Direttore Valter Vecellio. 1 year 1 day ago

Lettera aperta al direttore di Notizie Radicali organo del Partito Radicale

Se qualcuno non fosse per nulla convinto del fatto che Beethoven abbia strutturato i temi della sua «quinta sinfonia», dall’inizio alla fine, su un motivo ritmico di 4 note, non potrei fare altro che ignorarlo, dopo averlo rassicurato sul fatto che anche una svista così evidente, nonostante tutto, non inficia la possibilità di fruire l’opera con un qualche profitto. Non gli consiglierei, invece, l’ascolto di Schoenberg, che solo sulla forma si basa. Se invece, per assurdo, fossi un direttore alle prese con un’orchestra che concepisse una tale indegnità, allora sarei in guai seri. Il confronto non sarebbe più basato sul terreno dell’analisi formale ma sul terreno politico. E di un tipo politico eversivo che piega la forma ai sui scopi specifici, cioè la distrugge senza motivazioni plausibili. Un tipo politico che distrugge la norma, il canone, cioè la legge sulla quale si basa il linguaggio musicale. Non ci sarebbe più ne’ direttore ne’ orchestra, e si dovrebbe solo accettare l’evidenza. Quell’opera resterebbe scritta senza poter esser letta, a causa, potremmo ben dire, di un attentato terroristico che impone, con la violenza, l’assenza della legge, l’anarchia. 

Venendo al caso specifico, mi preme dichiarare pubblicamente – assumendomi un rischio pari a zero – che io ho decifrato la forma del romanzo Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Ho pubblicato il primo volume del mio libro su Kindle:«Pasolini, Gennariello e la Rivoluzione». E sono in fiduciosa attesa di risposte da editori per un’eventuale pubblicazione cartacea. Ho scritto una lettera aperta (agli uomini di cultura italiani, soprattutto del sud) in cui descrivo la forma di Petrolio, cioè un canone a chiave numerica 5 e 7, le cifre sulle quali Pasolini ha strutturato tutto il romanzo. Ma, essendo uno scrittore a tratti ingenuo, mi sono illuso che impostando la lettera aperta su un eloquente aspetto formale, logico-matematico1, avrei reso le mie osservazioni, almeno inizialmente, inattaccabili. In realtà non avevo sufficientemente valutato che proprio l’aspetto inattaccabile (un’oggettiva analisi formale) avrebbe potuto essere ignorato, sottovalutato, semplicemente cancellato. Questa eventualità, verificatasi già in alcune circostanze, oggi, dopo due settimane dalla lettera, mi impone di sostituire l’approccio formale con quello politico. La forma può essere vanificata proprio in funzione di politiche terroristiche che perseguono i loro scopi economico-linguistici. Scopi caratterizzati da regressione antropologica, ai quali ci si può contrapporre solo politicamente. 

Oppongo al terrorismo un primo fatto politico. E cioè che il mio libro non parla tanto di Pasolini, ma quanto del suo autore in carne ed ossa, cioè di me stesso. E parla quindi di un contesto politico culturale chiamato alla fruizione di un’opera assai particolare: Petrolio

Sklovskij, nel 1925, a proposito del Tristram Shandy di Sterne ebbe a dire: «su Sterne [1713-68] non è stato ancora scritto nulla, e se qualcosa è stato scritto, si tratta di banalità». Ma io aggiungo che il Tristram arriva al nucleo del romanzo portando avanti, attraverso il suo autore, una descrizione più volte sospesa da digressioni (la descrizione della perdita del naso dell’eroe al momento della nascita) nel capitolo 29. Non dico che questo sia un dato fondamentale - cioè il 29 usato col significato della smorfia - dico solo che forse, quando Pasolini usò il nome di Tristram in Petrolio, era consapevole della conoscenza di Sterne a proposito della smorfia napoletana. Per quanto ne abbia letto, posso ancora dire, temendo una smentita, che questa consapevolezza non appartiene alla storia né alla letteratura, e nemmeno alla critica, ma solo a Pasolini. Il nome Tristram, all’interno di Petrolio, compare nell’appunto 41, appunto che col 101 rappresenta i punti salienti del romanzo. E, per quanto ne abbia letto, posso ancora affermare, temendo una smentita, che il quadro del Tiziano Vecellio, cosiddetto Amor sacro e profano - su cui è modellato l’appunto 101 di Petrolio - sia la rappresentazione pittorica e allegorica di uno Scudo di Achille; ma, anche qui, solo nella consapevolezza del genio Pier Paolo Pasolini. Ecco: bisogna aver sempre ben presente la profondità di analisi dell’autore. 

La profondità di analisi dovrebbe sempre appartenere alla politica. Infatti la sua assenza trasforma la politica stessa in terrorismo. Il terrorismo, più che pratica politica, è pratica economica di convenienza, una via veloce e diretta. Esso tende ad accentrare e conservare un potere in poche mani. Il terrorismo usa un suo linguaggio pseudo-politico, populista, caratterizzato da regressione linguistica, attraverso l’abolizione della prospettiva storico-antropologica. Per dominare su tutto un mercato liberticida deve dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, restare a galla, in superfice, senza mai immergersi nei contenuti. Lanciare una pietra, un bomba o il millantatore di turno (sulle televisioni e sui giornali), e nascondere la mano. 

Un esempio emblematico di quello che dico è nel libro La macchinazione di David Grieco, il millantatore di turno, uno dei tanti. Sta uscendo il suo nuovo film che ha come interprete di Pasolini, lo sfortunato Massimo Ranieri. E per ingraziarsi il pubblico e cercar di far cassa, Grieco, nel suo libro, saluta un po’ tutti, vivi e morti. Ma su Zigaina si ferma un attimo e scrive: «Sono dettagli che paiono spesso interessanti, ma che altrettanto spesso sembrano sconfinare pericolosamente nella follia. Follia di Pasolini o follia di Zigaina?». E scrive ancora «E con lui muore una parte importante della memoria di Pasolini. Una memoria che forse ha contribuito a segnarne e distorcerne il ricordo». Bisognerebbe chiedergli di cosa sta parlando. Insomma Grieco, con una pessima scivolata di stile, dimentica la forma; infatti il gioco sul becero questionario retorico non può essere a due ma a tre, la domanda corretta è: «Ma allora chi è folle, Pasolini Zigaina o Grieco»!

Quest’anno, 2015, il 16 Aprile, Giuseppe Zigaina è morto all’età di 91 anni. Egli ha decifrato il linguaggio gergale di Pasolini e per questo è stato insignito di un premio assai importante, ma non in Italia. Ha lasciato al Partito Radicale due documenti audio di formidabile importanza. E Grieco, seguendo la feccia culturale, prova a farlo passare per pazzo proprio quando il Partito Radicale se ne dimentica. Dimenticando che quella decifrazione pasoliniana trovò un totale consenso e appoggio da parte di Marco Pannella. E, oggi, al 40esimo si potrebbero invece riproporre quei documenti, per stimolare nuove riflessioni. Ecco, questo è un primo dato politico contraddittorio. Dato politico che per alcuni potrebbe essere l’unico. 

E invece ne spunta un secondo: la mia decifrazione dell’opera di Pasolini, una continuazione di quella zigainiana. Essa investe il secondo dato politico, quello più ostico. La decifrazione della forma di Petrolio, strutturata sulle chiavi 5 e 7, e rappresentata dal numero 21, porta direttamente a smascherare i guitti che hanno tentato di propagandare il furto dell’appunto 21 come un fatto storico realmente accaduto, nel segno della ennesima abominevole strumentalizzazione. 

Oltre questo piccolo particolare disgustoso, tengo ad evidenziare che Petrolio è un romanzo che, come i romanzi classici e grandiosi, rappresenta soprattutto il potere. Lo rappresenta, attraverso un Carlo-ingegnere-torinese, precisamente con la tecnica di Sterne descritta da Attilio Brilli: «Tristram è per Sterne il “perverso” del proprio momento storico, colui che ne ottenebra le certezze e ne scombina le regole». Ma (sorpresa! Non ve lo volevano dire) Carlo è anche Carlo Albero, ma non il padre di Pasolini, bensì il padre di Vittorio Emanuele II, cioè la personificazione del potere che non conosce soluzioni di continuità dall’unità d’Italia ad oggi, un potere indissolubilmente legato al potere industriale del nord, e solo del nord. 

E l’altra sorpresa, ancora più gustosa, è costituita dalla cultura che linguisticamente ha rappresentato questo potere. Essa ha percorso questi centocinquant’anni, genealogicamente, da Faldella a Gadda (l’idolo di Serianni e di Baricco). Su questa genealogia, Pasolini, prima di andarsene ha fatto quel che ha fatto. E cosa avrebbe fatto? Basta leggerlo nell’appunto 102, è scritto molto chiaramente, desadianamente, napoletanamente. Leggetevelo. Il 102 è l’appunto, che pur essendo stato scritto, viene espunto, strappato dall’assetto formale per evidente indegnità artistica e morale dei personaggi e della storia che rappresentano. 

Insomma, come diceva Sciascia, Benedetto Croce commise un errore bocciando Federico De Roberto con la scusa di mancanza di poesia nel romanzo I Viceré. Ma Croce comprese molto bene la potenza politica di quel romanzo restato nel buio per decenni, e così lo bocciò per quieto vivere, a favore della novella Italia, e dopo a favore della novella repubblica, che era ancora troppo giovane per subire tale colpo. Agì da padre un po’ troppo protettivo, diversamente sarebbe saltata fuori tutta la trilogia: L’illusione, I Viceré e l’Imperio. Sarebbe saltato fuori il più grande prosatore e letterato italiano di tutti i tempi. 

Pasolini mai nominò De Roberto, è vero! E nominò Wittgenstein solo per il Partito Radicale! Ma li portò evidentemente nel suo cuore, per tutta la vita. Altrimenti come si spiega il fatto che al centro del suo Petrolio mette proprio il più emblematico dei motivi conduttori del romanzo derobertiano? E, inoltre, proprio nell’appunto modellato a scudo di Achille? In araldica il De Roberto, leggendo I Viceré, è assai ferrato, e l’esordio del suo romanzo è proprio su uno scudo… Non vi annoio sull’ekphrasis e sulla meta semiotica, le vette linguistiche di Pasolini. Ma, in una prospettiva di evoluzione linguistica, oggi bisogna scegliere fra De Roberto e Pasolini, e io li scelgo entrambi. 

Napoli rappresenta ancora oggi un valore culturale inestimabile per l’Italia e il mondo intero, e Pasolini, come istintivamente il Croce, lo colse completamente. Travestendosi da Ermes-Pulcinella (i canoni millenari di Napoli), fondò con Petrolio un rituale linguistico e culturale che parte proprio da quella città, precisamente a Forcella. Il segno di Virgilio. 

Non è mai stata detta una solo parola sull’innegabile, evidentissimo, geniale, pertinente e lapalissiano uso dei numeri della smorfia in Petrolio. Perché? Come si fa a comprendere un romanzo del genere senza organizzare questi segni così marcati? Sarebbe interessante indagare sul perché nessuno mai ha osato notare che gli appunti numero 71 di Petrolio, intitolati tutti «IL MERDA», corrispondono al significato della smorfia: «l’omm’e mmerd'». 

È una disfunzione linguistica, un carenza del Dna o qualcosa di ancora più nefasto? Che sia proprio la regressione antropologica di cui parla Pasolini senza essere compreso? 

Non importa, un giorno lo capiremo. Perché basta concludere che Pasolini per rendere evidente la sua predilezione per Napoli, i napoletani, il Sud Italia, e tutti quelli vestiti da Pulcinella, su un’osservazione di Ludwig Wittgenstein2 (che Marco Pannella credo conosca a memoria), struttura l’appunto 41 di Petrolio sullaseparazione, il risveglio dell’intelletto e la sua forma, l’adorazione e la scelta per Napoli. 

 

1) La lingua è uno strumento di musica per idee. (…) Una fuga è tutta logica, tutta scientifica. La si può trattare anche poeticamente. 

L’algebra è la poesia. Si deve scrivere come si compone la musica. 

[tratto da Werke di Novalis] 

2)  (Se le pulci sviluppassero un rito, riguarderebbe il cane) 

Si potrebbe dire che non la loro unione (di quercia e uomo) ha dato il pretesto per questi riti, ma in certo senso la loro separazione.  Perché il risvegliarsi dell’intelletto avviene con una separazione dal terrene originario, dal fondamento originario della vita. (La nascita della scelta). 

(La forma dello spirito che si risveglia è l’adorazione). 

[tratto da Note sul Ramo d’oro di Frazer, di Ludwig Wittgenstein] 

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