Direttore Valter Vecellio. 1 year 39 weeks ago
Guido Biancardi

Elogio della verità, rimpianto e nostalgia di “aule sorde e grigie”

In questa epoca di Happy hour/sad Day, in cui è già diritto acquisito di regime il finanziamento come erogazione” pro-cultura(!?)” di 500 euro per ciascun diciottenne oltre che per i suoi docenti, non ci resta che il richiamo del rito democratico come approdo solido ed immutabile della certezze di uno Stato di Diritto.

Vivano o rivivano le “aule sorde e grigie” (parlamentari o delle giurisdizioni) in luogo dei suk e delle vaudeville funestati ma ravvivati da forme tribalistiche di partecipazione e comunicazione, da stadio o da bar. Una birra ed un concerto “per amplificatori e con karaoke”, possibilmente al massimo della potenza di erogazione non si rifiutano a nessuno; e le città o i luoghi, pubblici ed istituzionali in cui si manifestano tali eventi “spontanei” del tipo più vario, ne ricaverebbero secondo la narrazione ormai in voga quasi unanime, nuova linfa di vitalità, garantita da una “verità/adesione popolare” che si riconquisterebbe il primato su ogni faticata conquista di civiltà. 

Niente bivacchi per manipoli, quindi o convegni di tricoteuse e prefiche colpevoliste, ma viva le” aule sorde e grigie” in cui si celebrano i riti della giustizia e della politica.

I populisti sono contro le “verità scomode” con quelle manifestazioni di distorta interpretazione della dimensione democratica che prendono la forma dei cappi o dei campanacci esibiti, o di travestimenti volgari e violenze verbali ed estetiche (in cui le così discriminate donne spesso svettano) senza limiti; quindi; la pancia glielo conferma contro una parte, almeno, della verità. Ovvero contro la verità, che non può essere parziale.

“La verità vi renderà liberi” ci ricorda come pietra miliare della nostra cultura, e provenendo dalla sua come acquisizione transculturale, Sam Ransi nel sottoscrivere il nostro appello al riconoscimento del Diritto alla Conoscenza come nuovo diritto umano universale, da sancire in sede Onu per la costituzione di una condizione universale di pace.

“Meno libertà per più sicurezza” è la più recente slippery slope imposta dall'emergenza terroristica o bellica e truccata da sano realismo verso la quale in molti siamo attratti o trascinati.

E mi ha sempre colpito il richiamo al fatto che “le libertà cadono fra applausi scroscianti”, di aule che si assumino tale compito. E Sigmund Freud, ne “il disagio della civiltà”, della libertà ha fatto l'oggetto, patito, di scambio per più tutela nella convivenza sociale.

Il ruolo sociale che fa premio sull'individuo attraverso il paludamento rituale che lo maschera, lo dissimula, lo indica ed allo stesso tempo lo difende dal riconoscimento, del rappresentante istituzionale che assume, come il giudice, il compito di comminare o infliggere pene ad un cittadino suo pari a rischio di suscitarne la reazione di vendetta è parte fondamentale del rito; crea il celebrante. Ed allo stesso tempo lo fissa in sembianti evocativi della immodificabilità (sacralità) della sua funzione; la parrucca (bianca in area anglosassone) e con la toga l'ermellino, cancellano le fattezze e gli elementi di distinzione di ceto e genere.

E così dovrebbe essere, perché il rito non decada in esibizionistica gara e parata fra privilegiati.

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