Direttore Valter Vecellio. 1 year 40 weeks ago
Gianfranco Cercone

I "pugni in tasca" di Marco Bellocchio: il conformismo di un contestatore

In occasione dei cinquant’anni dalla sua prima uscita, ritorna per alcuni giorni nelle sale, in una versione restaurata a cura della Cineteca di Bologna, un “classico” del cinema italiano: “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio.

Si è detto tante volte che il film (del 1965, appunto) anticipava alcuni temi della contestazione del Sessantotto. In effetti, il protagonista – un ragazzo che appartiene a una famiglia della provincia emiliana – si sente a tal punto oppresso dall’ambiente in cui vive e in particolare dai legami familiari, che prima getta la madre, cieca, in un burrone; poi uccide il fratello minore, ritardato e soggetto a crisi epilettiche, addormentandolo e annegandolo nella vasca da bagno; e infine per poco non soffoca con un cuscino la sorella, unita a lui da un affetto in odore di incesto.

Il personaggio (che trovò un interprete straordinariamente congeniale in Lou Castel) nella sua stravaganza, nei suoi furori e nella sua violenza è rimasto fissato nell’immaginazione, almeno dei cinefili, come una specie di prototipo del contestatore.

Rivedendo oggi il film, viene però da chiedersi se questo cliché in cui è stato incapsulato, non sia inadeguato o riduttivo. E’ evidente che ciò che esaspera il giovane fino al paradosso, fino alla follia omicida, sono le abitudini più che noiose, mortuarie, della vita familiare e di provincia: per le quali si va a messa la domenica senza autentica fede religiosa, si cena tutti insieme riuniti intorno alla tavola da pranzo senza affetto familiare, si segue sui giornali la rubrica dei necrologi, o la sera si va a ballare in un dancing. Ciò che riesce soprattutto insopportabile è che la vita si riduca per intero alla somma di queste abitudini, che manchi di qualsiasi slancio ideale e creativo. Ed è forse per rifiuto di questa forma di vita, che il ragazzo protagonista non studia, non lavora, non si impegna nemmeno in una relazione sentimentale.

Sembrerebbe allora davvero che, in un modo istintivo più che intellettuale, prima nell’inerzia, e poi attraverso la distruttività e l’autodistruttività, egli sia davvero a suo modo un contestatore. Ma se poi si considera proprio il suo comportamento omicida, si nota una profonda contraddizione. L’unico membro della famiglia che egli a priori risparmia, è il fratello maggiore, Augusto, del tutto integrato in quella vita normale, che il presunto contestatore dovrebbe detestare. E invece appare affascinato dal fratello, e sopporta con una soggezione quasi masochistica i suoi rimproveri più aspri e perfino le sue violenze: forse perché gli appare sano, dal momento che segue con determinazione un suo progetto di vita, sebbene del tutto conformistico; e dal momento che ha successo con le donne. Mentre le vittime dell’omicida sono i familiari che gli appaiono a vario titolo malati e diversi.

Insomma: di questo personaggio artisticamente molto bello, proprio per le sue contraddizioni e le sue sfaccettature; che dietro la maschera di una vitalità teatralmente esibita, è sterile e senile; che malato lui stesso, deve sentirsi come esiliato dalla vita “vera”; l’aspirazione più profonda e segreta è quella, struggente, di essere normale. E chissà che proprio nella sua ambiguità non ci sveli qualcosa della Contestazione, come si è svolta e conclusa in Italia.

Per conoscere le date in cui “I pugni in tasca” sarà proiettato nei cinema, si può consultare il sito: distribuzione.ilcinemaritrovato.it
Il film è stato anche ripubblicato in dvd, sempre a cura del Cineteca di Bologna, unitamente a un libretto ricco di contributi critici.

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