Direttore Valter Vecellio. 4 weeks 1 day ago
Giuseppe Candido

Se non fossero in questione solo "calamità naturali"

Come ogni anno, di recente sempre più spesso a dire il vero, con l'arrivo della stagione autunnale assistiamo a disastri idrogeologici cui conseguono, in non pochi casi, perdite di vite umane. Dopo la Calabria nel mese di agosto dove sono state colpite Le cittadine di Rossano e Corigliano Calabro in provincia di Cosenza, è toccato poi alla Liguria e al piacentino.

Lo scorso anno era stata la volta della Puglia e, nel 2013, era toccato alla Sardegna pagare l’amaro prezzo del dissennato uso del territorio; e la conta di quest'anno quasi sicuramente non è finita. L’emergenza per frane e alluvioni, spesso in conseguenza di piogge non proprio torrenziali, torna ogni anno tragicamente d’attualità per i morti, le disgrazie e le ferite che provoca. È la peculiarità di un territorio fragile cui si somma, ormai da decenni, un eccessivo consumo di suolo.

“Malgrado lo smisurato debito pubblico nazionale, la spesa pubblica trascura da quaranta anni le opere di prioritaria necessità. Eppure, impegnare più risorse materiali e tecniche per evitare disastri costerebbe di gran lunga meno che riparare e risarcire i danni, migliaia di miliardi l’anno. Troppi ministri e legislatori favoriscono spese anche dissennate, che assicurano immediati vantaggi clientelari o elettorali, mentre non si curano delle opere a utilità differita benché fondamentali e vitali. La loro idea di manutenzione pare simile a quella che in India ispira gli amministratori discendenti dalla casta dei Marwari, o strozzini: si cambia la corda all’ascensore solo quando s’è spezzata”. Sembrano scritte ieri l'altro, ma in realtà sono parole di Alberto Ronchey, scrittore, due volte ministro dei Beni e delle Attività culturali, pubblicate in un articolo su Repubblica il 30 ottobre del 1991.

Sia per il rischio idrogeologico, sia per quello sismico, l’assenza nel Paese di una cultura della prevenzione, ha condizionato e continua a condizionare lo sviluppo, soprattutto in regioni del mezzogiorno, come la Calabria, dove l’abusivismo edilizio è stato, e spesso è ancora, un fenomeno diffuso. Capillare. 

Contando le vittime dei dissesti idrogeologici ripetuti, ci si accorge che si tratta di migliaia di persone morte per le continue e reiterate stragi di leggi, anche di leggi della natura, che si traduce, come dice sempre Marco Pannella, in strage di popoli.

Quanto costa all’Italia intervenire per le emergenze legate ad eventi idrogeologici? Non è facile rispondere a questa domanda. Per l’Ispra parliamo di 52 miliardi di euro, il costo complessivo dei danni per i soli eventi franosi ed alluvionali, in 58 anni, nel periodo dal 1951 al 2009. Il costo è stato rivalutato secondo la moneta corrente, e corrisponde a circa ottocento milioni di euro all’anno. Per cui, se si pensa di risolvere il problema con 40-50 milioni stanziati in un anno, e magari per porre argine alle emergenze, è evidente che il problema non si risolve.

Per comprendere l’entità del fenomeno del “dissesto idrogeologico” del Paese, è necessario fare riferimento al progetto Iffi, l’inventario dei fenomeni franosi in Italia, curato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale. Sono quasi 470mila le frane censite in Italia, per un totale di circa 20mila chilometri quadrati. Un indice di franosità che raggiunge l’8,9 per cento del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. L’Italia è un Paese dove più dell’ottanta percento dei comuni ha almeno un’area instabile per frana o rischio alluvioni all’interno del proprio territorio, e la percentuale in regioni come la Calabria sale al cento per cento. 

Sono 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali. 

Nel rapporto sullo stato del territorio italiano curato dal Consiglio nazionale dei Geologi, si affronta proprio il tema del “costo dei rischi” della mancata prevenzione: già nel periodo tra il 1944 e il 1990, solo per dissesti idrogeologici, si stima che sono stati spesi oltre trenta miliardi di euro.

Negli ultimi 50 anni le vittime per frane ammontano a 2.552, più di 4 al mese. È a questo tragico elenco che si aggiungono, giorno dopo giorni, nuove vittime dell’incuria del territorio. Un intero paesino è come se fosse stato cancellato dall’Italia. Una strage di popoli, sostiene Marco Pannella, conseguenza di una continua strage di leggi. “Come i referendum, come i diritti civili, l’ecologia” – scriveva già nel '78 il leader dei Radicali – “è da sempre considerata un lusso, un problema marginale rispetto a quello del pane e lavoro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: viviamo in un paese disastrato da calamità (definite ufficialmente “naturali” senza che la definizione ne nasconda l’origine politica), e insieme con sempre meno lavoro e meno benessere. 

Anche per le sinistre una bella raffineria è più gratificante della lotta alle alluvioni e alle frane, della limitazione dei livelli di inquinamento, anche della prevenzione di un Vajont o di una Seveso, o di un incidente nucleare. 20-30 mila miliardi di investimenti in trent’anni per il rispetto idrogeologico del territorio significherebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

Servirebbe un esercito del lavoro che si occupasse della manutenzione e del risanamento del territorio; e servirebbe introdurre nelle pubbliche amministrazioni territoriali la cultura della prevenzione e della mitigazione dei rischi. Pannella proponeva, già dagli anni ottanta, di assumere un geologo in ogni comune. Oggi quella proposta è proposta ufficiale del Consiglio nazionale dei Geologi: un geologo responsabile di ogni zona a rischio, dicono. Ma puntualmente non vengono ascoltati. A loro la parola va solo subito dopo un disastro. E nel caos dello Stato che non è più Stato di diritto, tra un'emergenza e un'altra, quello che c'è da chiedersi se la gestione emergenziale di un problema così atavico e persistente come il dissesto idrogeologico non convenga e, soprattutto, a chi convenga.

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