Direttore Valter Vecellio. 1 year 25 weeks ago
Valter Vecellio

Radicali. Quel giorno di sessant’anni fa, Pannunzio, Rossi, Pannella…

A Marco Pannella glielo chiedo durante le due ore della domenicale conversazione a Radio Radicale: “Te lo ricordi, dov’eri l’8 dicembre del 1955?”. 

Scuote la testa. “Dimmelo tu…”. 

Non se lo ricorda davvero, o mi canzona? “L’8 dicembre del 1955”, dico, “una trentina di consiglieri nazionali dell’allora Partito Liberale si dimettono…”. Macché, non fa una piega. Eppure se lo deve pur ricordare, quel giorno. Proseguo: “Con quelle dimissioni avete gettato le fondamenta del Partito Radicale… Sono trascorsi sessant’anni da allora, non è uno scherzo, il Partito Radicale è il più antico sulla scena politica…”.

Il Partito Radicale lo faccio ogni giorno…, replica. Stop, fine dei ricordi, della rievocazione. Eppure le radici di quest’albero che non si stanca di fiorire sono importanti, da ricordare; è importante non smarrire la memoria. Chi dimentica è come la ragione che si addormenta.

Proviamo a raccontare qualcosa. In quella “pattuglia” che esce dal PLI ci sono Mario Pannunzio, Nicolò Carandini, Leopoldo Piccardi, Ernesto Rossi… un bel gruppo; oltre a loro Leo Valiani, Guido Calogero, Giovanni Ferrara, Paolo Ungari, Franco Roccella, come abbiamo detto Pannella, Sergio Stanzani; e anche Eugenio Scalfari, che già lo Scalfari che sappiamo.

Escono dal PLI e dopo qualche mese, il 5 febbraio del 1956, al termine di un convegno, si formalizza il Partito Radicale, un esecutivo di cinque: Carandini, Pannunzio, Piccardi, Valiani, Villabruna…

Il giovanissimo Pannella ogni giorno acquista due copie del “Risorgimento Liberale”, il quotidiano diretto da Pannunzio. “All’inizio”, racconta, “era un solo foglio, poi due. Lo leggevo tutto ogni mattina. L’altra copia la portavo a scuola e la regalavo ai compagni. La passione per il “Risorgimento Liberale” la spiega così:   “Forse proprio perché si chiamava così: il Risorgimento si salva perché è liberale, perché l’unità d’Italia è fatta dai liberali. Comincio a frequentare la sede liberale di via Frattina a Roma; quando poi si pone la questione di Trieste italiana, per non farne una cosa nazionalista, fascista, viene l’idea di far sì che la cosa diventi ‘liberale’; e vado a chiedere consiglio e conforto a Benedetto Croce…”. Croce è il nume tutelare del PLI e dell’idea liberale in generale; è il grande filosofo, storico, studioso, rispettato e temuto da Mussolini anche quando era trionfante. 

Il giovane Pannella si presenta a casa Croce e viene ricevuto: “Mi dedica due ore indimenticabili; tra l’altro mi dimostra che eravamo mezzi parenti…”.

Si arriva ai giorni della scissione: “La convivenza con l’ala maggioritaria era difficile, faticosa. Ad un certo punto ci rendiamo conto che non ci sono più margini di manovra. Il segretario è Giovanni Malagodi: politico peraltro molto abile e scaltro; ci avrebbe ridotto, noi di Sinistra Liberale, al lumicino, grazie alla manipolazione delle tessere e a forzature congressuali. Ce ne andiamo”.

Nasce così il primo Partito Radicale. Ora è estremamente difficile condensare in poche battute sessant’anni di storia e di iniziative politiche; soprattutto quando questa storia e queste iniziative sono praticamente sconosciute, mai raccontate.

I radicali vengono da lontano. Le loro radici storiche e ideali si riallacciano alla tradizione repubblicana e federalista di Carlo Cattaneo; alla “Giustizia e Libertà” dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, Piero Calamandrei, Gaetano Salvemini; e come abbiamo detto, Ernesto Rossi, il grande economista e polemista; ma anche Antonio De Viti De Marco, il settimanale Il Mondo, di Pannunzio, che per tutti gli anni ‘50 conduce importanti battaglie radicali: contro la Federconsorzi, i monopoli, i petrolieri, gli agrari, e la famosa campagna contro le speculazioni immobiliari a Roma: “Capitale corrotta, nazione infetta”. Tra i fondatori del Partito anche Arrigo Benedetti, fondatore e direttore dell’Europeo e dell’Espresso.

A un certo punto il Partito Radicale si scioglie…Le elezioni sono andate male, e nel primo Partito Radicale ci sono tante anime: una  guarda con interesse al Partito Repubblicano; un’altra invece cerca una sponda nel Partito Socialista; altri, delusi, decidono di non impegnarsi più nella politica attiva. Pannella e pochi altri della Sinistra Radicale decidoo di continuare la scommessa del Partito; sono non più di duecento in tutt’Italia, ma tengono duro. 

Presidente del partito diventa Elio Vittorini, lo scrittore; fonda “Il Politecnico”, per anni milita a fianco del PCI, poi rompe clamorosamente con Palmiro Togliatti; alla fine approda alle sponde radicali. A chi gli chiede perché, risponde perché noi radicali siamo gli unici politici copernichiani…”.

I radicali diventano il partito dei diritti civili, nel 1965 comincia la campagna divorzista. Nasce la Lega per l’Istituzione del Divorzio...

Nel 1967 a Bologna si tiene il primo congresso del nuovo Partito Radicale, ricostruito su un programma di profonde riforme, di impegno anticlericale e antimilitarista, e dotato di un nuovo statuto-manifesto. Viene confermato il tradizionale simbolo, la testa di Marianna con cappello frigio.

Proviamo a riassumere ulteriormente: nel 1968 Pannella e altri quattro radicali sono arrestati a Sofia in Bulgaria, mentre protestano contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Nel 1973 fonda e dirige il quotidiano Liberazione, che uscirà dall’8 settembre 1973 al 28 marzo 1974. Quello è anche l’anno del referendum sul divorzio: una valanga di NO alla sua abrogazione, quasi il 60 per cento dei voti, travolge le velleità democristian-clerical-fasciste, di abolire una legge per la quale i radicali avevano lottato ininterrottamente per cinque anni; si lancia la campagna per la depenalizzazione dell’aborto e per la legalizzazione delle droghe leggere. Nello stesso anno, mentre lei è impegnato in un digiuno che durerà tre mesi, Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera apre un dibattito sul “caso Pannella”. Pasolini doveva intervenire con un testo preparato poche ore prima di essere ucciso al congresso radicale del 1975 a Firenze: un “testamento” nel quale esorta i radicali a non aver timore di fare sempre scandalo e di rendersi “irriconoscibili”. 

Nel 1975 Emma Bonino, Giorgio Conciani e Adele Faccio sono arrestati con l’accusa di procurato aborto. Viene arrestato anche il segretario radicale Gianfranco Spadaccia. Quegli arresti sono il detonatore per imporre l’attualità di una tragedia, quella dell’aborto clandestino, che fino a quel momento, ipocritamente, ad esclusione dei radicali, tutti avevano preferito ignorare. Grazie alla campagna radicale, si apre nel paese un dibattito politico che porterà, nel 1978, alla regolamentazione legislativa dell’interruzione di gravidanza. Nel luglio del 1975 Pannella, durante una conferenza stampa, mostra un pezzetto di hashish e lo fuma, facendosi così arrestare. È l’ennesima disobbedienza civile, per costringere il Parlamento a rivedere la legge che fino a quel momento puniva con il carcere sia i grandi spacciatori che i fumatori anche occasionali di “spinelli”. Nel 1976 viene eletto alla Camera dei Deputati; con lei Bonino, Faccio e Mauro Mellini...

Quante altre cose si potrebbero e si dovrebbero dire. Dovrebbero, per esempio ricordate le iniziative e l’impegno per la giustizia giusta, il “caso Tortora” scoperchiato assieme a Leonardo Sciascia; la vicenda Moro, sempre con Sciascia; la battaglia contro l’olocausto per fame nel mondo, i tanti referendum che abbiamo promosso e quando c’è stata informazione, vinto, anche se poi il regime dei partiti li ha traditi… Facciamola breve: è l’unico partito al mondo ad aver inserito nello statuto il cosiddetto preambolo, approvato, nel 1981. È di fatto il manifesto di una nuova nonviolenza e della difesa intransigente del diritto”.

E ora? Ora i radicali sono quello che hanno delineato nel 1989 con il progetto del “Partito Nuovo” in occasione del XXXV congresso del Partito Radicale di Budapest, in Ungheria: transnazionale, transpartito, gandhiano, laico, federalista, ecologista. Da allora il simbolo è l’effigie di Gandhi. Sono un po’ matti, ma in ottima compagnia. Incredibile quanti decidono per uno o più anni di iscriversi al Partito Radicale.

Per fare qualche nome alla rinfusa: Domenico Modugno, ma anche Claudio Villa; i premi Nobel Rita Levi Montalcini, Vassili Leontieff, George Wald; il commediografo Eugene Ionesco; radicali sono stati i dissidenti sovietici Leonid Pliusch, Natal Sharanski, Vladimir Bukovski; lo scrittore Marek Halter. Nel corso degli anni, di volta in volta, al Partito Radicale si sono iscritti Renzo Arbore, Vasco Rossi, Ugo Tognazzi, Franco Battiato, Renato Zero, Adriano Celentano, Ilaria Occhini, Giorgio Albertazzi, Oliviero Toscani, Gore Vidal, Bruno Zevi, Staffan de Mistura, Adriano Sofri... Al di là dei nomi, della nostra storia fanno parte Luca Coscioni e la sua battaglia per la libertà di ricerca; Piero Welby e la battaglia per il diritto di ciascuno e di tutti a vivere con dignità e morire senza che la morte debba necessariamente soffrire in modo atroce anche quando è assolutamente inutile. La battaglia per la moratoria delle esecuzioni capitali con “Nessuno tocchi Caino”, e l’istituzione del Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità con “Non c’è pace senza giustizia”; le disobbedienze civili contro le leggi criminogene e proibizioniste in materia di droga…”.

Prendiamo solo un caso, tra i tanti, quello Tortora. Sintetizza molti dei fenomeni patologici della giustizia italiana. La violazione del segreto istruttorio, che consente di sbattere “il mostro in prima pagina”, con effetti indelebili sulla reputazione del detenuto. Incuranti, alcuni magistrati utilizzano i media per farsi pubblicità, o per rafforzare i propri teoremi accusatori attraverso uno sdegno popolare provocato ad arte. Inoltre una legislazione varata all’insegna dell’emergenza consentiva il ricorso alle dichiarazioni di pentiti, che in cambio ottengono sconti di pena e altri benefici, oltre che un’assicurata notorietà. Un meccanismo perverso che produce un numero enorme di errori giudiziari. Aggiunga che i tempi lunghissimi della carcerazione preventiva condanna di fatto gli imputati prima di qualsiasi giudizio, svuotando di significato il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva di colpevolezza. E c’è poi l’irragionevole durata dei procedimenti, che procura decine e decine di condanne da parte della Corte Europea dei Diritti Umani; l’Italia è in vetta alla classifica delle condanne, si tratta di migliaia e migliaia di euro che dobbiamo poi risarcire. La non certezza del diritto inoltre scoraggia gli investimenti dall’estero, e incoraggia la fuga di quelli italiani…

Tortora nel 1984 viene eletto parlamentare europeo  con 415 mila preferenze. Condannato in primo grado a 10 anni di carcere, si dimette per scontare fino in fondo la pena e condurre la sua battaglia dagli arresti domiciliari. La battaglia sul “caso Tortora” si trasferisce nelle giudiziarie e sui tavoli per la raccolta delle firma sul referendum per la responsabilità civile dei magistrati. Quello della giustizia, come diceva Sciascia, è ‘la nostra ossessione’”: la situazione delle carceri, i tribunali intasati da processi interminabili, migliaia di procedimenti che finiscono in prescrizione. È per questo che da anni, inascoltati i radicali si battono per un’amnistia che sgomberi i tavoli dei magistrati di migliaia di fascicoli comunque destinati ad andare in fumo per la prescrizione, e si possano così dedicare alle questioni importanti. Meglio un’amnistia mirata che una prescrizione indiscriminata di ogni tipo di reato.

L’amnistia è il primo, fondamentale, provvedimento da adottare; gli altri sono quelli che puntualmente ha elencato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo unico messaggio solenne alle Camere di ormai un paio d’anni fa. Messaggio che in modo maleducato le Camere hanno letteralmente buttato nel cestino. Neppure l’ombra di un dibattito, anche solo per dire: si tratta di cose prive di senso. Silenzio, come se il presidente non abbia detto nulla…”.

Dopo sessant’anni Pannella e i radicali, noiosi e ostinati come sono, fanno quello che hanno sempre fatto, lottano per il diritto, perché sia consentito al popolo di conoscere per poter deliberare, come diceva Luigi Einaudi. Senza conoscenza, c’è il regime, la dittatura; quella che definisco ‘democrazia reale’”.

Cosa, per esempio, si dovrebbe conoscere: che il Parlamento non riesce a eleggere i tre giudici della Corte Costituzionale di sua competenza. Quasi un anno e mezzo di fallimenti. Una cinquantina di noi sta conducendo uno sciopero della fame perché questo vulnus sia finalmente sanato”. Si dovrebbe e potrebbero procedere con votazioni ad oltranza, sedute permanenti delle Camere. Non esistono contro-indicazioni; anzi, ci sono precedenti: anche nel 2002, proprio per mia iniziativa, la questione dei giudici costituzionali mancanti, venne finalmente risolta in questo modo. C’è poi anche altro su cui vorrei richiamare l’attenzione…”.

Ci sono poi altri obiettivi del digiuno:

a) la cessazione delle violazioni alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto comunitario; 

b) una campagna dello Stato italiano in sede Onu per la transizione allo stato di diritto codificando, per affermarlo, il diritto umano alla conoscenza; 

c) iniziative parlamentari volte a dare seguito all’unico messaggio alle Camere dell’allora Presidente della Repubblica Napolitano, con il quale si ricorda che “è fatto obbligo per i poteri dello Stato…adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo cessino”.

Da sessant’anni la stessa scommessa, ambiziosa, ma non velleitaria: il possibile contro il probabile. 

Notizie Radicali: il giornale telematico di Radicali Italiani - Direttore: Valter Vecellio
Team: Simone Sapienza, Maria Veronica Murrone
Sito web: Mihai Romanciuc
Vuoi collaborare? Scrivi a notizie.radicali.it@gmail.com