Direttore Valter Vecellio. 1 year 40 weeks ago
Angiolo Bandinelli

Un Sinodo laico non dovrebbe troppo allarmarsi per lo stato della famiglia

La storia dell’occidente (lo spazio mentale che intercorre tra Europa ed America, più o meno) è la storia della elaborazione, a partire da un nucleo greco-cristiano, del concetto di "persona". Di "persona", dico, anche se le prime configurazioni moderne (illuministe) di quel concetto miravano soprattutto all’ “rindividuo”. Con sfumature anche significative, comunque, "individuo" e "persona" sono varianti (e reciprocamente) del concetto di "soggetto". Attributo della persona, come del soggetto, viene considerato il suo essere autonomo e responsabile di sé, della sua vita, e del rapporto con gli "altri", gli altri soggetti assieme ai quali dà forma alla società e, soprattutto, allo stato. Intorno a questo, che da ora in poi chiamerò "soggetto", si è svolto un lungo, grande, anche se e quando sotterraneo, dibattito, che ha dato luogo a risposte e idee consolidatesi, variamente, in istituzioni: le istituzioni della società e dello stato, appunto. Tra queste istituzioni c’è anche la famiglia. 

Non c’è legislazione, o istituzione (in)formale che non tratti e non regoli la famiglia. Ovviamente, ci si è interrogati su cosa la famiglia sia, come dobbiamo rappresentarcela nell’oggi, con quali caratteristiche e problemi propri. La Chiesa (che come sappiamo, sta interrogandosi in merito, e le conclusioni del Sinodo porranno domande anche al mondo laico), la Chiesa dunque considera la famiglia come "istituto naturale" - e quindi prioritario rispetto ad altri, che sono istituti sociali e culturali - nella forma che ha assunto nell’occidente ebraico e cristiano. Nelle sue elaborazioni, invece, la cultura laica ha constatato che la famiglia ha assunto, nella storia dell’uomo, diverse configurazioni, anche tra loro diverse. Ha comunque accettato, in linea di massima la forma che conosciamo, il matrimonio tra un uomo e una donna. La cultura laica ha però anche affermato il principio che su questo specifico tipo di rapporto non ci siano possibilità, necessità e opportunità di interventi coattivi di alcun genere. Il pensiero laico non si occupa di morale, se non per quanto riguarda il mantenimento di basilari principi di salvaguardia sociale (non fare agli altri, eccetera). L'istituzione laica dunque si limita a prendere atto del matrimonio, quando avviene e quando si scioglie, e regola gli atti, gli eventi, conseguenti sia alla sua formazione che alla sua fine.

Per molti, economisti e non, quello della famiglia è un problema non solo "formale" ma anche sostanziale: la crisi della famiglia-istituto rappresenterebbe un pericolo per la società: il fatto che nascano, in conseguenza della crisi, meno figli porterebbe a conseguenze economiche anche gravi. C’è probabilmente, insomma, un problema demografico da affrontare. Bene, lo si affronti se lo si crede, stimolando e mettendo in atto leggi adeguate: succede in molti paesi anche laici(sti). E si faccia serenamente largo all’idea di un "ripopolamento" che avvenga grazie all’apertura e all’accoglienza, senza pregiudizi culturali, religiosi o identitari: il multiculturalismo è una ricchezza; l'identità è un conquista, non un retaggio.

A mio modesto avviso, invece, la (per me, cosiddetta) crisi della famiglia non pone problemi particolari sul piano etico o anche sociale e sociologico: non credo affatto che sia in atto uno spengleriano o heideggeriano "declino" dell’occidente. Il mondo globalizzato ha assunto ovunque forme mutuate dalla storia e dalla civiltà dell'occidente euro-americano. I migranti o fuggiaschi che a milioni premono sulle nostre coste vogliono venire in Europa, non puntano né alla Cina né alla Russia, per dire. Piaccia o no, l'occidente è ancora una mèta ambita per una fetta dell'umanità. Certo, anche l'occidente ha problemi: sostanzialmente una certa decadenza del concetto di diritto. Si può ben avvertire che le forme storiche delle stesse istituzioni creatrici di diritto sono, anche in occidente, in grossa difficoltà, e che l'umanità debba affrontare il grande tema della fondazione del diritto e delle sue istituzioni per l'uomo globale, "2.0". Problemi ardui, cui dovrebbero dedicarsi classi dirigenti e politiche consapevoli, che forse oggi mancano. Comunque, credo vada respinta l’obiezione che prevedo sarà formulata contro queste mie note. Non mi interessa il "pensiero unico", "politically" o "culturally correct". A me pare invece che siamo di fronte a un travaglio di lunga durata, a una sfida impegnativa e difficile. 

(da Il Foglio)

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