Direttore Valter Vecellio. 1 year 40 weeks ago
Valter Vecellio

Storie da “Un giorno in pretura”, ma non c’è nulla da ridere

Molti ricordano certamente “Un giorno in pretura”, il film di Steno con Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Sophia Loren, Silvana Pampanini, Walter Chiari, Leopoldo Trieste. È un film che parla, in chiave “leggera”, ma al tempo stesso serissima, della giustizia cosiddetta “minore”: quella che si confronta ogni giorno con le vicende umane più comuni e disparate. 

Qui mancano De Filippo, Sordi, Chiari; ma sono comunque episodi che possono far parte di quella galleria, una sorta di  “Un giorno in pretura due”; e rivelano più di qualsiasi convegno o trattato giuridico, lo stato della giustizia in Italia.

Per esempio: un detenuto, riconosciuto innocente, e nonostante questo in carcere. Non per un giorno, una settimana, che può capitare, anche se non dovrebbe capitare. Per ben 72 giorni, oltre due mesi. Non tanto per il classico “errore giudiziario”; ma perché non c'è giudice “competente” sul suo caso.

Diallo ha 28 anni, originario della Guinea, piccolo spacciatore. Viene condannato, patteggiala pena è commutata in obbligo di firma. A questo punto viene il bello. Diallo è in carcere; per svista amministrativa, per burocrazia inerte, vai a capire perché, resta in cella. Finalmente si accorgono che non ci deve stare. Ma continua a starci. Nessuno firma l’ordine di scarcerazione. L’avvocato difensore si rivolge al giudice per ottenere lo sblocco della situazione, ma il giudice, pur comprensivo, risponde con un “non luogo a provvedere”: gli atti sono stati trasmessi alla Procura, lui non è più competente. Il Pubblico ministero, qui entra in campo Franz Kafka, si trova nell’impossibilità di agire: Diallo è in carcere, e il provvedimento si applica a chi è in libertà, proprio per evitargli la galera. Ma in questo caso, Diallo in galera già c’è…. Potrebbe intervenire il Giudice di sorveglianza; però la cosa non è ancora nella fase delle sue competenze: la sentenza definitiva non è a sua disposizione, e solo dopo quella, il difensore può proporre istanza di misure alternative. Prima o poi si risolverà, se già in queste ore non si è risolta. Non è questo il problema; il problema è che è potuto accadere.

Un caso interessante è quello del tribunale di Prato. C’è un giudice gran lavoratore, “colpevole” appunto di lavorare troppo. Di udienza in udienza, smaltisce una quantità di procedimenti: Spiega che “proprio non riesco a fare rinvii su certe questioni, mi sento come un medico o un'infermiera che stanno soccorrendo un moribondo e non se ne vanno se suona la campanella di fine lavoro”. Vallo a dire al personale del tribunale che lavora oltre l’orario previsto senza essere retribuito…. In tribunale raccontano che la pianta organica è sotto-dimensionata, il personale è stato ridotto del 35 per cento. Raccontano che a Prato convivono 127 etnie con tutto quello che questo comporta, la falsificazione dei marchi è qualcosa di cronico e storico; e una quantità enorme di micro e macro reati. Dicono che dovrebbero essere almeno un centinaio, come a Lucca o a Pisa, e invece sono una quarantina. Hanno ragione, beninteso. E poi c’è quel giudice che dà il cattivo esempio, fissa troppe udienze, lavora troppo, perché “qui decidiamo della vita delle persone e non si può ascoltare la campanella di fine lavoro”; è malvisto quel giudice; e ora ha chiesto di essere trasferita. Ragioni personali. Buona giornata, e buona fortuna.

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