Direttore Valter Vecellio. 3 weeks 6 days ago
Maria Cristina Massili

Migranti tra business, censura e conformismo mediatico

Le notizie sui migranti che impazzano sui media privilegiano gli aspetti emozionali e più sconvolgenti della migrazione ma l'immagine del fenomeno migratorio in Europa è inquinata da tutte le sfumature della censura mediatica e dall'ideologismo buonista (o “cattivista”) e contribuisce a rinchiudere ciascuno nella propria solitudine e isolamento.

Si va da un atteggiamento mentale di tipo colpevolista e auto flagellante, eredità del terzomondismo, alla xenofobia delle destre populiste. Tra i due poli tutte le sfumature del conformismo. Quasi inesistenti sono le analisi oggettive, indispensabile premessa per comprendere le dinamiche socio-economiche e attivare le risorse intellettuali capaci di far fronte in modo razionale all'ondata migratoria in corso.

L'ignoranza delle reali dinamiche migratorie è coltivata intenzionalmente tra le masse ed è correlata ai business che alimenta.

Il primo passo per uscire dall'ignoranza è fare chiarezza sulle dinamiche finanziarie del fenomeno. Innanzitutto occorre aver chiaro che, a causa della particolare forma assunta dal cosiddetto “turbocapitalismo” - nel frattempo divenuto capitalismo di sorveglianza - le ondate dell'odierna immigrazione muovono (e sono messe in moto da) un enorme business. È un dato di fatto documentato che tanto l'accoglienza che il respingimento dei migranti costituiscono business formidabili e complementari. Considerando i rifugiati e i migranti non registrati, la ricerca del gruppo “The migrant files” ha portato a stimare in 17 miliardi di euro i soldi spesi dai migranti per arrivare in Europa tramite scafisti e facilitatori vari.

L'Europa spende miliardi per tenere i migranti fuori. Poche compagnie guadagnano cifre altissime dalla logica del respingimento. Un business crudele e molto lucrativo. I confini europei sono sotto costante sorveglianza; per avere questo tipo di controllo vengono utilizzate tecnologie militari sviluppate da compagnie private, finanziate dall’Unione Europea e dall’Agenzia spaziale europea (Esa). Tra le aziende che guadagnano di più dagli investimenti in tecnologia troviamo produttori di armi come il Gruppo Airbus, Finmeccanica e il gruppo Thales. Oltre un miliardo di euro è stato speso per Frontex. Altri 70 milioni di euro sono stati spesi dai paesi del Mediterraneo per l’acquisto di imbarcazioni, visori notturni, droni, auto e altri mezzi per il controllo dei confini.

Il muro spagnolo che circonda Ceuta e Melilla costa 10 milioni di euro all’anno solo di manutenzione e controllo. I cittadini italiani hanno pagato milioni di euro alla Libia per imbarcazioni e strumenti di controllo dei migranti. Le ricerche dei giornalisti di The migrant files hanno calcolato che la spesa media per deportare un migrante si aggira attorno ai quattromila euro, metà dei quali dovuti al trasporto. Il costo dei rimpatri forzosi in Europa si avvicina al miliardo di euro all’anno.

La cosiddetta accoglienza è l'altra faccia del business.

Quanto emerso dall'indagine di Mafia Capitale sul sistema che operava al Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo più grande d'Europa, è una chiara esemplificazione del livello di corruzione politica e radicamento criminale che gravita attorno al fenomeno migratorio. Cento milioni di euro all’anno, tremila ospiti che diventavano anche il doppio, appalti e fornitori, posti di lavoro e voti. Un sistema politico-mafioso in grado di produrre consenso elettorale e denaro contante.

Mafia Capitale però fotografa solo una piccola parte della situazione italiana. Cosa sappiamo di ciò che succede in Sicilia, in Sardegna, in Spagna, in Grecia e nel resto d'Europa? In realtà nulla.

L'ignoranza dei veri dati oltre alla mancanza di una chiave di interpretazione dei dati stessi impediscono una visione chiara del fenomeno. Tale ignoranza si alimenta anche dalla difficoltà di dibattere apertamente, senza isterismi mediatici e senza pregiudiziali ideologiche, le implicazioni e le ricadute economico-antropologiche del fenomeno migratorio sulla realtà dell'Europa.

La storia e la geografia della nazioni d'Europa non è in alcun modo comparabile con la geografia e la storia dell'America.

L'Africa e il Medio Oriente sono a due passi da Parigi, Roma, Berlino, mentre sotto il profilo culturale antropologico e religioso l'Europa laica e cristiana e l'Islam sono tra loro molto distanti. Divisi dalla storia e dalla cultura ben più che dalla geografia.

L'Europa e la sua cultura nazionale (non nazionalista) vive di contrapposizioni dinamiche non ostili, sia nei confronti degli altri stati europei che nei confronti degli altri continenti ed ha un rapporto molto differenziato con i paesi islamici.

È necessario accendere uno sguardo storico, culturale e antropologico sul fenomeno migratorio, in caso contrario l'Europa sarà schiacciata dalla visione allucinatoria e schizoide dell'islamismo terrorista.

La chiesa cattolica promuove una politica dell'accoglienza fondata sulla presunzione che la propria “Weltanschauung” sia superiore a quella del migrante islamico. Non possedere una visione laica dei fenomeni migratori e non chiedere reciprocità nel rispetto dei costumi del paese che ti accoglie è molto pericoloso.

L'Inghilterra, dopo aver teorizzato e praticato a lungo e prima di tutti gli stati europei il multiculturalismo, ha dichiarato di aver fallito l'esperimento. Pertanto, anche non condividendo la chiusura britannica ai migranti, sarebbe quantomeno opportuno ascoltare le ragioni di tale dichiarato fallimento.

Il cosmopolitismo è un atteggiamento mentale agli antipodi dell'ideologia dell'integrazione e del multiculturalismo. Questi ultimi incarnano la burocratizzazione di un'economia di libero scambio di merci, persone e capitali sotto il controllo del capitale finanziario che, in ragione dell'enorme sviluppo delle tecnologie informatiche, tende a riorganizzarsi come capitale di sorveglianza globale.

Non è questo il luogo per sviscerare il problema, qui è sufficiente averne accennato.

L'Europa non è equiparabile agli Stati Uniti d'America, la cui storia è stata fatta da coloni, da immigrati e da schiavi liberati. Eppure il problema dell'immigrazione ieri come oggi divide violentemente l'opinione pubblica americana. Per ragioni geografiche e culturali l'Europa non può avere un approccio all'immigrazione mutuabile da quello Usa.

Una seria politica europea per l'immigrazione presuppone l'esistenza di una politica estera europea. Vedremo tra poco il perché.

Il secondo passo da compiere per uscire dall'ignoranza è conoscere la situazione politico-economica dei paesi da cui i richiedenti asilo e i migranti fuggono.

I migranti non possono essere visti come una massa indistinta, tanto più che moltissimi di loro pur essendo fuoriusciti dal paese di provenienza, dal clan tribale o altro, potrebbero non avere nessuna intenzione di integrarsi in Europa, continente che dista poche centinaia di chilometri dalla terra di origine.

Il migrante che proviene dal Marocco, paese retto da una monarchia feudale, non può essere equiparato a chi fugge da paesi in guerra come la Siria e la Libia, o altri come Eritrea e Somalia, caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani.

Possiamo ragionevolmente supporre che chi migra da un paese in guerra sia anche in condizioni economiche difficili, mentre chi proviene da un paese che non ha conflitti bellici lo faccia per ragioni politiche o per migliorare le sue condizioni di vita.

È anche logico supporre che una volta modificate le condizioni politiche, economiche o belliche del paese di provenienza, l'immigrato possa decidere di rientrare nel proprio paese. La primavera araba non è trascorsa invano.

Di qui la necessità assoluta da parte dei paesi europei di approntare un sistema adeguato, non repressivo, di censimento degli immigrati, al fine di tipizzare il profilo e le reali intenzioni del migrante oltre ai motivi che lo hanno indotto a lasciare il paese di provenienza.

È necessario un censimento intelligente non una schedatura poliziesca. Chi migra nei paesi europei andrebbe censito in base a parametri geografico-culturali trasparenti che tengano conto del grado di istruzione e delle sue intenzioni riguardo al paese di arrivo e di provenienza.

Per avere un'idea sommaria della situazione delle zone da cui fuggono i richiedenti asilo e migranti economici consigliamo di visionare le schede relative ai paesi di provenienza pubblicate su it.peacereporter.net, reperibili anche su Wikipedia.

Risulta evidente che gli attuali fenomeni migratori sono conseguenti ai conflitti seguiti alla decolonizzazione e pertanto indirettamente e direttamente collegati al periodo coloniale e post coloniale. L'Europa politica risente ancora del trauma seguito alla fine della seconda guerra mondiale e della guerra fredda, ed è proprio la mancanza di una politica estera europea a far sì che gli immigrati vengano visti come una massa indistinta o come casi umanitari.

Censire in modo intelligente e proficuo i migranti potrebbe anche consentire di porre le basi per una seria politica estera europea.

Nell'ambito lavorativo, il migrante tipo, clandestino o non, è un soggetto discriminato la cui attività nel mercato del lavoro produce nuove tipologie di discriminazioni. Il migrante che viene in una Europa a crescita zero o in recessione non è un migrante economico, non ha vere aspettative di ascesa sociale, è un migrante politico, risultato del fallimento della decolonizzazione e di errori politico-militari imputabili alla logica perversa dei blocchi militari. La sua condizione non è paragonabile agli immigrati (i nostri nonni) dei primi decenni del secolo scorso in un'America caratterizzata da un prodigioso sviluppo economico-industriale.

Mettiamoci dal punto di vista di chi fugge da condizioni di vita insopportabili.

Cosa chiede davvero un individuo in queste condizioni alle autorità dei paesi europei? Chiede essenzialmente certezze riguardo alla sua condizione, sicurezza personale e libertà, non chiede che la sua situazione venga equiparata al cittadino europeo, confondendo la particolarità della sua situazione con l'ambiguo egualitarismo di chi specula sulla sua condizione e in nome della libertà del mercato pratica il più cinico sfruttamento.

È necessario progettare una politica del lavoro migrante che rispetti le peculiarità della situazione del migrante e del richiedente asilo ma che contribuisca efficacemente alla creazione di ricchezza del paese di arrivo. Come farlo è ovviamente un nodo fondamentale da sciogliere.

L'impiego lavorativo dei migranti, con regole ad-hoc, ben articolate e non repressive, può rafforzare i paesi europei traducendo la ricchezza prodotta dai migranti in cooperazione, sviluppo sociale, politico ed economico dell'area di provenienza, attraverso varie forme di pressione politica e non solo con le rimesse.

Nelle condizioni attuali di disequilibrio globalizzato una seria politica estera europea ha assoluto bisogno dell'invenzione in ambito teorico-cognitivo per scongiurare la follia politica sempre in agguato.

Il che però implica dotarsi non solo di una politica estera indipendente ma anche di autonomia militare. Senza politica estera europea non è possibile impedire il degrado antropologico, culturale ed economico dell'Europa né lo sfruttamento criminale dei migranti.

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