occasioni. Basta avere l’ostinazione di “far quel che si deve”. Per l’oggi, per chi scrive, la soddisfazione di aver lasciato con un palmo di naso quelli che Sergio Rovasio ha opportunamente definito “…tutte le specie di sciacallo sono contraddistinte da una taglia contenuta, minore di quella dei lupi. Possiedono una dentatura robusta, con lunghi canini e zampe lunghe e affusolate”.

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