Direttore Valter Vecellio. 1 year 40 weeks ago
Susanna Sinigaglia

Danza-teatrodanza-danza (e cinema). Milano e oltre

Alla 29° edizione della rassegna di danza MILANoLTREFESTIVAL (21 settembre-7 ottobre 2015) ha fatto seguito, quasi senza soluzione di continuità, la 3° edizione della Nid (New Italian Dance) Platform, quest’anno ospitata a Brescia – dall’8 all’11 ottobre – nell’ambito delle iniziative di Expo 2015. E alcune delle compagnie presenti alla rassegna di Milano lo erano, con lo stesso spettacolo, anche a Brescia per sottolinearne il legame, oltre che ideale, fattuale con la rassegna di Milano.

Le differenze tuttavia ci sono, e non solo per la diversa durata dei due festival ma per le scelte che orientano i loro organizzatori e promotori. Infatti mentre la rassegna di Milano ospita tradizionalmente anche compagnie che provengono dall’estero, la Nid si caratterizza per il suo focus sull’evoluzione della danza in ambito nazionale, pur con gli apporti provenienti da performer non necessariamente nati e cresciuti nel nostro paese come i fratelli Çaçi, di origine albanese, che vivono fra Italia e Spagna. In entrambi i festival, particolarmente interessanti sono state le performance in cui sono intervenuti o sono stati inserititi nella danza linguaggi diversi, del teatro e delle arti visive ma anche del cinema o addirittura dell’arte circense.

Tali linguaggi, che fino a non molto tempo fa e nel migliore dei casi servivano da sfondo oppure sembravano appendici separate, aggiunte alla performance quasi per coazione a seguire un obbligo imposto dal proliferare delle nuove tecnologie, stanno invece diventando elementi costitutivi della coreografia, facendo intravedere con le loro interazioni nuove direttrici di ricerca e prospettive.

Anche la coreografa del Quebec Virginie Brunelle, che ha aperto la rassegna di Milanoltre, malgrado la sua evidente impronta classica si ispira in qualche modo alle arti visive. Nella prima performance presentata, Complexe des genres, con un inizio sfolgorante sulle note del Dies Irae di Mozart crea figure immaginifiche: le 3 ballerine – con tutù che sembrano code di pavone – a cavalcioni sui loro partner stesi a terra vanno a formare uno strano animale ermafrodita dal corpo di donna e gambe da maschio. La seconda, Foutrement (alla lettera, “fottutamente”; indica genericamente un superlativo corrispondente a “estremamente bene” o “estremamente male”) rimanda invece echi di cinema: nella trama rappresentata (la storia di un lui dibattuto fra due lei) e nei tagli di luce. Per il resto, splendida la preparazione tecnica dei ballerini ma entrambi i lavori mi sono sembrati un po’ troppo lunghi e ripetitivi, con una punta d’ironia iniziale che si è persa tuttavia nello svolgimento delle performance e un finale – nella prima – con tanto di lancio di razzetti dal palco e dalla platea (idea carina, ma che relazione aveva con il resto del lavoro?)

Le performance che – a mio parere – più si sono caratterizzate per la felice integrazione di linguaggi diversi nella coreografia sono, fra gli ospiti di Milanoltre, quelle di Marie Chouinard, l’altra compagnia del Quebec; fra gli ospiti di NID Platform, e che sono riuscita a vedere, i lavori di Ariella Vidach, Enzo Cosimi, Glen Çaçi, Abbondanza/Bertoni e Civica scuola di teatro Paolo Grassi.

La ricerca della Compagnie Marie Chouinard è molto articolata e, fra l’altro, si misura con l’esistenza della malformazione, esplora le possibilità del corpo in presenza di protesi (in bODY_rEMIX/gOLDBERG_vARIATIONS, che non ho visto) o alterazioni nelle membra come in Soft virtuosity, still humid, on the edge, dove i danzatori si cimentano in camminate “diverse”, da storpi, in andature frenetiche o al rallentatore, in espressioni del viso buffe e deformi. Un video riprende a tratti, in diretta, l’immagine dei performer proiettandola sul fondo e creando effetti stranianti. Non manca il richiamo alla pittura con i danzatori che, tralasciando malformazioni e deformità, vanno a creare un insieme plastico, un quadro vivente che rimanda al “Giudizio universale” di Michelangelo. Ci si aspetterebbe che lo spettacolo finisca con questa potente immagine ma non è così: la coreografa ha voluto ritornare alle camminate iniziali aggiungendovi l’irruzione sulla scena di una performer nuda avvolta nel tulle: per esporre perfezione e deformità entrambe sullo stesso piano?

A proposito di perfezione la performance successiva, Henri Michaux: Mouvements, su parole e “macchie” disegnate dal grande poeta, è forse quanto di più bello ho visto nelle due rassegne. Qui convivono ricerca coreografica, teatrale, visual-art; movimento dei corpi, segno e parola si compenetrano. Entra in scena la poesia di Michaux, una performer s’infila per scandirne i versi sotto uno dei pannelli di linoleum che ricoprono il palco brandendo il microfono come un cantante rock anni ’70, tornando poi in piedi e affiancando alla sua recitazione la danza. Su un grande pannello bianco vengono proiettati i segni, le macchie nere che tracciava Michaud sulle pagine del suo poema (Mouvements, appunto) e i danzatori – in assolo o in gruppetti – li interpretano facendo del proprio corpo, segno, macchia; riprendono l’antico gioco delle ombre cinesi proiettate sulla parete e ne traggono capolavori: un vero incanto.

Esito di una ricerca iniziata diversi anni fa insieme a Claudio Prati, e che ancora continua, il lavoro di Ariella Vidach – VOCset – si sviluppa indagando il rapporto fra danza e vocalità, parola, da cui s’intravede la possibilità di considerare un testo come partitura musicale e reinterpretarlo attraverso il gesto della danza, che a sua volta ne viene reinventato. La voce dei performer si unisce e mescola a quelle registrate e riprodotte col computer, le lettere ballano con loro guizzando luminose nello spazio, ne orientano i movimenti che si sganciano sempre più dai percorsi spesso seguiti dalla tecnica del release; vanno a creare semplici suoni o frasi compiute – ma indipendenti le une dalle altre – in uno spartito senza senso razionale che segue, o insegue, tuttavia una sua logica, la forse ormai dimenticata “logica del senso” di Gilles Deleuze.

Su un versante diverso, che si avvicina più a una sorta di teatro classico, si muove il lavoro di Enzo Cosimi, Sopra di me il diluvio. In un paesaggio surreale sospeso fra interno ed esterno, composto da due poltroncine a fiori da salotto piccoloborghese, ossa e rifiuti non meglio precisati, un televisore – una scena molto teatrale dunque – fra rumori sordi, versi minacciosi di animali, si aggira un personaggio tragico e imponente, in maglietta e slip neri, con i tacchi a spillo, forte muscolatura, capelli neri lunghi; sembra in preda a disperazione, si contorce e lamenta. Suggerisce il difficile passaggio di un trans da un sesso all’altro, quando ci si trova in un territorio oscuro e dai confini confusi in cui agli oggetti della quotidianità si sovrappongono i fantasmi dell’inconscio, le paure ancestrali, i ruggiti della bestia che si nasconde, a volte, nell’essere umano. Verso la fine dello spettacolo il performer si spoglia, scoprendo in tal modo un sesso femminile in contrasto con la sua struttura corporea decisamente maschile; un uso del nudo impeccabilmente conforme alla drammaticità del personaggio. Il video che compare alla fine proiettato sulla parete di fondo, mostra un transfuga su una barca che lo traghetta da un luogo a un altro.

Glen Çaçi e il fratello minore Olger sono gli interpreti di una performance singolare, KK (I’m a Kommunist Kid), che mescola di tutto un po’: il linguaggio giornalistico cui rimandano le note biografiche dei due albanesi, emigrati in Italia dopo la caduta del regime comunista; le riprese video delle loro interazioni sul palco proiettate in contemporanea; l’acrobatica di Olger, che lavora in un circo; spezzoni di filmati che ritraggono gruppi di albanesi mentre eseguono le danze della loro terra nei costumi tradizionali, portando l’eco di canti che vorrebbero evocare la nostalgia per il paese natio a cui i due fratelli contrappongono un sano senso della realtà presente. Uno spettacolo a tratti commovente, a volte umoristico, che valorizza la forte intesa e complicità che si è stabilita fra i due.

Il lavoro delizioso e delicato di Abbondanza/Bertoni – Duel_Terza generazione – coinvolge 9 bambini di età compresa fra gli 8 e i 14 anni. All’inizio, davanti a una scena avvolta nel bianco, sembra di entrare in una bomboniera; i bambini sono raccolti in una specie di gruppo scultoreo da cui si stacca il più piccolo su un triciclo, poi raggiunto da una ragazzina che ne prende il posto portandolo a spasso come passeggero. Alcuni sono già quasi professionisti; altri, ancora acerbi, si muovono con spontaneità seguendo il proprio estro. La performance, che si richiama al mito della Genesi, ha il suo momento culminante con la comparsa del totem, rappresentato da un grande cerchio di legno montato su un carrello mobile e ricoperto da carta semitrasparente. I bambini a turno ne strappano la copertura di carta come per metterlo a nudo, secondo un antico rito liberatorio che sempre si ripete. Addirittura una bambina si avventa con troppa foga sul totem per strappare il suo lembo di carta e, suscitando un effetto fra il drammatico e il comico, Abbondanza deve precipitarsi a trattenerlo mentre sta per cadere rovinosamente sull’impiantito. Alla fine il bimbo più piccolo si issa sul totem e, con fare da vincitore, ne prende possesso.

Vivo e Coscienza, che s’ispira alla cantata omonima di Pasolini ed è interpretato dai giovani della Civica scuola di teatro Paolo Grassi diretti da Luca Veggetti, ci riporta alle origini stesse del teatro in cui danza, parola e musica convivevano in reciproca relazione. La voce antica di Francesco Leonetti, che interpreta il poema pasoliniano dando anche la scansione alle varie fasi dello spettacolo e indicazioni su come eseguirle, sembra quella di un cantastorie. La luce è scarna e in penombra, gli unici oggetti presenti sono tre grandi tavoli di metallo usati come elementi scenografici, sonori e perciò coreografici quando gli interpreti passano la mano sulla loro superficie con ampi gesti del braccio. Vivo e Coscienza sono due personaggi che, accompagnati da un coro, attraversano quattro periodi storici con i loro contrasti e forti passioni: il ‘600, la Rivoluzione francese, il fascismo e la Resistenza. È uno spettacolo che sfiora l’epica e anche le molto abusate note del Ça ira non risultano retoriche in tale contesto, tanto è intenso il testo di Pasolini, l’interpretazione di Leonetti e quella dei performer.

Infine, nell’ambito di Milanoltre vorrei citare:

- La coreografia di Radhouane El Meddeb, Au temps où les arabes dansaient…, tutta costruita sulla parodia-reinterpretazione della danza del ventre in chiave maschile. Il coreografo, di origini egiziane, manda in scena 4 giovani che in modo piuttosto dissacrante, scanzonato e a tratti teneramente goffo, costruiscono in crescendo (quasi un rimando al Bolero di Ravel) la coreografia. Quando sullo sfondo vengono proiettati filmati d’epoca di danzatrici del ventre che ammaliano gli astanti (clienti, ovviamente occidentali, in locali tipo cabaret) con i loro ammiccamenti sensuali, la danza arriva al suo culmine e i 4 ne rompono lo schema abbandonandosi a pure espressioni di gioia. Un lavoro originale, anche liberatorio!

- Il lavoro presentato da Fattoria Vittadini – Unraveled Heroes, coreografia di Maya M. Carroll –, una bella ricerca d’ispirazione minimale di 7 performer (3 ragazze e 4 ragazzi) sull’espressione del corpo in relazione allo spazio e a una struttura metallica chiusa da pannelli bianchi di carta telata che diventa protagonista della performance insieme ai danzatori e a due sgabelli.
Ci sono cose che vorrei davvero dirti della Compagnia Bellanda, una coreografia che vede due performer in continuo incontro-scontro, una relazione molto maschile ma molto genuina.

Per la Nid Platform:

- La Compagnia Cuenca-Lauro/Sosta Palmizi con zero (work in progress), dove una coppia nel suo movimento circolare e incessante sembra presa nel vortice della passione, quando si è impossibilitati a stare lontani e il distacco momentaneo viene subito seguito dalla ricerca spasmodica dell’altro, finché un evento inaspettato non separa la coppia e ognuno si perde nel proprio movimento vorticoso per ritrovarsi infine esausti e diversi, ma vivi.

- La Compagnia Manfredi Perego con Dei crinali, dove riemerge il tema dello sperdimento ma declinato decisamente in tutt’altra direzione; tre performer sembrano alla ricerca di qualcosa senza sapere che cosa, creano col corpo paesaggi desolati, colline aride, pianure deserte; ritrovano però gradualmente se stessi e l’armonia nella luce.

- Nicola Galli, un ragazzo promettente che inserisce nel suo lavoro – Delle ultime visioni cutanee – molti elementi: oggetti fungibili in legno che racchiudono a loro volta altri oggetti, per esempio palline da biliardino, ma anche con rimandi pittorici illustri (nel caso specifico, a Piero della Francesca) come l’uovo sospeso a un filo; o lampade per il tavolo da lavoro presente in scena con tanto di cavalletti, che ripropone miniaturizzati; uno smartphone per selezionare i pezzi musicali alternando composizioni elettroniche a motivi rinascimentali. E mentre volteggia fra i vari elementi manipolandoli, giocandoci, a tratti addenta una mela.

- Moreno Solinas con i suoi sfrontati compagni, altri 2 danzatori che – in Tame Game – non esitano a calarsi le brache e mostrare le terga, magari inquadrate da una cornice per rifare il verso ai surrealisti, o a censurare il compagno che vorrebbe mostrarsi nudo inseguendolo con uno schermo per nasconderne il sesso.

Chi volesse attingere a materiale fotografico e ad altri contributi, può consultare i siti:
http://www.milanoltre.org/home.asp
http://www.nidplatform.it/
 

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