Direttore Valter Vecellio. 4 weeks 1 day ago
Giuseppe Candido

Dissesto idrogeologico e le violazioni del diritto...(?)

Quelle che seguono rappresentano alcune considerazioni sulle reiterate violazioni dell'Italia e, in particolare della regione Calabria, della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu) e del Parere del Comitato delle Regioni sul tema “La gestione e le conseguenze delle catastrofi naturali: i compiti della politica strutturale europea”(2003/C256/12).

Le violazioni del diritto comunitario
In particolare, al punto 2 del citato parere, il Comitato delle Regioni tra le raccomandazioni per la prevenzione dalle calamità chiede che venga effettuata "Un'analisi dei rischi che rispetti le norme comunitarie e che copra tutti i tipi e tutte le combinazioni di rischi per le varie zone", specificando che "Tale analisi dovrà riguardare in particolare i rischi derivanti da terremoti, attività vulcaniche, inondazioni, piogge alluvionali, smottamenti del terreno o colate di fango, incendi boschivi, impianti industriali e minerari, come pure incidenti dovuti al trasporto autorizzato di merci pericolose per mare e per terra" e che la stessa analisi "... "andrà effettuata in collaborazione con i comuni, le regioni e gli enti responsabili sul piano nazionale, e i risultati andranno poi messi a disposizione degli Stati membri. ... deve tenere conto di fattori quali la pericolosità (ovvero, la probabilità che si verifichi un evento di una determinata intensità, calcolata grazie alla conoscenza del territorio e a un processo di individuazione dei rischi), la vulnerabilità (cioè la propensione di un sistema a essere più o meno danneggiato: si misura sulla base di un'analisi della vulnerabilità degli edifici, delle infrastrutture, dei complessi industriali e dei quartieri delle città, con particolare riferimento a quelli storici, in una eventuale situazione di emergenza) e l'esposizione (la quantità di manufatti, edifici, infrastrutture, funzioni e persone che possono essere investiti da una calamità)".
Su questo noto che il censimento della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici era tra le nove proposte presentate nel mio documento-proposta in terza commissione.

Il suddetto parere, al punto 2.2 chiede che "per le zone sottoposte all'analisi dei rischi siano introdotte classi di rischio su scala europea che permettano di definire misure mirate e graduali per la prevenzione delle calamità. Al punto 2.3 chiede inoltre che l'analisi dei rischi si traduca nelle seguenti misure: - installazione di reti strumentali di rilevazione dei rischi, in collegamento con le reti nazionali di protezione civile; - estensione delle perizie scientifiche a tutti i territori considerati a rischio; - attivazione di forme di coordinamento tra tutti gli organismi competenti; - sviluppo del partenariato tra regioni esposte a simili rischi di catastrofi, al fine di uno scambio di conoscenze sulla gestione dell'emergenza che può interessare moltissimi cittadini per un lungo periodo.
Al punto 2.4, il parere chiede "che l'analisi dei rischi sia considerata vincolante nella gestione territoriale e che a seguito dell'analisi si proceda alla redazione di un elenco di misure atte a ridurre il rischio".
E, al punto 2.5, il parere citato "Reputa importante intensificare e promuovere la cooperazione in generale tra le aree soggette a rischi simili (come la sensibilità sismica) e in particolare tra aree contigue con rischi geograficamente connessi tra loro (come le piene di un fiume e i fenomeni di dissesto idrogeologico). Al punto 2.6, "Invita la Commissione, il Parlamento e il Consiglio a verificare l'opportunità di procedere a una valutazione della sicurezza negli edifici pubblici, nei beni culturali, negli impianti industriali e in altre costruzioni di determinate dimensioni". Specificando che, "A tal fine potrebbe essere utile una procedura codificata per la valutazione della sicurezza (VS - Valutazione Sicurezza)".
Infine, ma non per questo meno importante, il parere citato, al punto 2.7 "Sollecita l'introduzione di sistemi comuni di allarme e di comunicazione, in particolare per le previsioni meteorologiche, per il monitoraggio sismico e delle attività vulcaniche e per le comunicazioni di emergenza".

Va ricordato inoltre che gli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo riguardano, rispettivamente, il “Diritto alla Vita” di ogni persona che "è protetto dalla legge" (Art.2 c.1) e il “Diritto al rispetto della vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza” (Art.8 c.1). Un fiume di fango che ti entra in casa non è ciò che si dice tutela della vita né tantomeno del proprio domicilio. E va ricordato che esiste - affermato nella giurisprudenza non solo europea - il "principio di precauzione" che consentirebbe di reagire rapidamente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente. (Cfr. Comunicazione della Commissione, del 2 febbraio 2000, sul ricorso al principio di precauzione [Com (2000)]).
Inoltre, "Quando i responsabili politici vengono a conoscenza di un rischio per l’ambiente o la salute umana, animale o vegetale, che potrebbe avere gravi conseguenze in caso d’inazione si pone il problema delle adeguate misure protettive. I responsabili politici devono ottenere, utilizzando un approccio strutturato, una valutazione scientifica quanto più completa possibile del rischio per l’ambiente o la salute al fine di selezionare il tipo d’azione più adeguato". Cfr. Comunicazione Commissione europea del 2 febbraio 2000 [COM(2000)]
Il fatto che ad ogni nubifragio, anche nelle aree ormai riconosciute da anni come aree a rischio idrogeologico, la gente muoia colta del tutto impreparata è la prova che non è stata effettuata un'adeguata valutazione preventiva dei rischi ambientali e che, cosa questa ancor più grave, non sia stata data adeguata informazione ai cittadini sui rischi che corrono. E arriviamo al diritto alla conoscenza dei dati relativi ai rischi geologici delle zone a rischio del Paese in cui i cittadini vivono; un diritto che dovrebbe consentire ai cittadini di conoscere i pericoli che corrono e le misure poste in atto per mitigarli.
Su questo c'è da ricordare che, per la Corte europea dei diritti dell'uomo "Sussiste violazione dell’art. 8 Cedu qualora le autorità nazionali non adempiano al proprio obbligo di sottoporre ad adeguata valutazione preventiva i rischi ambientali connessi all’attività industriale e di adottare idonee misure ad evitare che i fenomeni di inquinamento possano ledere il benessere di una persona, privarla del godimento del suo domicilio, nuocendo, così, alla sua vita privata e familiare". (Cfr. Decisione Târtar c/Romania, 27 gennaio 2009).
E anche la sentenza Bydayeva e altri c/Russia, del 20.3.2008 costituisce un importante precedente. La città di Tyrnauz - in quel caso - si trova nel distretto montano adiacente a Mount Elbrus, nel Caucaso centrale e i ricorrenti lamentavano che "le autorità non avevano rispettato i loro obblighi positivi di adottare misure appropriate per attenuare i rischi per la loro vita contro i pericoli naturali" .
La prima ricorrente lamentava che le autorità nazionali fossero responsabili della morte di suo marito avvenuta durante una colata di fango del luglio 2000. I ricorrenti hanno chiesto che le autorità nazionali fossero ritenute responsabili di aver messo le loro vite a rischio, in quanto non erano riusciti a scaricare gli obblighi positivi e lo Stato era stato negligente nella manutenzione della diga, nel monitoraggio della zona pericolosa e nel fornire un allarme di emergenza o di prendere altre misure ragionevoli per mitigare il rischio e gli effetti della catastrofe naturale.
Essi hanno inoltre lamentato di non aver avuto nessun risarcimento, in particolare, di non aver ricevuto un adeguato risarcimento del loro danno patrimoniale e non patrimoniale. Hanno invocato l’articolo 2 della Convenzione che, per quanto rilevante, dispone che il “Diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere privato della vita intenzionalmente salvo che in esecuzione di una sentenza di un tribunale in seguito alla sua condanna per un reato per il quale questa pena è prevista dalla legge”. Cfr. Corte EDU sentenza Bydayeva e altri c/Russia, 20.3.2008
Negli ultimi anni le emergenze idrogeologiche sono aumentate e, nel contempo, è aumentata l'esposizione delle cose e delle vite umane.
Tutte le condizioni di dissesto idrogeologico che hanno colpito nei giorni del 30/10 e del 1/11/2015 la Calabria evidenziano il perpetrare della situazione e rendono palese una serie di violazioni del diritto alla trasparenza (ma sarebbe meglio dire alla conoscenza) sui dati ambientali, dei diritti umani fondamentali e della normativa europea in tema di prevenzione dai rischi dalle catastrofi naturali. La gente, evidentemente, è stata colta impreparata e i sistemi di allerta meteo e di comunicazione alle popolazioni che regione e comuni avrebbero dovuto predisporre si sono mostrati palesemente inefficienti.

Il danno economico. L’annuario dei dati ambientali elaborato dall’Ispra ha stimato in 52 miliardi di euro, il costo complessivo dei danni per i soli eventi franosi ed alluvionali, nel periodo compreso tra il 1951 e il 2009, che rivalutato a moneta corrente, corrispondono a circa ottocento milioni di euro all’anno circa.
Secondo uno studio del Consiglio Nazionale dei Geologi (cfr. De Paola B., Tenuta B. et alii, Cons. Naz. Geologi, Il costo del rischio del non controllo – in: Terra e Sviluppo, decalogo della Terra 2010, Op. cit., cap. 7. par.3) , il quadro dei costi complessivi, tra il 1944 e il 2009, del dissesto idrogeologico e del rischio sismico, sono compresi “tra un valore minimo di 176 miliardi di euro e uno massimo di 213". La differenza – sostengono i geologi nell'indagine - "è da attribuire al costo dei terremoti che, a seconda delle fonti informative, varia da un minimo di 124 miliardi di euro a un massimo di 161”. Ma anche così le cifre del danno della peste ecologica sono al ribasso.
Secondo lo studio del consiglio nazionale dei Geologi italiani, un altro punto di vista utile a valutare l’impatto economico reale degli eventi calamitosi in Italia è “quello degli investimenti pubblici", ovvero considerare la parte della spesa in conto capitale, sostenuta da tutti gli Enti del Settore Pubblico Allargato (Spa), per interventi sul patrimonio fisico che si basa sulla banca dati sui Conti Pubblici Territoriali (Cpt) del Ministero dello Sviluppo Economico che tiene conto dei flussi finanziari sul territorio e quindi sulle entrate e spese (in conto corrente e in conto capitale) delle pubbliche amministrazioni sui singoli territori regionali. (Ciò) “permette di conoscere i dati sulla spesa annua per interventi per l’assetto idrogeologico, la conservazione del suolo e per la riduzione dell’inquinamento, a partire dal 1996 e fino al 2008" che, in tale periodo, è stata valutata pari a “24 miliardi di euro (prezzi 2009) pari a circa 1,8 miliardi annui” (Cfr. Op. cit., De Paola, Il costo del rischio del non controllo, cap. 7 par.4, p.12). A questi costi bisogna aggiungere quelli del sisma del 202 in Emilia e quelli dei dissesti idrogeologici dal 2011 al 2015.
Per la sistemazione del solo rischio idrogeologico del territorio nazionale, il ministero dell’Ambiente, sulla base degli interventi programmati dai Pai, i Piani stralcio di Bacino per l’assetto idrogeologico redatti dalle regioni, prevede come necessario un investimento di circa 44 miliardi di euro, di cui, 4 per il recupero e la tutela del patrimonio costiero e circa 11 per mettere in sicurezza le aree ad elevato rischio geologico.

Per i terremoti l’analisi dei costi effettuata dallo studio citato evidenzia un “impatto economico (...) molto alto”. "I soli stanziamenti per l’emergenza e la ricostruzione post-evento nell’arco temporale 1968-2003 (36 anni) ammontano a circa 135 miliardi di euro a prezzi 2005” che, aggiornati ai prezzi del 2009, diventano circa 146 miliardi, cui si devono aggiungere le conseguenze non traducibili in valore economico sul patrimonio storico, artistico, monumentale”. Dopo gli eventi del 2009, in Abruzzo, e nel 2012 in Emilia Romagna, la cifra è ulteriormente lievitata.
Sommando gli stanziamenti per l’emergenza e la ricostruzione a seguito del terremoto dell’aprile 2009 in Abruzzo, (circa 14 miliardi), gli stanziamenti di cui al D.L. 39/09 (altri 7 miliardi circa), le risorse a carico del Fondo Aree Sottoutilizzate (circa 4,6 miliardi), il contributo della Commissione europea (circa 500 milioni), le donazioni in denaro (circa 110 milioni) e i finanziamenti agevolati fino a un massimo di 2 miliardi, previsti dall’art. 3 co.3 del D.L. 39/09”. Così si arriva alla cifra stratosferica di oltre 160 miliardi di euro, spesi in quarant’anni per i soli eventi sismici.
La campagna per l'affermazione del diritto alla conoscenza non può - a livello locale - non coniugarsi con il tema dei rischi geologici e del diritto dei cittadini di conoscere e di essere informati sui rischi connessi al territorio in cui vivono (e della vulnerabilità delle scuole e degli ospedali).
Su questo, faccio un semplice esempio: tutti i comuni calabresi, come quelli della locride colpiti in questi giorni, hanno ricevuto (già nel 2001, sic!) la mappa dei rischi idrogeologici e, tutti i comuni, avrebbero dovuto riportare detti rischi negli strumenti urbanistici (i più lo hanno fatto), renderli pubblici (su questo, invece, sui siti di molti comuni non c'è nulla) e predisporre adeguati sistemi di allerta oltre che esercitazioni periodiche per le popolazioni presenti nelle aree a rischio (anche su questo si è fatto pochissimo).
E, in tutto ciò, c'è il particolare della peste ecologica per cui, ancora una volta, in Calabria, il dissesto idrogeologico si intreccia drammaticamente col rischio ambientale, entrambi figli di quel dissesto ideologico creato da una partitocrazia che non ha saputo governare i fenomeni e che li ha (s)governati per fini clientelari.
Parlo dei i nubifragi di questi ultimi giorni (1-2/11/2015) che hanno devastato la provincia di Reggio Calabria, e della discarica di Casignana dove, in barba a tutte le direttive europee, il percolato torna a scorrere liberamente e a far paura. La discarica ha esaurito le circa 80mila tonnellate di rifiuti autorizzate già nel 2008 (sic!) e, da allora, attende (inutilmente) di essere bonificata. Invece è ancora lì e tranquillamente sversa il suo percolato nelle non più chiare acque superficiali e sotterranee.

A segnalare quello che potrebbe diventare un vero e proprio disastro ambientale - in violazione di tutte le direttive europee (e delle normative nazionali che le hanno recepite) - è stata, meritoriamente, la locale testata online inaspromonte.it, che ha lanciato l'allarme raccontando con un video e delle foto amatoriali come, delle due vasche adibite alla raccolta di percolato, una sia stata completamente distrutta da una frana, mentre l'altra versa in condizioni precarie. E, in tutto ciò, il pericoloso percolato scorre liberamente.

Il 12 novembre, convocata dal nuovo dirigente della Protezione Civile calabrese Carlo Tansi, si svolta una riunione proprio per fare il punto sulle preoccupanti condizioni della discarica di Casignana, aperta dal '99 e che, oggi, sta "lentamente franando ". Come a febbraio 2014 sempre per le condizioni idrogeologiche aveva dato problemi la discarica di Pianopoli a Lamezia Terme (CZ). Emergenza ordinarie, verrebbe da dire.
E ricordo che, il 12 agosto 2015, sono state sufficienti 200mm di pioggia caduti in poche ore per mettere in ginocchio Rossano Calabri e Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza.

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