Direttore Valter Vecellio. 12 weeks 2 days ago
Maria Cristina Massili

Uberpop e l'immigrazione in Europa

Nel precedente articolo scrivevo che la lotta che la multinazionale Uber sta conducendo su scala globale al servizio pubblico insidia non solo la regolamentazione di una sfera di lavoro autonomo, quella che interessa i tassisti, i corrieri, i detentori di licenze che consentono l'esercizio legale dell'attività di conducente, ma i codici inconsci delle relazioni umane.

Vediamo perché.

La regolazione sociale e pubblica del lavoro autonomo e dipendente è costituita da una lunga storia di lotte e conflitti. Nell'occidente moderno però nessuno aveva mai messo in dubbio che il soggetto deputato alla regolazione dei conflitti dovesse essere un'istituzione pubblica di natura politica.

L'idea che l'innovazione tecnologica multinazionale e i detentori del potere finanziario globalista che la sorregge possano arrogarsi il titolo di attori politici nazionali ed europei, in grado di decidere sulla sfera della circolazione (sia in senso monetario che fisico), muove in direzione contraria al progresso civile perché la capacità di disintermediare propria di internet viene manipolata e piegata a interessi economici oligopolistici di multinazionali. Ma come si spiega il fatto che tali aspetti critici non siano immediatamente compresi da molti individui scolarizzati e acculturati che pur hanno responsabilità istituzionali?

Tralasciando i casi in cui c'è semplicemente corruzione politica, ciò avviene perché c'è una manipolazione più profonda e diretta che riguarda l'individuo e la sua relazionalità sociale, interindividuale.

Questa manipolazione viene sovente scambiata per una manifestazione di individualismo della rete. La capacità del medium (smartphone per esempio)di innervare in profondità il campo percettivo, cognitivo e decisionale del soggetto determina un controllo tecnologico di massa scambiato per individualismo della rete. I gadget tecnologici connessi a internet manipolano la percezione che il soggetto a di se stesso in rapporto al mondo esterno: “Tu stesso sei il dispositivo che si rapporta al mondo esterno”.

Non è un problema tecnologico ma storico e culturale. I flussi di informazioni non interagiscono più con una coscienza culturalmente strutturata (che può esistere solo dove ci sono condizioni soggettive di sicurezza e libertà individuale, oltre che sociale ed economica) ma destrutturano una coscienza fragilizzata, ponendola in rapporto percettivo-digitale con un altrove impossibile da conoscere e controllare (le intenzioni della società proprietaria, i server, i tecnici informatici che gestiscono la tecnologia).

A tale proposito è molto utile leggere o rileggere quanto alla fine degli anni Ottanta Julian Janes scrisse sulla Natura Diacronica della Coscienza e sul “Crollo della Coscienza Bicamerale”.

Un'interessante intuizione a riguardo della mutazione di codici inconsci nelle relazioni umane connesse alla Sharing Economy si può leggere in un post di Econopolis del 6 ottobre a firma di Carlo Muzzarelli (esperto di risk assessment e startup) dal titolo: “Così i lavori della sharing economy risvegliano l’homo erectus che è in noi“. Muzzarelli scrive: “Ma i “gig labor” rappresentano davvero un’innovazione o anche solo una novità? La risposta a queste domande è un secco “no” e si ottiene con un lungo passo indietro a oltre 10mila anni quando in molti luoghi del pianeta l’Homo erectus e altre specie di Homo sue contemporanee vivevano di raccolta di cibo e caccia, attività occasionali che svolgevano solo quando avevano fame. Quando un tipo di vegetale o di animale scarseggiava, i fenomeni naturali rendevano un luogo inospitale o la loro curiosità li spingeva, cambiavano zona o alimenti. L’Homo erectus lavorava solo per nutrirsi... la sua evoluzione è rappresentata dalla civiltà di Homo sapiens sapiens dei Natufiani che, nell’area della attuale Turchia orientale, dopo esser stati per migliaia di anni raccoglitori e cacciatori come gli erectus, verso il 10.000 avanti Cristo cominciarono a cambiare le proprie abitudini fondando villaggi e coltivando cereali, in particolare il grano…I lavori della “gig economy” sono...senza alcuna garanzia aggiuntiva. Chi li indica come progresso o innovazione non ha studiato la storia oppure cerca di imbrogliarci, e io propendo per la seconda tesi”.

Se poi andiamo a spulciare i commenti dei lettori sottostanti all'articolo dell'avv. Scorza sul Fatto Quotidiano del 7 ottobre, relativo all'ordine del giorno a firma dei deputati Sergio Boccaduri e Ernesto Carbone (Partito Democratico) appena approvato a Montecitorio e accolto dal governo di Matteo Renzi, con cui la Camera dei deputati “impegna il governo a valutare l’opportunità di avviare un tavolo di lavoro per l’adozione di utili iniziative volte a ridefinire la normativa in materia di autoservizio pubblico non di linea, nel rispetto dei principi comunitari sul libero mercato, recependo le istanze dei rappresentati delle categorie interessate, in modo da superare eventuali criticità e adeguare le normative all’innovazione tecnologica”, ci rendiamo conto che l'intuizione di Muzzarelli è condivisa (almeno a livello preconscio) da molti cittadini italiani.

Ma a differenza di Muzzarelli vi si trova anche chi ha ben chiara la differenza tra diversi gradi di evoluzione umana, in cui il concetto di legislazione era sconosciuto perché le regole di relazione si ponevano sul piano di autorità della tribù, del clan o della famiglia e la società moderna complessa in cui le istituzioni, le relazioni sociali e le legislazioni sono in grado di plasmare una realtà articolata.

Tuttavia istituzioni e leggi non esistono senza la coscienza degli individui che le creano o le interpretano e che possono piegarle a interessi privatistici e di gruppo.

La corruzione politica può far regredire di secoli l'umanità piegando istituzioni e legislazione a interessi particolaristici, quelli delle multinazionali e delle feroci lobby che le supportano. Questi processi somigliano a calamità naturali e trovare soluzioni non è semplice (anche se il filo d'Arianna non è poi così difficile da individuare). Non sono solo i modelli di macroeconomia che ci hanno portato a questa situazione, (come afferma Muzzarelli) e neppure solo l'uso manipolatorio e mistificatorio che di quei modelli è stato fatto da chi ne aveva l'interesse per ragioni di potere, ma la debolezza critica, l'incapacità pratica e l'opportunismo gregario di quelli che di questi modelli sono le naturali vittime designate, gli abitanti dell'ex “Primo Mondo”. Forse neppure questo può essere sufficiente a dar ragione dei fenomeni sociali degenerativi che stiamo vivendo. Il fondatore dell'Hallesismo - una teoria molto interessante sul commercio mondiale che anticipava l'idea di bancor, nata negli anni venti in Italia e repressa brutalmente dal fascismo –, Agostino Maria Trucco, nel 1928, prima della seconda guerra mondiale scriveva: "Senza un grande fatto nuovo, capace di creare una nuova mentalità economico-fiscale, fatalmente, ed al più tardi entro il 1938-39, quando la leva ridarà il massimo contingente, scoppierà la grandissima guerra mondiale in gestazione...”.

Una nuova mentalità economico-fiscale sarebbe forse facile da creare se l'assurda, folle pretesa egemonica dei blocchi geopolitici non spingesse in direzione dell'imperialismo offensivo – difensivo in cui gli interessi di potere militare ed economico-finanziario si intrecciano perversamente. In una recente intervista al giornale on line “L'Antidiplomatico”, Hatima Al Hamrush, ministro libico della salute nel governo di transizione (dicembre 2011-dicembre 2012), racconta con lucidità la situazione della Libia: “Vede, il Medio Oriente è in un momento terribile. All’inizio eravamo tutti contenti di queste “primavere arabe”, e speravamo nel meglio. Ero anche io fra chi voleva il cambio ma ora credo che sia andata malissimo, e non parlo di teorie cospirazioniste, ma di fatti provati. Si sta distruggendo il Medio oriente, per creare una nuova mappa...Ci sono molti e potenti interessi”. Interessi da fuori? “Sì. È provato ormai da molte cose. Pensiamo alla Libia, il paese che conosco meglio, il mio paese. Quando iniziammo la primavera araba, volevamo un futuro migliore. Ma in seguito, da ministro rimasi scioccata dal numero di compagnie straniere che bussavano alla porta perché volevano concludere affari, quando il paese non poteva. Non solo: i servizi segreti stranieri in Libia, sono diventati più presenti e forti dei nostri”.

Nel racconto raccolto dal Fatto Quotidiano, un siriano rifugiato in Germania commenta la tratta dei profughi attraverso una rete organizzata come la mafia: “Trafficanti, gente che ti consegna ad altra gente e poi ad altra gente ancora, una rete, una vera e propria rete, i trafficanti ti consegnano ad altri trafficanti, non fanno che comprare e vendere persone, sono professionisti come la mafia, è molto pericoloso perché una volta che inizi la strada abusano di te, non puoi fare niente e non sai chi è a capo dei trafficanti, tutti lavorano, …non so come facciano ma sono molto organizzati, ti dicono “stai calmo“, silenzio, alzati abbassati, muoviti, cammina, corri, alcuni di loro sono armati, tanti soldi, tanti tanti soldi, se ti dicessi quanto non mi crederesti e non si sa chi è il capo dei trafficanti, venire via terra è più sicuro che via mare, attraversare il mare è troppo pericoloso, io sono un informatico...”. È impossibile che servizi e ministeri ignorino del tutto i centri decisionali e gli intrecci di questo mostruoso trade di esseri umani.

I cittadini europei sono stati messi davanti al fatto compiuto dell'immigrazione di massa. Le istituzioni nazionali ed europee non sono in grado di dar conto di un fenomeno che si pone fuori dagli uffici ovattati, in una sfera degradata di relazioni umane, soggetta a regole illegali e/o criminali (Carminati & Co). Dove sono le inchieste sul campo capaci di dar conto delle organizzazioni di trade dei migranti e rifugiati? Le inchieste giornalistiche autentiche sono sempre meno e sempre più reporter e giornalisti vengono ammazzati nelle zone a rischio del pianeta.

A differenza delle piattaforme tecnologiche di trade borsistico queste organizzazioni adoperano specifici territori geografici o marini ma gli strumenti sono quelli della tecnologia satellitare. Cos'ha a che fare questo trade criminale con l'innovazione tecnologica e in particolare con Uber?

Scaricare masse di migranti (non di rifugiati, che sono protetti dalla legge internazionale) economici in una realtà complessa e attanagliata dalla crisi come quella europea facilita con ogni evidenza l'abbattimento delle barriere di regolamentazione del lavoro (sia nella sfera della circolazione sia in altri ambiti) auspicate da Uber, oltre a creare rischi di degrado sociale e disagi di ogni tipo.

Facilita l'affermazione di una società senza coscienza storica, regredita a natura, modellata a immagine dell'Homo erectus provvisto di gadget tecnologici del XXI secolo. Un giornale austriaco “InfoDirekt”, rivela che anche in Austria c’è il “business dei profughi”. Una azienda per i richiedenti asilo “ha ottenuto dallo Stato 21 milioni per assisterli nelle pratiche e nutrirli. Trattasi di un'azienda a scopo di lucro, con sede in Svizzera, la Ors Service Ag, posseduta da una finanziaria, la British Equistone Partners Europa (Pee), che fa capo a Barclays Bank“.

In questa situazione parlare di più Europa non è facile. La situazione di crisi umanitaria in cui la Grecia è venuta a trovarsi senza che i suoi cittadini potessero rifugiarsi in qualche paese ospitale non depone a favore dell'attuale governo della Ue. Personalmente però non ho una concezione fatalistica della storia, come se nella sfera sociale valessero le leggi bronzee e necessitate della natura, ovvero l'idea che i processi economico-sociali una volta innescati siano irreversibili e di fronte ai quali non resterebbe altro che una stoica resa, una ineluttabile presa d'atto. Sono necessari cambiamenti e fatti nuovi ispirati a principi di democrazia, uguaglianza e vera cooperazione tra le nazioni d'Europa, posto che lo stato federale europeo, date le attuali premesse non sembra attualmente possibile.

L'Europa ha il dovere di ripensare il mediterraneo come un suo naturale spazio geopolitico non come un laboratorio di lobby militari ed economiche che hanno trascinato nel caos il Medio Oriente. L'Europa dovrebbe iniziare a porsi come attore economico e politico al centro di un processo di mediazione intelligente, di alto livello culturale e politico con Russia, Israele e mondo arabo. Le risorse umane ed economiche sia nel sud che nel nord d'Europa ci sono ma sono nascoste e soffocate dalla burocrazia di Bruxelles e Francoforte. Servono nuove relazioni, nuovi soggetti in grado di aggirare i limiti dell'accademia universitaria, dei ministeri o le strettoie dell'affarismo rampante. Se il Mediterraneo esplode l'Ue sarà travolta dalla disperazione dei popoli arabi, non solo dal caos economico sociale delle migrazioni di massa.

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