Direttore Valter Vecellio. 3 days 17 hours ago
Angiolo Bandinelli

Il federalismo dei separatisti (*)

Si può - senza offendere la sensibilità della Spagna e degli spagnoli e senza suscitare diffidenze in una Italia dove ha potuto allignare la Lega di Bossi - considerare come positiva la febbre separatista che infiamma la Catalogna e sembra aver raggiunto, come ci dicono le votazioni dell'altro ieri, un successo forse definitivo? Penso di sì. In fondo, la vicenda del separatismo catalano è solo un episodio della assai variopinta saga dei separatismi europei. Nella stessa Spagna, i Baschi non nascondono una gran voglia di seguire l'esempio catalano (sarebbe anche più giusto, loro sono proprio di ceppo etnico diverso). In Inghilterra c'è il separatismo scozzese ma anche quello gallese (quello irlandese s'è consumato da tempo). In Ucraina, la Crimea e le province dell'Est hanno sentito il richiamo della grande madre Russia, di cui parlano la lingua e condividono il rancore per gli ucraini già alleati di Hitler. In Polonia, la Slesia tira calci. Gli slovacchi hanno detto addio alla artificiosa Repubblica Cecoslovacca. Ricordiamo bene come sia finita in frantumi la plurietnica, plurilinguistica, plurireligiosa Jugoslavia, nata nel primo dopoguerra anche per sollecitazione dei democratici e mazziniani italiani. E io non sapevo che persino in Germania l'unità non è senza pericoli, la Baviera da sempre sembra costituire uno Stato a parte. In Francia, si segnala come attivo il nazionalismo della Corsica, ma non sarei del tutto sicuro che anche la Provenza o la Bretagna un giorno o l'altro non decidano di rompere con la Parigi che più volte, nei secoli, ha insanguinato quelle terre per tenersele strette pur se recalcitranti. Per quel che riguarda l'Italia, ad essere onesti ci sarebbe altro da dire in fatto di separatismo: non c'è solo la Lega a soffiare sul fuoco dei Veneti. Ogni anno, o quasi, i fedeli devoti ai Borboni si radunano a Civitella del Tronto, l'ultima fortezza del Regno del Sud a resistere ai bersaglieri piemontesi, nella sala dove sono conservate le bandiere della gloriosa Casa regnante, bellissime, cariche di stemmi e d'oro. Se non fanno troppo sul serio è forse perché gli ultimi rampolli dei Borboni non hanno alcuna intenzione di ritirarle fuori, quelle bandiere. E i conati indipendentisti della Sicilia segnano ancora le vicende dell'isola.

Ma perché queste reviviscenze? Ai più appaiono come stramberie, fissazioni di inaciditi revanchisti di un passato perduto nelle nebbie d'un tempo lontano. Forse non è proprio così. Quando, nel confino di Ventotene, Spinelli, Rossi e Colorni stesero il loro "Manifesto" non scrissero - non volevano farlo - una storia dell'Europa, la storia del formarsi degli Stati Nazionali. Per loro, il problema era il superamento di quegli Stati con la loro fusione in una Europa federativa. Non discussero gli Stati in quanto tali, non pensavano alla loro dissoluzione. Ma il loro federalismo, anche se mai realizzato nella pienezza di istituzioni adeguate, ha funzionato anche come acido corrosivo, ha minato le basi profonde degli Stati coinvolti. L'allentamento degli stimoli nazionali (per non dire di quelli nazionalisti) ha fatto tornare alla luce quelli che sembravano fossili, le "piccole patrie" medievali che lo Stato nazionale, in Francia come in Spagna o in Inghilterra, aveva strangolato nella morsa unitaria. Gli Stati europei non si fecero più la guerra l'un l'altro, né sognarono più imperi coloniali. Dunque, non servivano più. Potevano rinascere le “piccole patrie” con i loro “dialetti”, gli amati campanili e i noti paesaggi sotto casa. La dissoluzione si è ancor più accentuata con la nascita di movimenti anarcoidi assolutamente refrattari al richiamo dei grandi valori della patria.

Tutto bene, se vogliamo. Tranne una cosa, una considerazione che si affaccia prepotente a chi voglia guardare un po' più lontano che l'immediato domani. Una volta affrancati dal giogo dello Stato nazionale gli staterelli provinciali, i borghi e i campanili che ne nasceranno, quale destino potranno configurarsi? In un mondo globalizzato, si può pensare ad organizzare produzione, trasporti, culture, valori, restringendoli e riducendoli in confini così angusti? Credo che nessuno possa rispondere affermativamente: se oggi Estonia o Liechtenstein sopravvivono, è perché bene o male partecipano della vita comune europea, pur se non perfettamente compiuta. Ecco che proprio in una visione come quella che stiamo prefigurando la questione europea, la necessità di una qualche forma di organizzazione unitaria a livello continentale si presenta come necessità imprescindibile, come obbligato destino. I separatisti ostentano tutti, o quasi, un odio acerrimo contro l'Europa, che loro vedono come l'Europa "delle Nazioni": Una volta dissolte queste, si tratterebbe di una federalismo nuovo, ma in definitiva sempre di federalismo si dovrà parlare. Gli accesi antieuropeisti di oggi, infatuati di un improbabile ritorno a tempi lontani, dovrebbero lasciare il passo a più mature considerazioni, a una visione di stampo unitario, più o meno continentale.

È il paradosso che stiamo vivendo. Siamo travolti in ondate di un campanilismo senza prospettive, di un localismo che ha i connotati del luddismo ferocemente ostile alle nuove macchine dell'industria nascente, ma alla fine saremo di nuovo compattati dentro confini trans-nazionali ma anche trans-provinciali. C'è un solo guaio, che rallenta il cammino. Non esiste ancora, in nessun Paese europeo, uno straccio di opinione pubblica e/o di classe dirigente e politica capace di operare in tale direzione.

(*) Pubblicato su L’Opinione

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